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rassegne di fotografia

 

Toni Bellucci

 

Pordenone 19 ottobre - 8 novembre 1991

BRANI SPARSI 1 - Personale

 

II dibattito che, alla fine degli anni Sessanta, si aprì in Italia intorno alla ristrutturazione amministrativa del paese - fino alla costituzione, nel 1970, delle regioni a statuto ordinario - ebbe dalla cultura spinte e supporti di grande rilevanza, al punto che specifiche cattedre furono istituite in Università italiane, per approfondire i temi delle storie regionali.

Nelle arti visive - per iniziativa soprattutto degli operatori che si riconoscevano nelle attività estetiche nel sociale - il recupero della cultura indigena come patrimonio di base ( su cui elaborare linguaggi formali nuovi e antichi al tempo stesso) fu non solo uno dei cardini delle attività collettive, ma anche il presupposto del lavoro individuale degli artisti destinati ad essere - e che oggi sono - le presenze più significative nella cultura visiva in Italia.

A venti anni di distanza, la ripresa dell'analisi politica per una reversione dell'assetto regionale - paradossalmente, alle soglie dell'unità europea concretamente definita - sembra ribadire, in termini nuovi, uno dei principali assiomi da cui scaturivano le tensioni al decentramento - culturale prima che politico -, vale a dire la convinzione che il radicamento nella propria storia è l'unico argine possibile ad una massificazione omogeneizzante che - forse strumentalmente utile per i rapporti politici può risultare pericolosamente annichilente delle identità.

Nella direzione di non rinunciare alla propria personalità storica e culturale si muove il bisogno di nuovo Umanesimo che - ipotesi isolata e vaga fino a poco tempo fa -si sta configurando sempre più chiaramente come linea maestra di un pensiero che, senza rinunciare allo sviluppo consentito più agevolmente ad una società sovranazionale, cerca però di evitare l'appiattimento e la perdita delle identità specifiche.

Ancora una volta, l'attenzione degli artisti a questi processi è acuta e tempestiva; e - venute meno le tensioni collettive - i temi, le proposte e le urgenze di una corretta regionalità si ritrovano elaborati, meglio definiti e fortemente propulsi nelle individuali personalità e nei linguaggi espressivi dei singoli che - nella lora attuale autonoma originalità portano comunque chiari i segni delle esperienze vissute nel comportamentismo, nel poverismo, nella land art o, più in generale, nel concettualismo.

Quando poi il radicamento della personale individualità artistica si registra in un territorio di antica storia e di alto spessore culturale, diventa più agevole la scelta dei terreni di riferimento per far corrispondere pienamente la propria capacità di lirica rielaborazione a solide radici storiche e ad una temperie culturale attuale ed universale.

In questa logica, quella di Toni Bellucci appare una condizione di estremo favore, per il radicamento profondo in una regione come l'Umbria - ma, più ancora, in una città come Gubbio - ; per l'intesa rapida e pregnante esperienza vissuta nella ricerca visiva dell'ultimo decennio; per una sensibilità acuta alle infinite possibilità poetiche dei materiali ricavabili dal territorio.

Il campo di riferimento prescelto e privilegiato è infatti quello della campagna umbra, con l'inesausta ricchezza che ne fa il cuore verde d'Italia: il legno, la roccia, la terra sono i materiali primari che - prelevati sic et simpliciter; manipolati con intrecci di relazioni formali; filtrati attraverso la storia della scultura; elaborati con i riti antichi della cottura - egli piega a forme nuove ed eterne. Ma anche la storia comunale (con i segni macroscopici delle mura medioevali e dell'architettura originale o con quelli più sottili della più antica documentazione scritta della lingua italiana) diventa lo stimolo irrefrenabile a sbrigliare la fantasia creativa.

Con questi "strumenti di lavoro" Bellucci ha esercitato la sua presenza culturale in un momento in cui, nella sua città, il processo di passaggio da una cultura accademica ad una funzione sociale dell'arte trovava le espressioni e i momenti di maggiore peso; e il suo percorso si è sviluppato attraverso quelle tensioni che - in qualche modo riconducibili alla land art - era il preannuncio di una grafia artistica connotata con la determinazione con la volontà di armonia tra natura ed espres­sione, tra storia e creatività, tra arte e territorio.

Il procedimento operativo tende ad una sorta di "mimesi panica" tra l'artista, l'opera e la natura rispettata ed amata: la testimonianza più immediata e raffinata viene offerta dal lavoro "la scrittura dei tarli" realizzato alla fine degli anni 70, in cui la costruzione dell'intreccio di gallerie che nel legno i tarli operano per naturale necessità - ridotto a grafia con la semplice apertura trasversale del legno - si fa poesia visiva, intrecciandosi con la ricerca in atto sui rapporti tra i linguaggi.

Sicché, non è il caso che l'ultimo suo lavoro sia una sapiente manipolazione dei segni alfabetici delle "Tabulae Eugubinae", dilatati e modificati fino a perdere del tutto la loro già problematica leggibilità e risolversi in pretesto formale e segnico.

Analogamente, le sculture in legno e quelle in pietra sono, nella maggior parte dei casi, la sottolineatura pura e semplice di una forma naturale evidenziata sul posto, talvolta isolata dal contesto e posta a dialogare - con opportuni interventi - con altri elementi naturali, spesso anche dislocata in una diversa condizione che le conferisce suggestione evocativa.

Al rapporto di massima naturalezza con il mondo circostante ritorna anche, più che mai, l'attività ceramica, risolta in lineari processi di cottura della terra, rispettosi di ataviche indicazioni; anche se la privazione di qualsiasi funzione dell'oggetto, a favore della forma, trasferisce decisamente l'opera sul terreno dell'invenzione pura.

In sostanza, i legni tagliati e legati con lo spago; i sassi prelevati e manipolati con ferro e spago e ceramica; la terra plasmata e cotta: tutto, insomma, il patrimonio linguistico e tecnico di Bellucci accenna ad una sorta di volontà alchemica che si ferma alla soglia del mistero, quasi che l'artista, di fronte alla natura, abbia pudore a indagarla o peggio, a piegarla ad altre forme; per cui, postosi ai margini in riverente stupore, si limita a raccoglierne i frammenti e a combinarli con gusto ludico-sacrale, cerimoniere di un rito creativo che sembra incutere timor panico allo stesso sacerdote.