viale Trieste, 19 33170 PORDENONE (I) tel. e fax ++39 0434 552174 c. 3388894652 laroggia@tin.it

 

HOME

ANNALE

ARTISTI

CALENDARIO

SEDE

STORIA

VETRINA

COLLETTIVO LINEACONTINUA

PASSEGGIATE ITALIANE

PASSEGGIATE EUROPEE

MESSA A FUOCO

rassegne di fotografia

 

Raffaele Bova

 

Caserta 16 – 28 febbraio 1974 Personale

 

Un uomo, sbucciando una mela, inventò i rifiuti. Ma poi li seppellì e li chiamò concime.

Poi li sostituì con i concimi chimici. Scoprì il petrolio, e nacque il consumismo ed i non-biodegradabili. La nostra società,si basa sui rifiuti: liquidi, solidi urbani, domestici, industriali, organici e inorganici fanno tutto un mucchio che ogni giorno ci assale, ci assedia, ci sommerge.

Viviamo nelle gabbie, rifiuti del cemento; respiriamo nell'aria i rifiuti di smog di mille ciminiere; traboccano rifiuti la rete fognante, le vie del centro, e tutti i grattacieli; galleggiano rifiuti nelle acque dei fiumi, in quelle del mare, dei laghi e dei torrenti, son gremiti di rifiuti. finanche i monumenti, le chiese e gli ospedali.

Ma i rifiuti peggiori sono quelli che ci giungono dalla televisione, dai libri, dai giornali, da tutto l'apparato del sistema statale. Viviamo tra i rifiuti di una libera mente, tra i prodotti respinti dalla libera gente, divoriamo gli escrementi del sistema dei consumi, che ci propina insistente tutta la pubblicità.

I nostri sentimenti son rifiuti del cuore, l'azione quotidiana è figlia del rifiuto, ogni nostra parola è scarto della mente.

Ci sentiamo rifiuti finanche noi stessi, logori e consumati da tutti i processi di completa alienazione che ci impone il sistema della meccanizzazione.

Abbiamo coniato i termini di ecologia, di protezione d'ambiente, di vita da salvare, di uomo con se stesso, di natura pulita.

E gridiamo gli slogan dalla macchine in corsa, dalla radio a tutto volume, dalle immagini della televisione, dalle scritte sui muri, dai cartelli stradali, da tutte le etichette del nostro scatolame.

E i rifiuti si accrescono, diventano montagne: e noi ci costruiamo un"villaggio sportivo e le dighe foranee per rubare al mare dieci metri di costa.

Ma i rifiuti continuano a crescere, a dominare, a gonfiarsi di noi, della nostra mania di. consumare molto, in, fretta e ad ogni costo.

E noi consumeremo fino a quando il sistema non ci avrà annullato, distrutti e consumati, ridotti finalmente anche noi in rifiuti di questa società.

 


Aversa (CE) luglio – agosto 1995 Personale

 

IL LIRISMO ECOLOGICO DI RAFFAELE BOVA

Agli sgoccioli ormai del secolo, il Novecento si presenta, nella cultura (ed in quella visiva specialmente), come un secolo di profonde trasformazioni, un'età da "crisi di rinnovamento" in cui la sperimentazione ha spostato il limite al di là di ogni previsione, sulla scia di uno sviluppo tecnologico decisamente accelerato; e solo alla fine -quasi a riprender fiato dopo una lunga corsa - ci si pone il problema di ricondurre gli assunti della ricerca nell'alveo di una "storicità" dell'evoluzione del pensiero estetico. Il motore attivo dei processi di modificazione è stato senza dubbio un'interpretazione concettualistica dell'Arte che - per vari percorsi, con molteplici strumenti, da molteplici intenzioni - ha condizionato l'espressione, dalle "rivoluzioni" dei primi anni del secolo fino agli assunti più attuali.

