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Giulio Belluz

Biblioteca civica -
Pordenone
21 maggio 2009 Conferenza
Per chi è fatalista
(peggio ancora se superstizioso) certi eventi di un'esistenza vanno visti
come “segnali” che alla fine determinano la personalità: in qualche
caso il peso della famiglia può risultare decisivo ed ingombrante.
Giulio
Belluz, nato ad Azzano X nel
1943, in
piena Seconda Guerra Mondiale, pare che debba il nome ad uno zio morto in
guerra, in quegli anni, nel dolore insanabile di tutta la famiglia.
Lui
stesso, poi, ricorda che il primo dipinto che vide fu nella chiesa San
Pietro Apostolo di Azzano Decimo, dove un suo antenato, Andrea del Bel, fu
a capo della confraternita di Zuiano (dove il clan ebbe origine) verso la
fine del Settecento.Altre
volte, però, lui stesso ha dichiarato che il suo approccio con la pittura
fu del tutto casuale, legato in qualche modo ai giochi con suo fratello
che abbandonò presto la “smania” del disegno su pressione della
famiglia.
Suo
padre infatti aveva una piccola impresa edile: per questo, Giulio fu
avviato ad una scuola professionale che ne facesse un abile muratore
insieme al fratello di due anni più grande, che seguì le indicazioni
paterne.Giulio
invece cominciò a formulare ambiziosi sogni di artisticità, al punto che
il maestro delle elementari Silvano Manias (presumibilmente solidale con
suo padre) gli assegnò più volte in pagella una sola bocciatura, quella
in “Disegno e Bella Scrittura” e gli consigliò di frequentare le
scuole professionali dove avrebbe potuto imparare il mestiere di muratore,
perché nel campo dell'arte
non fai soldi.
Allettato
dalla promessa di fargli seguire un corso di mosaico, si diplomò
muratore; ma il previsto Istituto per il Mosaico ad Azzano non venne mai
realizzato.Giulio
però era ostinato e volle dimostrare che suo padre e il maestro avevano
torto e che la sua passione ed il suo talento in campo artistico non
potevano essere né contenute né soffocate dal pragmatismo del far soldi.
Inizialmente
anche sua madre, Maria Pallaro, si
mostrò contraria all'istinto artistico, ma il figlio, risoluto, la portò
dal suo confessore, Don Sante Taiariol, per un consiglio, e questi le
disse di andare a parlare con un artista di San Vito al Tagliamento
Federico de Rocco, a quel tempo (1956 – 1957) assistente all’Istituto
d’Arte di Venezia.
Madre
e figlio si recarono a San Vito in bicicletta, ma non trovarono il
Maestro, così che per due ore dovettero aspettarne in una chiesa vicina
il rientro a casa.
Il
positivo intervento di quest'artista convinse Maria – animo decisamente
sensibile – a mandare Giulio alla Scuola d'Arte; Belluz allora si
trasferì a Venezia dove tra mille inevitabili stenti seguì il corso di
studi e si diplomò ; si iscrisse poi all’Accademia di Belle Arti, nel
corso di Saetti, ma dovette rinunciare dopo due anni per inderogabili
esigenze di famiglia.
La
lezione del liceo artistico è risultata fondamentale per Belluz; e gli fu
suggerita da un insegnante, che al momento del diploma, quando si apriva
la prospettiva di tornare nel “borgo” di Azzano, gli disse: "Ma, cosa vuoi tu, no sta' preocuparte.
Tu vai in campagna. Te va in campagna e te pitura. No sta neanche comprar
el giornal. No sta’ vardar gnente. Te va in campagna, da
solo, te te mete là da solo e te pitura. Non andare a cercare grandi
cose".
Belluz accettò il consiglio e ne fece un indirizzo di vita, tanto
da rifiutare qualsiasi approcciò alle novità, come ha dichiarato (dopo
quasi trent'anni) in un’intervista: “A
Pordenone si fece anche della transavanguardia, con le iniziative di Enzo
Navarra, lui e altri artisti che ruotavano attorno alla galleria La
Roggia: Enzo Di Grazia, Giuseppe Onesti misero in atto delle performances
alla casa di ricovero, alla seteria dismessa di Cordenons, con
l'attrezzatura per coltivare i bachi. Giuseppe Onesti non ha più dipinto
per quasi sei anni, per fare 'ste cose…Volevano coinvolgermi in questo
gruppo, ma ho rifiutato, "mi pituro coi penei, fasso i
quadri"...”Il mio mestiere è quello di fare i quadri con i
pennelli e colori.”
