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Nello Bocci

 

Pieve Santo Stefano (AR) 1 – 10 settembre 1990 Personale

 

Il mito del "buon selvaggio" è stato, ne! secolo XX, una costante presente in tutte le possibili forme: ed ha interessato la cultura non solo sul piano della ricerca teorica ma anche su quello del collezionismo (col saccheggio incontrollato di tutto ciò che avesse sapore esotico: meglio ancora se antico) e soprattutto come stimolo e sollecitazione dell'espressione, specialmente di quella visiva, che ha recuperato le forme primitive (particolarmente quelle africane e sudamericane) per rielaborarle in chiave di nuova visualità; la scultura, più delle altre arti, ha trovato così una fonte quasi inesauribile di proposte, di soluzioni, di sollecitazioni.

Nello Bocci non è sfuggito alla generale atmosfera di recupero del primitivo, favorito dal radicamento nella terra umbra, dove le suggestioni di una "primigeneita" storica della scultura sono frequenti ed arricchite da una intensa spiritualità.

Anche nel suo caso, però, il primitivo e il classico si sono incontrati con una formazione culturale contemporanea nella quale agiscono ed incidono profondamente, da un lato, la ricerca di nuovi materiali o l'utilizzo di quelli canonici in termini nuovi; e, dall'altro lato, le suggestioni dell'astrazione, sia nella direzione della geometria pura che in quella della libera elaborazione.

Il risultato è una sensibilità ai valori plastici che riassume le diverse polarità in un'unica tensione dove il rapporto tra entità opposte (il maschile e il femminile, in prima istanza; ma tutte le altre dicotomie possibili) diventa articolazione di pieni e di vuoti; la struttura totemica si fa slancio elegante di pure forme, la sensualità dei materiali si risolve in estrosa manipolazione del "trovato" oltre che costruzione del "cercato", su cui insiste con efficacia un sapiente quanto ardito gioco cromatico.

 


 

Pordenone 30 novembre - 31 dicembre 1991

 

SI PARVA LICET 2^ ed

Tra la «primavera francese» del maggio '68 e la caduta del muro di Berlino, nel novembre '89, la storia contemporanea ha registrato un lungo «sciame sismico» di trasformazioni - in successione spesso frenetica - che hanno avuto, tra i caratteri inediti e decisivi, una virulenta deflagrazione seguita da una rapidissima e vastissima diffusione. In poco più di vent'anni, si sono concentrati avvenimenti decisivi che hanno sconvolto l'assetto del mondo, sia nei confini geografici che nei valori etici e politici, incidendo profondamente nell'evoluzione della civiltà.

L'esplosione improvvisa dei fenomeni è stata, però, solo apparente, essendo molto più intenso e sofferto il processo di evoluzione del pensiero che ha determinato le radicali trasformazioni cui si è assistito e che costituiscono solo il momento epifenomenico, verificabile e determinabile nella cronaca e nella storia; più concretamente spiegabile e conseguente è stata invece la diffusione in tempo reale in tutto il mondo, della notizia, prima, e del «contagio», poi, degli elementi di trasformazione.

A determinare questa rapidità di sviluppo dei processi e della loro diffusione, ha contribuito non poco l'altissimo livello dello sviluppo tecnologico, sia della produzione che della comunicazione, che ha favorito processi accelerati di modificazione del pensiero e dei costumi e la loro incidenza in tutti gli angoli del mondo, anche se con tempi, procedimenti ed effetti diversi in relazione alle specifiche situazioni. Il ruolo delle arti visive è stato primario, non solo per la parte che riguarda la comunicazione, ma anche per quella che attiene all'espressione culturale e alla sua capacità di incidere sulle convinzioni, sui costumi e sui processi storici.

Anche in questo ambito, è stato naturalmente decisivo l'uso largo e spesso provocatorio degli strumenti tecnologici, piegati alla resa estetica in forme più o meno felici e coerenti. La rapidità di adesione alle nuove tendenze e la possibilità di accoglierle in una precedente tensione sono state sempre legate a fattori vari e diversi, che vanno dalla formazione culturale individuale alla tradizione storica locale, dalla vicinanza (geografica e cronologica) agli epicentri dei fenomeni alla possibilità di accoglierla direttamente o per successive mediazioni.

Gli operatori che vivono «alla periferia» e vi sviluppano la loro attività con tutti i condizionamenti che la specifica situazione inevitabilmente comporta, hanno avuto spesso la ventura (che non raramente è risultata alla fine una felice condizione) di entrare in contatto con le nuove tensioni quando esse avevano già perso l'urgenza della prima intenzione e, con essa, quel tanto di orgastico e di non definito che sempre implicano le novità; di viverle con maggiori possibilità di meditazione e di riflessione; di plasmarle alla luce di un'esperienza antica non rinnegata né accantonata acriticamente.

