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rassegne di fotografia

 

Esa Bianchi

 

Pordenone 16 aprile – 1 maggio 2005  Personale

 

INEFFABILE DIVERSO

Fra le possibili motivazioni di un linguaggio artistico, una delle più suggestive risulta senza dubbio la possibilità di dare corpo e forma all'ineffabile, percorrendo tutte le strade possibili e praticabili fina ad una formulazione che faccia da tramite fra i contenuti e i fruitori.

Specialmente in pittura, il procedimento appare di ineguagliabile efficacia, sostenuto com'è dall'ampia varietà dell'ineffabilità (dal timore alla curiosità; dalla diversità all'estraneità; dalle certezze all'impotenza; dall'indescrivibilità al senso del tabù e cosi via); dalla gamma infinita di soluzioni formali che gli stati d'animo possono suggerire; dalla possibilità di ricostruire, dentro il proprio mondo pittorico, una realtà leggibile che nasca dall'indicibile esterno.

Negli anni recentissimi, a dominare l'incapacità di comunicare è stato senza dubbio il terrore, quella sorta di fredda impotenza che - dalle torri gemelle, attraverso la stazione di Atocha, fino allo stillicidio quotidiano di uccisioni e sequestri - ha gelato le parole sulle labbra e i colori nella tavolozza.

Di più, si è trasformato in una sorta di orrore incombente la "diversità" di quel mondo dell’Islam che improvvisamente è apparso non più un vicino con cui convivere ma uno sconosciuto da indagare, se non addirittura un nemico da temere in maniera totalmente inconscia.

Chi vive e coglie "intellettualisticamente" questo senso di impotenza di fronte all’"altro", quasi sempre si limita a coglierne i termini di angoscia all'interno di un più generale senso di disagio di fronte all'ineffabile, all'ignoto o comunque al diverso.

Ma chi abbia con queste realtà un rapporto più profondo e viscerale non può fare a meno di avvertire con profondo travaglio i dubbi, gli interrogativi e i timori che una situazione nuova e imprevedibile porta anche nella quotidianità della vita e del lavoro.

Per Esa Bianchi, il problema di dare voce all'ineffabile e di dare spazio alle diversità nel suo lavoro è stato una sorta di pane quotidiano da sempre; tutta la sua vicenda pittorica si sviluppa sulle tematiche dell'interesse alla condizione "altra", dei singoli come delle categorie sociali.

La vicenda recente ha investito direttamente la sua coscienza sociale e culturale ponendola dì fronte con la massima drammaticità al problema del mondo dell'Islam che - un tempo vissuto all'interno del dramma delle donne, per esempio - ora si dilata a problema più vasto e forse impalpabile di mistero della diversità.

Parallelamente, la condivisione fisica della civiltà occidentale, made in USA, non si può più risolvere nell'uso di colori e forme derivanti da quella cultura ma si fa necessariamente nuova occasione per raccontare un indicibile che fino ad ieri era evidenza assoluta.

In sostanza, i parametri sono quasi totalmente saltati e attendono di riequilibrarsi su una condizione meno provvisoria ed enigmatica.
Anche il linguaggio pittorico ne resta evidentemente travolto e squilibrato, non essendo più consentito il ricorso alla solarità della tavolozza, generatrice di prospettiva, di speranza e di impegno; e non essendo più possibile il ricorso a forme che emergevano dalla nebulosità de l'ineffabile per attingere alla massima visibilità consentita. Il non detto, l'accennato, l'allusivo diventano i parametri provvisoriamente praticabili per dare forma e voce alle ansie, alle incertezze, alle paure.

I paesaggi fascinosi e inquietanti dell'oriente marciano in parallelo e contrastano con quelli ansiosi e provvisori dell'occidente; le figure perdono consistenza e sembrano nascondersi per timore di incontra il reale; il colore stesso si fa getto violento di emozione piuttosto che stesura serena di campiture

A ben guardare, proprio su questo versante sembra meno traumatica la condizione del momento storico, essendo da sempre Esa Bianchi abituata a far "esplodere" con forza (se non con violenza) l'emozionalità dalle sue tele; ma certamente il senso della provvisorietà del momento accentua questo tratto aggressivo della sua grafia pittorica; e la produzione ultima attesta di una partecipazione accorata alla realtà che è dovere fondamentale per chi fa arte e, quindi, comunicazione.