Eppure, subito dopo il rientro ad Azzano, divenne intenso il
rapporto con quella parte dell’ambiente
artistico di Pordenone che risultava più aggressiva e disposta ai
rinnovamenti: in particolare Belluz ricorda una mostra con Giancarlo Magri
(nei primi anni Sessanta) e la sodalità con Giorgio Cosarini, Giancarlo
Teardo, Massimo Bottecchia e gli artisti che, nel 1965, diedero vita
all’Articlub (Gino Scagnetti, Giuliana Populin e Nereo Silvestrini).
Fu, questo, un sodalizio di intellettuali che ebbe vita breve ma
che riuscì a realizzare varie mostre fino al Premio Nazionale di Pittura
Città di Pordenone, che rappresentò il canto del cigno, perché avocato
dagli amministratori e affidato all’Agenzia M.B. di Pieraldo Marasi e ad
Alvaro Cardin, che sarebbe poi diventato Presidente della Propordenone e
Sindaco della città.
Nel
1961, a
soli 18 anni, allestì la sua prima mostra, a Palazzo San Marco a
Pordenone: “Quasi nessuno
venne a visitarla, e quel che è peggio nessuno comprò nulla. Stavo
smantellando l’esposizione,
quando a notte inoltrata un signore venne ed acquistò due dei miei
dipinti, guardando tutto senza profferire
parola. Poi arrivò un altro cliente, un famoso avvocato. Al mio ritorno
ad Azzano Decimo, seguii un corso
serale professionalizzante diplomandomi muratore, facendo felice mia madre
e continuando la tradizione di
famiglia, nonostante il mio vero amore rimanesse l'arte”.
Il
tema del mercato dell'Arte è stato da sempre centrale al lavoro di Belluz,
forse per effetto anche della stroncatura infantile che indicava l'Arte
come un'attività incapace di dare sostentamento.
Per
sbarcare il lunario, le provò tutte: con altri due giovani creò Studio
X, un laboratorio di pubblicità che si avvaleva di tecniche
d’avanguardia e incontrò il favore dei produttori locali; ma questa
esperienza si esaurì nell’arco di pochi anni; successivamente, avrebbe
percorso altre esperienze, compresa l'attività didattica; ma alla fine
“dipingere coi pennelli” si rivelò l'unica cosa che veramente gli
interessasse.
Nel
clima vivace della fine degli anni Sessanta era difficile disimpegnarsi
totalmente; ed anche Giulio Belluz, nella nativa Azzano Decimo, si trovò
coinvolto nella creazione dell'ARS Circolo - Artistico Ricreativo Sociale
- che operò attivamente
negli anni fra il 1967 e il 1993.
Come
era nelle abitudini del momento, sostanzialmente e principalmente, il
circolo promuoveva cineforum
nei quali la visione del film o del documentario era seguita da un
dibattito; poi allargò il suo interesse a temi più ampi: nel 1968,
organizzò
la prima celebrazione della festa del lavoro in Azzano Decimo (1°
maggio).
Tra
la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, l’attività
si rivolse ai problemi ambientali e nel 1981 promosse la salvaguardia
ambientale del fiume Sile, che attraversa il paese, organizzando una
pubblica assemblea supportata dalla visione di un film-documentario, con
il proposito di risvegliare la coscienza del popolo azzanese
Nel
1983-84, il Circolo ARS si oppose alla demolizione dell'originale edificio
del Municipio di Azzano ed alla conseguente costruzione di una più
alta e soffocante struttura.
In
questa iniziativa, Belluz mise a frutto anche una lunga esperienza
maturata collaborando con alcuni Studi di Architettura alla stesura di
progetti più o meno concreti e al design di oggetti d’uso.
Ma
i tentativi di aggregazione a cui partecipava più volentieri furono
quelli incentrati alla specificità del dipingere, come era stato con l’Articlub,
con lo Studio X, con l’Associazione Arti Figurative, fondata da
Tramontin e frequentata da personaggi come De Rocco, Cavazzon e Onesti:
con questi due ultimi fu creato anche un piccolo gruppo per fare arte
sociale; ma, successivamente, Belluz ha rinnegato questa esperienza
definendo le opere prodotte “orribili”.
