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rassegne di fotografia

 

Geppo Barbieri - Rolando ZUCCHINI

 

 

Cagli (PU) Ottobre 1989

 

BARBIERI - ZUCCHINI

 

La rapidità di consumo è la cifra forse più leggibile del nostro tempo; e riguarda non solo gli oggetti ma anche le idee, i gusti e le tendenze che - dopo una improvvisa esplo-sione ed una rapidissima parabola - sono altrettanto velocemente risultati obsoleti.

Negli ultimissimi anni, però (accanto allo sfrenato consumo che comunque domina la società e la cultura) si va affermando anche una certa tendenza a rimeditare il passato recente, quasi si avvertisse il bisogno di "ruminare" ciò che era stato ingurgitato troppo in fretta: di qui, i frequenti fenomeni di rivisitazione degli anni Sessanta e Settanta che appaiono distintamente - in piena evidenza o tra le pieghe di un nuovo look - in molte manifestazioni sociali e culturali.

Nel territorio della ricerca visiva, il recupero delle espe­rienze del passato - più o meno recente - è sempre di difficile lettura, anche perché sempre ed in ogni artista la lezione della storia è punto irrinunciabile di riferimento per la definizione di ogni grafia.

Ma, a guardare con attenzione, il tema del "rimasticamento" delle esperienze recentemente consumate e troppo rapidamente abbandonate è quello che oggi più da vicino interessa la cultura artistica, come attestano le grandi iniziative tese a riscoprire autori determinanti per la storia di questi anni (Ceroli, Schifano, ecc.) o fenomeni e tendenze che apparivano circoscritti e di cui si cerca di analizzare l'incidenza (l'Arte Povera, ad esempio); ma, ancor più chiaramente, è testimoniato dal riproporsi, in termini nuovi be­ninteso, di certe soluzioni e di certe intenzioni (dalla new geometry al neo-minimalismo).

L'operazione polisemantica cui danno vita Rolando Zucchini e Geppo Barbieri ha per l'appunto i connotati di questa tensione a rimeditare esperienze, proprie o altrui, calandole nell'individuale lirica espressione, in una sintesi nuova che del passato utilizza le tensioni e alcune intenzioni, per approdare ad una nuova grafia.

Le differenze sono decisamente marcate, considerata la matrice diversa e la maturazione parallela; ma la convergenza in questo spirito di sintesi è evidente in almeno tre elementi caratterizzanti del lavoro individuale: il riutilizzo di materiali, se non "poveri", almeno "quotidiani"; il gusto quasi sensuale della pittura; il rigore geometrico delle com­posizioni.

L'astrattismo geometrico - con le derivazioni di arte programmata ed optical art - rappresentò la trasposizione sul piano visivo delle concezioni strutturalistiche; travolto il pensiero neopositivista da un incalzante impeto irrazionalistico, sembrava che il rigore geometrico dovesse sparire per lasciare, come traccia, solo il rinnovato senso della percezione visiva. In realtà, le ultimissime proposte dimostrano che è in atto il recupero di quei modi di lettura, che si va affermando un bisogno di disciplina formale in aperto contrasto con la libertà quasi estemporanea di certe proposte affermatesi negli anni Ottanta.

Rolando Zucchini ha fatto suo il credo dell'astrattismo sin dalle sue prime esperienze; e l'impianto di base è stato certamente quello delle geometrie, specialmente nelle im­palcature strutturali dell'opera.

La pressione inevitabile dell'informale, da una parte, e l'intensità di suggestioni del poverismo, dall'altra, hanno determinato scarti e dislocazioni non indifferenti, fino ad una sintesi armonica che, nell'equilibrio categorico delle geometrie, inserisce elementi non marginali di recupero degli oggetti (in particolare legno, ma anche cartone ed oggetti di varia archeologia) e il tutto cala in una voluttuosa sensualità di cromie che conferiscono un senso emotivo al­le opere.

Ne risulta una pittura in cui esperienze diverse (da un certo concettualismo di fondo, attraverso l'astrattismo nelle sue varie definizioni, fino ad un improbabile desiderio di riappropriazione delle radici territoriali) si fondono a costituire una grafia personale e ricca di fascino.

Sull'altro versante - ma in linea convergente - Geppo Barbieri parte da un'intenzione assolutamente libera, gestuale e quasi selvaggia del colore, aggredendo la tela con graffiante esplosività, sulla scia di un linguaggio pittorico che dalle intuizioni di Pollock giunge al graffitismo.

Ma, lungo il percorso, si inseriscono pulsioni varie e diverse, a modificare intenti, linguaggi e obiettivi: in primo luogo, il riferimento ad una realtà territoriale (quella umbra) di dominante sacralità, che ne orienta le scelte per lungo tempo, suggerendo composizioni proprie di una cultura pittorica e di una tensione storico-sociale che non lascia molti scampi; inoltre il piacere poveristico dei materiali, che mentre sembra "fare il verso" alla stessa sacralità, in realtà ne sublima i sensi remoti; ancora, la sensualità del colore rarefatto via via fino ad annullarsi nell'acromia del nero, pronto a sua volta a farsi barocco gioco chiaroscurale, per effetto di velature monocromatiche, di scansione degli spazi, di trasparenze dell'oro; infine, il bisogno quasi istintivo di un ritorno alla disciplina formale, fino all'estremo di un geometrismo rigoroso ed attuale, in linea con il recupero che la new geometry fa delle esperienze storiche in questa direzione.

In definitiva, lungo percorsi diversi e con motivazioni spesso lontane, Zucchini e Barbieri risultano chiaramente avviati a raccogliere in sintetica conclusione le antinomie che hanno caratterizzato la ricerca visiva negli anni della loro formazione culturale; che rappresenta probabilmente l'impostazione più convincente per chi voglia, da intellettuale, continuare nella ricerca visiva non solo come strumento di espressione di una lirica motivazione (formale o poetica) ma anche essere in sintonia con il nostro tempo, un'età in cui l'asprezza e l'aggressività delle recenti esperienze (più o meno deludenti) impone un momento di riflessione e di analisi, per cogliere il meglio di quanto si è prodotto e, su quello, costruire linguaggi nuovi ed incisivi.