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Bruno Barborini

 

 

31 ottobre - 27 novembre 1998 Pordenone "la roggia" Personale

 

IL PRINCIPIO È LA PITTURA

 

"Qualunque cosa cercassi di dire, mi esprimevo in versi" dice di sé Ovidio; e due millenni più tardi, Tzarà afferma: "Scrivo perché mi è naturale, così come piscio, così come mi ammalo".

Nonostante la distanza nel tempo, nello spazio, nella cultura e insomma in tutto il mondo inferiore ed esterno, due artisti esprimono con concetti simili un'esigenza di comunicazione che trova forma e via di espressione nel linguaggio istintivamente più congeniale, quello della parola in versi o in prosa.

Ma la Storia della civiltà e della cultura dicono chiaramente che si possono scrivere melodie immortali anche se si è ciechi o sordi, quando il linguaggio espressivo appreso diventa una seconda (o una prima) natura; e che si può arrivare anche a dipingere con il proprio piede sinistro, se la comunicazione visiva diventa il cordone ombelicale tra la propria sensibilità e il mondo.

Nel corso degli ultimi decenni, molti eventi di vasta portata hanno per tempi anche assai lunghi messo in soffitta i pennelli e i colori, dando spesso l'impressione che nuovi media, tecnologie più avanzate o semplice­mente una particolare temperie culturale potessero fare considerare anacronistici o superflui i canonici strumenti di espressione.

Ma puntualmente la Storia ha insegnato che "il principio dell'arte è la pittura" (o la scultura) e che tutta la sperimentazione che ruota intorno ha importanza e vive solo se è funzionale al miglioramento, al perfezionamento e, perché no, alla presa di coscienza che alcuni linguaggi - per la loro radicata e inestirpabile natura umana - sono insomma insostituibili.

Una testimonianza clamorosa - se mai ve ne fosse bisogno - viene proprio da un protagonista del concettualismo in Italia, Gino De Dominicis, che scandalizzò il mondo quando propose un handicappato ad una Biennale di Venezia e che alcune edizioni dopo - in un'altra edizione della stessa manifestazione ma in pieno clima di rappelle a l'ordre - fu premiato per la pittura; a fianco, non è difficile osservare la trasformazione linguistica in direzione della pittura di Mario Mertz negli anni recenti; e, sull'altro fronte, non si può ignorare che Mario Schifano ha attraversato le vicende più rivoluzionarie della cultura visiva del dopoguerra senza mai perdere la sua connotazione di pittore autentico.

Il radicamento profondo e convinto di Bruno Barborini nella pittura come linguaggio soprattutto cromatico emerge con eclatante evidenza in tutto l'itinerario della sua lunghissima carriera artistica, anche (forse soprattutto) attraverso i documenti più esplicitamente ascrivibili alle esperienze ed alla ricerche in area non-pittorica.

Il punto di partenza si colloca, non a caso, nella scia della scuola napoletana dei primi del secolo, in una visione della pittura che è tutta fatta di colore e di luce per conferire alla rappresentazione realistica il fascino dell'espressione suggestiva.

Immediatamente dopo, il rapporto con la realtà si fa sempre più labile e marginale, a favore di una carica emozionale che nella violenza della tavolozza trova la naturale via di più immediata, autentica ed efficace manifestazione: ciò avviene, probabilmente, per effetto di una temperie culturale in cui Barborini si trovò a vivere ed operare, caratterizzata particolarmente da un senso spontaneo, quasi istintivo del colore come strumento di espressione di sentimenti individuali e collettivi; ma anche, evidentemente, per un naturale bisogno di espressione in termini visivi che dalle esperienze e dalle sollecitazioni "di scuola" traeva solo gli strumenti per l'affinamento.

Infatti, l'itinerario artistico successivo testimonia un'attenzione appassionata alla cronaca ed alla società, alla storia ed all'individuo risolta sempre in termini di acceso cromatismo, di pittura che si espande sulla tela come manifestazione sanguigna di emozioni, ansie, speranze e timori: sia che rifletta sulla condizione alienante della società robotizzata nella civiltà postindustriale, sia che esprima il senso di sgomento di fronte al terremoto del Friuli, Barborini finisce per essere travolto dal suo stesso essere pittore a riconduce le sollecitazioni prime a semplice pretesto di colorismo effuso.

Non si tratta, evidentemente, di appiattire la realtà; ma piuttosto di lasciare semplicemente libera la fantasia pittorica di filtrare la realtà e di esprimerla in termini di luci e di colori, tanto per celebrare le "epiche imprese" di calciatori e ciclisti quanto per avvertire sulle possibili esasperazioni di un consumo che abbassa il livello della qualità della vita e fa "urlare" persino il sole.