A
queste condizioni, inevitabilmente il punto massimo dell’aggregazione fu
rappresentato dall’UNIONE DEGLI INCISORI VENETO – FRIULANI, fondata a
Portogruaro da Gina Roma e Cesco Magnolato, a cui aderirono una settantina
di incisori.
Il
massimo risultato fu raggiunto nel 1978 con una mostra itinerante; ma
ancora oggi l’Unione esiste ed è in grado di riprendere l’attività.
Alcuni
interventi occasionali furono poi legati piuttosto alla
notorietà del pittore che ad un autentico impegno politico, come alcuni
manifesti per attività sindacali, le cartelle di grafica prodotte in
speciali occasioni oppure l'opportunità di realizzare i ritratti delle
atlete vincitrici della “Coppa Europa di Sci” realizzata nel
1977 a Piancavallo.
Negli
anni successivi, legato come è sempre stato alla specificità della
pittura per sé, Belluz si è orientato sempre più verso l'isolamento e
la ricerca sui temi propri della sua esperienza.
Sostanzialmente,
l'interesse principale è quello alla figura femminile perchè «
Le donne sanno amare più di chiunque altro»: questo determina il
rispetto e l'ammirazione per la madre e per l'universo donna in genere,
che emana dai suoi dipinti.
L'amore
per la natura e i suoi aspetti più suggestivi gli deriva dalla grande tradizione della pittura nel territorio, che nella sua tavolozza raggiunge
vette notevoli.
Infine
i “sereni animali”, verso i quali ha dimostrato un interesse attivo,
che non sfocia nell'ecologismo aggressivo ma si limita a descrivere un
mondo in pericolo.
Anche
da questa scelta di fondo nasce l'altra, forse più contingente, di andare
a vivere in un cascinale fuori mano in perenne ristrutturazione, come la
barca recuperata da chi voleva demolirla e da lui rimessa in assetto con
un lavoro certosino che non ha (e forse non avrà mai) termine: in fondo,
l'amore per il mare – come quello per la natura – non può essere
circoscritto ad una vicenda conclusa.
E
Belluz continua a costruire sogni in bilico tra la fantasia del pittore e
la realtà umana.
Ma
la scelta di “eremitaggio intellettuale” non favorisce certamente la
sua presenza nel vivo del dibattito culturale che comunque, in provincia e
in regione è vivace ed intenso.
Le
sue “apparizioni” si sono limitate negli anni ad alcune presenze –
significative in un ambito territoriale – che hanno proposto per
l'appunto la sua visione della donna o quella dei “sereni animali”.
Addirittura,
finiscono per essere (immeritatamente) sottovalutate alcune mostre
importanti come quella in Austria o quella in Polonia.
E
tutto il curriculum di Belluz parla di un artista fin troppo schivo che
non si è mai impegnato per uscire dai confini della propria realtà,
talvolta rifiutando quello che poteva intervenire a “stravolgere” i
suoi equilibri, per continuare insomma a fare quello che ha sempre fatto,
dipingere coi pennelli il mondo che gli sta intorno.
La
mancanza di comunicativa ha condizionato anche la valutazione globale
della sua attività che ha svariato dall'architettura al design, dalla
pittura all'incisione, dalla scultura al mosaico e, soprattutto,
all'affresco, genere che è peraltro la sua specialità ma le cui tracce
sono sommerse nei lavori di restauro delle ville del circondario.
Figlio
della sua terra e profondamente legato ad una famiglia con principi
rigorosi, Belluz ha finito per curare
soprattutto la parte che gli interessava del fare Arte, vale a dire la
tecnica e le soluzioni cromatiche.
In
questa direzione, è innegabile il valore assoluto delle sue opere che
possono attingere largamene alla grande tradizione italiana (e spesso a
quella più specificamente veneta) per inglobarla in una visione moderna e
spesso ardita che lo porta a mettere insieme mitologia ed astrazione,
racconto ed esercizi di bravura nell’uso del colore, intento sociale
profondamente sentito e gioco elegante delle composizioni.
In
buona sostanza, il posto di privilegio che gli viene riconosciuto
nell’arte contemporanea in provincia e in regione è più che meritata e
segnala un autore che ha lasciato buone e profonde tracce, anche se una
naturale ritrosia, il carattere forse troppo schivo e una certa difficoltà
a mettersi in relazione con un mondo difficile come quello dell’arte gli
hanno impedito quegli scatti (e quegli scarti) che sicuramente lo
avrebbero messo in una luce ancora più giusta.
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