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COLLETTIVO
LINEACONTINUA
TERRA DI LAVORO

LE
“RINASCITE” DEL COLLETTIVO
Azzano
X, Aversa
2010, Palse, Serra
San Quirico
SECONDA
UNIVERSITA' DI NAPOLI Facoltà di Architettura "L. Vanvitelli"
Aversa (CE) Chiostro di San Lorenzo
23 luglio 2010
"Dalla
matrice al codice il quadro è fatto.it."
Come
già detto, dopo la fine del Collettivo Raffaele Bova ha continuato a "fare
il suo mestiere" che è quello di dipingere in maniera provocatoria.
Agli
inizi, il tema più caro era stato per lui quello dei rifiuti che aveva
utilizzato come soggetto nelle primissime mostre realizzate e per lungo tempo
ancora, fino alla paradossalità di inserirli in un'opera di grande dimensione
composta per una "chietta" di Battenti per la Madonna dell'Arco, vale
a dire in un'opera di soggetto sacro.
Solo
dopo trent'anni, gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato che la scelta era
stata giusta e che l'indicazione era opportuna; ma ancora il problema resta lì,
nascosto sotto il tappeto e tutto da risolvere.
Successivamente,
ha sposto l'attenzione sull'annullamento dell'individualità nei "codici di
identificazione": ed anche in questo caso si ha la sensazione di una
"vox clamantis in deserto" per dire agli altri quello che gli altri
fanno finta di non sentire.
Trent'anni
dopo, con lo stesso spirito (che in fondo non aveva mai abbandonato) Raffaele
Bova è
ritornato all'attività di animazione, sollecitato anche da un gruppo di giovani
operatori di Aversa e dalla facoltà di Architettura che intento in questa città
è sorta
Assumendo
stavolta una posizione separata, quasi da suggeritore, ha preparato dieci tele
di medio formato sulle quali aveva tracciato la scritta ".it" che dava
l'abbbrivio alla manifestazione.
Sulle
tele sono stati invitati a segnare la propria matricola, il codice fiscale o
l'indirizzi internet tutti gli studenti e i docenti della facoltà, a cominciare
dal direttore; fedele a certe tradizioni, Bova ha fatto diffondere un volantino
illustrativo della manifestazione:
Nel
corso degli anni Settanta, uno dei modi attraverso i quali gli artisti entravano
in contatto con la realtà era certamente quello dell’”operare estetico nel
sociale” che proponeva una funzione decisamente politica dell’arte ed una
capacità dell’artista (anzi, dell’”operatore estetico”) di proporsi
come testimone non marginale né passivo degli eventi rispetto ai quali
proponeva modelli, forme e strategie di intervento.
Nel
corso degli anni, queste competenze sono via via passate a strutture meno
specifiche o creative, come possono essere quelle dell’arte; e sono invece
diventate patrimonio più diffuso della società e delle sue strutture, a
cominciare da quelle scolastiche.
Difatti,
gli happenings, le performances, le invenzioni estemporanee e creative sono
diventate
appannaggio
(sempre più spesso) dei gruppi politici che le hanno largamente utilizzate nei
cortei, nelle manifestazioni di protesta, insomma nelle attività pubbliche.
Addirittura,
negli stadi la creatività si è espressa attraverso tutti i linguaggi possibili
e praticabili, da quelli vocali a quelli scritti, dal disegno alla riproduzione
fotografica.
Nelle
scuole, poi, la sollecitazione didattica della creatività ha dato luogo a
manifestazioni fondamentali che una volta apparivano “follie da artista”.
Il
compito degli artisti - almeno di quelli che dalle esperienze dell’operare
estetico nel sociale hanno preso le radici e i modi di esprimersi - è diventato
allora quello di desumere dalla realtà le sollecitazioni e trasformarle in
gesto estetico, con un percorso all’apparenza opposto a quello precedente ma
in realtà con esiti altrettanto significativi.
Tra
gli artisti che, in Terra di Lavoro, si sono distinti in questo genere di
attività, Raffaele Bova ha avuto un ruolo sicuramente di primissima importanza,
considerata la connotazione di denuncia politica che i suoi interventi hanno
posseduto in maniera esplicita sin dalle primissime iniziative: per tutte,
basterebbe l’insistenza quasi ossessiva sui rifiuti come base della società e
dell’attività artistica (fino a celebrarla in un’opera di ispirazione
religiosa) e la quasi maniacale utilizzazione della lira (la moneta-fantasma di
quegli anni) per denunciare una condizione di asservimento al mercato e alla
plutocrazia.
La
”scoperta” dei codici a barre come sistema di cancellazione della personalità,
dell’individualità, dell’unicità degli individui è, in qualche modo, una
conseguenza logica del percorso.
Nasce
dalla realtà, anche stavolta; ed anche in questo caso vale come indicazione
estetica nel sociale.
Ma
stavolta fa leva e si avvale del lavoro didattico per dare forza al discorso,
per cui non è più l’artista a proporre l’indicazione, ma sono soprattutto
gli altri (la scuola, la società) a vivere con lui la denuncia che l’attività
esprime.
E
forse è il passo avanti più importante per un linguaggio che, dopo
trent’anni, potrebbe apparire obsoleto o ripetitivo; ma che, a ben guardare,
risulta sempre (tragicamente) vero ed attuale.
Perché
i problemi esistono e premono sull’uomo.
Alla
fine, ha provveduto a scoprire le scritte - che erano state coperte con nastro
adesivo colorato col bianco del fondo - e le opere così costruite sono state
raccolte per una mostra da fare quando se ne presenterà l'occasione


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