Un atteggiamento analogo assume l'autore anche nei confronti dei materiali utilizzati, piegati sempre ad una funzione di supporto alla pittura: i tronchi lavati dall'acqua e i sassi levigati dal vento possono ben essere le forme plasmate dalla natura sulle quali l'artista interviene coi suoi giochi di luci e di colori; ma anche i materiali prodotti e poi scartati dall'industria hanno possibili valenze cromatiche (come le reti metalliche arrugginite) o possono piegarsi a giochi di trasposizione impensabili (come le inevitabili bottiglie di plastica a perdere che si trasformano in improbabili crocifissioni).

In definitiva, l'obiettivo dell'artista è il racconto del quotidiano, attraverso gli eventi e i materiali che fanno la cronaca; ma la sua personale lettura non può essere che pittorica: per questo, il suo itinerario esistenziale (lungo, articolato, talvolta difficile) non può che svilupparsi all'interno della intenzione espressiva di radice, che è quella del colore, autentico filtro della voce, anzi esso stesso voce che racconta e commenta, sussurra e grida gli stati d'animo e le emozioni umane.

Pordenone, 29 settembre 1998

 


 

25 maggio - 22 giugno 2003

Ca’ Lozzio Oderzo (TV) Personale

 

Il senso del Neorealismo - come è stato più volte e chiaramente detto da molti dei protagonisti - non era quello di una tendenza della pittura né quello di una Corrente culturale, ma piuttosto uno stato d'animo, una condizione delle coscienze che assumevano la società come campo di riferimento e di intervento, spesso anche politico; pertanto, anche se non arrivò mai a costruirsi come pensiero canonicamente definito, diede una tale impronta alla società - e non solo a quella nazionale - che, alla fine del secolo, si può già facilmente tentare di indagare quanto abbia influito sulla cultura mondiale della seconda metà del Novecento.

Chi ha vissuto con maturità di pensiero questa stagione ha percorso, in sostanza, il Secondo Novecento rimanendo saldamente ancorato ad una visione della Cultura che dal Neorealismo traeva origine e che dalle successive, coerenti sperimentazioni ha tratto il meglio per innestarlo produttivamente su quella radice.

Bruno Barborini, ad esempio, non può definirsi propriamente un Neorealista perché il suo interesse alla pittura è troppo vivo e specifico per lasciare campo ad un'intenzione sociale dell'arte, in senso stretto; e le sue ansie esistenziali si riferiscono ad una condizione dell'uomo troppo generale per essere riferita a problemi intrinsecamente politici.

Ma, a ben guardare, è proprio questa condizione di testimone sofferente della realtà umana a consentirgli di assumere anche dalla lezione Neorealistica quegli elementi di accorata partecipazione che segneranno la sua produzione pittorica fino ai lavori più recenti.

Sul versante del linguaggio pittorico, l'incontro con i muralisti messicani, da un lato, e con l'astrattismo americano, dall'altro, daranno alla sua tavolozza - già impregnata di luminismo -quella vivezza accesa e quella varietà infinita che ne fanno un Maestro del colore.

Ma, sul piano dei contenuti, questi stessi incontri lo porteranno a riflettere sulla società contemporanea e sulle grandi tragedie che provoca e soffre parallelamente.

Nascono da qui i grandi cicli ispirati dalla guerra o dal terremoto, dai genocidi perpetrati in tutti gli angoli del mondo o dalla totale alienazione dell'uomo nella macchina.

L'evolversi dei tempi - frettoloso fino alla frenesia - costringe anche Barborini, pittore per istinto prima che per educazione, a prendere in considerazione anche materiali "altri" rispetto ai pennelli e ai colori: ma ogni volta ritorna alla pittura riducendo i nuovi media a semplice supporto o a docile materiale per la sua interpretazione pittorica e coloristica: anche i rifiuti più banali, dai vuoti a perdere delle bottiglie e delle borse di plastica fino alla rete metallica per gli usi edilizi, diventano il suo modo di affrontare l'Arte Povera per condurla a diventare "Pittura", povera solo nei supporti manipolati con grande senso dell'ironia.

Il discorso potrebbe toccare anche molte altre tensioni della cultura visiva contemporanea alle quali Barborini si è accostato e con cui si è inevitabilmente dovuto confrontare: sempre e comunque, però, sarebbe facile segnalare come il nuovo abbia sempre osservato con attenzione e con amore, per piegarlo poi alla sua vena naturale di colorista e di Uomo.

Alla sua non più verde età, Bruno Barborini dimostra insomma una vivacità di attenzione ed una sensibilità alla realtà che lo rendono sempre attuale e nuovo, senza che si sia mai mosso dalla sua intenzione fondamentale, quella del testimone partecipe e del chiosatore in margine della nostra società, con lo strumento che sempre ha usato per esprimersi, per raccontare, per testimoniare, vale a dire la pittura nella sua interpretazione più umana, quella quasi artigianale del rapporto amoroso col colore e coi pennelli, soprattutto e in ogni caso attento a vivere con accorata partecipazione la durezza e la difficoltà di affrontare il "male oscuro" della vita quotidiana.