E, molto spesso, è stata proprio questa possibilità di filtro, a produrre quei momenti di analisi e di maturazione che fanno, di un'intuizione di forte impatto, un «canone» coerentemente elaborato e opportunamente sfrondato degli eccessi, per condurlo nell'alveo di un «movimento» che delle tensioni innovatrici coglie il meglio e l'essenziale.

L'esperienza personale - di vita e di lavoro - ha condotto Nello Bocci fuori dalla natia Gubbio, proprio nel periodo in cui la locale amministrazione pubblica decideva di dare spazio alle proposte socio-estetiche dell'attività nel territorio (sostenute da Crispolti e dalla Bentivoglio): ma il legame continuo e viscerale con la terra d'origine, attivo anche nel periodo di «esilio», e l'impegno ai massimi livelli, dopo il «ritorno al paese», sia nell'attività artistica che nella vita politica, lo hanno posto nella condizione di testimone fortemente interessato a quella tensione culturale alla quale si trovava disponibile per naturale propensione, pur non essendone operativamente coinvolto.

Quasi per un gioco ironico della sorte, il suo rientro a Gubbio ha coinciso con la crescita a Pordenone (dove aveva a lungo vissuto, esprimendo una parte non marginale della sua ricerca e della sua produzione) di un'attività poetico-politica, in cui si è trovato coinvolto non marginalmente, fino a svolgere un ruolo decisivo nelle iniziative combinate e intrecciate che tra due diverse facce del «lavoro in provincia» si sono andate evidenziando e definendo in questi anni.

Questa condizione - per altri versi disarmante, considerata la puntuale dislocazione rispetto allo sviluppo degli avvenimenti - è risultata invece, sostanzialmente, la più utile possibile dal momento che gli ha consentito di riflettere sul genere e di coglierne la sintesi senza peraltro venire coinvolto traumaticamente in quelle scelte che - per necessità storica- hanno fatto dell'operare estetico nel sociale una linea di tendenza provvisoria e desti­nata a trasformarsi in una tensione diversa e più meditata, della quale si ricercano anco­ra contorni definitivi.

Per converso, la duplice esperienza - vissuta indirettamente, da attento osservatore pronto a coglierne le indicazioni positive - gli ha fornito le indicazioni per evolvere la sua naturale vena, di scultore fortemente e convintamente legato ad una visione canonica dell'attività, verso una nuova e più vasta intenzione della materia e della sua manipolazione. Il dato più significativo è stato senza dubbio l'immersione totale nella realtà del territorio, della sua storia, della sua cultura primigenia, della sua strutturazione fisica; e il radicamento nel mondo di origine gli ha fornito materiale inesauribile per una visione della scultura in termini di ardita modernità continuamente temperata da una plastica intenzione di storica sedimentazione.

Dalle mensole dei tetti adattate a creare improbabili forme totemiche al prelievo delle tracce di macchine contadine sulla terra arata; dal trattamento antico della ceramica alla costruzione, con materiali industriali, di strutture monumentali, il percorso di Bocci si è svolto tutto nell'argine di alcune indicazioni che delle recenti esperienze - e dell'operare estetico nel sociale, in maniera più chiara - sono senz'altro il prodotto più convincente e ricco di prospettive.

Si distingue infatti nella sua produzione un senso vivace del recupero dei materiali - in prevalenza, quelli naturali, senza disdegnare però quelli scartati dall'industria - che il poverismo classico piega ad una ricerca sul territorio e sulle sue attività atavicamente più incisive nella società e nella cultura indigene (dalla ceramica all'agricoltura all'industria del cemento) in una logica pop-artistica che è piuttosto felice interpretazione del «genius loci».

Il senso antico della monumentalità funzionale - così trasparente nel territorio, attraverso le architetture sia spontanee che storiche - trasfigura in una convinzione della scultura come integrazione dell'arredo, urbano e domestico, che fa dell'opera contemporanea un termine di dialogo con la storia antica; e la religiosità di ascendente francescano (già trasformatasi, nella coscienza popolare, in quella - più ambigua - dei «ceri di Sant'Ubaldo») diventa laico sentimento della sacralità che svaria tra la natura e gli oggetti di culto sempre riaffermando la convinzione dell'Arte come fondamento vitale del pensiero.

Ne nasce la figura di un'artista - precipuamente, e non a caso, scultore e ceramista -che le realtà antica e contemporanea della sua terra interpreta in senso dinamico, risolvendone la sintesi in una matura coscienza della storia contemporanea, sia civile che artistica.