 


 

 

Gennaio - febbraio 2008

 Pordenone " la roggia" Personale

 

La cifra fondamentale per la lettura dell'opera di Bruno Barborini è senza dubbio la coerenza.

Coerenza di contenuti, innanzitutto, perché in tutto il suo lungo itinerario artistico l'interesse primario (forse addirittura unico) è stato quello di testimoniare la realtà, quella del mondo nel momento che viveva.

Addirittura, si potrebbe affermare che il dolore è stato il sentimento animatore di tutta l'opera, sia quando riferiva le sue tele ad una distruzione atomica che l'atmosfera tesa e cupa della guerra fredda suggeriva come un'eventualità prossima ventura; sia quando ha preso a riflettere sulle molte, troppe guerre che quotidianamente si combattono in tutti i campi, da quello militare (Vietnam, Iraq, Africa e via via attraverso tutti i conflitti che si continuano a consumare nel mondo ancora oggi) a quello civile, tra razzismi e violenze, malavita organizzata e disfunzioni sociali.

La sensazione di vivere sull'orlo di un precipizio di dolore e di stravolgimento ha accompagnato il suo lavoro in tutti questi anni, connotandolo con un carattere che è difficile confondere.

Ma anche sul piano formale, la coerenza è la linea - guida della sua pittura, quella che la rende leggibile al primo impatto per la sua intensa originalità

 Il colore si accampa sulle superfici quasi per naturale germinazione, si accorpa e si aggrega ad evocare le forme, piuttosto che segnarle o evidenziarle: proprio per questo assume un ruolo dominante nella lettura. Infatti, se le composizioni per se stesse rimandano alla paura, al terrore muto di fronte agli scempi, i colori invece sembrano parlare un altro linguaggio, quello della gioia di esplodere.

In molti casi, la violenza delle cromie e il "gocciolamento" spontaneo acuiscono il senso di tragicità dei contenuti. Ma, molto più spesso, la tavolozza iridata, accentuata nei toni caldi, sottrae alla sofferenza la sua ineluttabile violenza per suggerire, in alternativa, una sorta di ironia quasi carnevalesca, in un gioco di voluta ambiguità che porta a godere della visione anche di fronte alle tragedie che si consumano nel dipinto.

E, soprattutto, l'insistente volontà di luce che, a squarci o per intensa persistenza, anima sempre le composizioni, sembra contraddire alla sofferenza esplicita ed allude ad una possibilità di fuga o di riscatto.

Anche le opere dell'ultimo anno, il 2007, corrispondono a questa capacità di Barborini di essere testimone di un tempo infelice, con tutti i disastri di cui siamo capaci noi uomini: oscillano, infatti, tra la violenza degli sprechi sulla (e, soprattutto, contro) la terra e quella ancora più esplicita della malavita organizzata; tra il dolore per la scomparsa di grandi protagonisti e quello per la persistenza di stupidi atteggiamenti di prevenzione razziale; tra le colpe di una classe politica inerte e l'entusiasmo dei giovani comunque aperti alla speranza.

Ed anche sul piano formale la grafia è la stessa, fatta di pennellate nervose ed immediate, coi toni prevalenti dell'azzurro, del rosso, dei gialli, stesi (spesso, lanciati) sul supporto a suggerire personaggi e situazioni.

Di più, c'è l'utilizzo di un supporto solo apparentemente anomalo, fette di un antico tronco che un violento temporale aveva abbattuto.

In realtà, anche in questo appare la lucida coerenza di Barborini che già nel tempo aveva fatto ricorso, per le sue composizioni, a materiali più congeniali all'arte povera.

Il primo richiamo immediato è alle tavole che per alcuni secoli hanno costituito l'unico supporto della pittura storica. In questo caso, poi, si aggiunge il conclamato contrasto tra la naturalezza dell'albero (abbattuto dalle leggi della natura nel loro inevitabile intersecarsi) e la "tecnologia" della pittura che piega l'elemento naturale alla funzione comunicativa: l'idea che un pezzo di tronco possa essere base ad un'opera ispirata alla discarica ed alla recente vicenda campana dà da sola il senso della riflessione attenta, non disgiunta da uno spiccato senso dell'ironia.

Ormai maturo per anni ed all'apice della sua parabola artistica, Barborini sembra dilettarsi a riassumere il suo lavoro (quasi a riassumere se stesso) in una collezione unica, particolare e decisamente coerente, sia con i tempi che viviamo che con la sua grafia di artista.

 

(Pordenone, 01-02-2008)