Dopo i primi, duri colpi assestati all'Accademia sclerotizzata (sul piano delle ricerche formali, con l'invito a tener conto delle conquiste della scienza) il problema della funzione sociale dell'arte si è fatto quasi naturalmente centrale alla ricerca, con particolare evidenza a partire dalla metà del secolo; e tutte le energie sono state tese a proporre un ruolo dell'artista di attenta testimonianza - se non addirittura di protagonismo -della realtà sociale del suo tempo, per esprimere, attraverso i suoi linguaggi specifici, disagi, bisogni, denunce, proposte, nell'ambito di quella necessità di migliore "qualità della vita" diventata centrale alla realtà quotidiana.

Ci si è serviti di tutti gli strumenti, dall'ironia graffiante al lirismo evasivo, dalla canonica scultura al recupero di materiali consumati, dal graffitismo al concettualismo: addirittura, fenomeni di "rappelle a l'ordre" come poteva apparire l'invito a guardarsi dentro - proposto dalla Transavanguardia - sono risultati, alla distanza, ipotesi di nuovo Umanesimo.

Il centro focale del processo di trasformazione in senso concettualistico del pensiero estetico è stato costituito probabilmente dal predominio attribuito alla Creatività rispetto all'Artisticità, con il conseguente privilegio della gestualità, della pregiudiziale antropologica del fare arte, di una totale libertà anarchica nei ruoli, nelle funzioni, nell'uso degli strumenti.

Ad un quarto di secolo da momenti "topici" del fenomeno, il senso "storico" della vicenda culturale riprende il sopravvento; e riporta alla specificità gli strumenti, i linguaggi e gli autori, senza però per questo negare gli assunti della sperimentazione, primo fra tutti il bisogno dell'artista di essere "uomo del suo tempo". Un tale percorso è stato seguito in maniera particolarmente sofferta da quegli artisti che proprio alla fine degli anni Sessanta realizzavano le prime importanti esperienze di "operatori visivi" (come allora usava dire) e che lo sviluppo del processo hanno vissuto direttamente in questi anni, ed accompagnato con la loro opera.

La vicenda di Raffaele Bova potrebbe apparire quasi paradigmatica. I suoi esordi artistici si collocano immediatamente nella sfera dell'arte "sociologica", con paesaggi "infiocchettati" e colori pastellati o con "interni di bagni" che si situano al crocevia di una lezione di Accademia non ordinaria (per le spiccate concessioni al Dadaismo, al fumetto, all'incisione), di un profondo radicamento in un territorio sconvolto da repentine trasformazioni, di una presenza attiva in un ambiente culturale (la provincia di Caserta) a quel tempo ricca di fermenti; di un istintivo "bisogno di pittura".

L'assunzione delle tematiche proprie dell"'Arte sociale" non fa che spostare il linguaggio dall' "ironia dei fiocchetti" alla durezze realistiche della denuncia dell'inquinamento, anche con media non più strettamente pittorici e con gesti non necessariamente individuali.

Ma anche nella realizzazione collettiva di interventi nel sociale, di installazione, di attività di animazione, resta connotato spiccatamente il suo gusto per il prelievo dalle scorie del quotidiano, dalla lira alla foto di classe, dal rito dell'uccisione del maiale alla porta dei bagni pubblici direttamente prelevata: l'ironia dell'esasperazione va a braccetto col recupero di un passato non ancora sepolto; il senso quasi istintuale della pittura accompagna una sofferta riflessione sulla condizione umana.

L'approdo più recente è stato inevitabilmente la riduzione a "codici a barre" di tutto, persone comprese.

Attraversato con acuta attenzione il territorio del concettualismo poveristico e comportamentale, Bova si accorge di non aver mai tradito la vena primigenia di disegnatore e di pittore; ma prende anche coscienza della possibilità di continuare, attraverso questi strumenti specifici, la riflessione sui "rifiuti" prodotti dalla società dei consumi e di porli a confronto con una naturalezza obsoleta e soffocata, spostandosi decisamente da una lettura di propensione antropologica ad un'altra che nella pittura ha la chiave più idonea.

Dai paesaggi "coi fiocchi" a quelli con la "gabbia" passa la storia di questo quarto di secolo di ulteriore imbarbarimento, di perdita della possibilità di frenare lo scempio e di "salvare il salvabile"; dai colori pastellati a quelli aggressivi e terrosi passa la coscienza progressiva di impotenza dell'intellettuale a determinare le scelte; dalle performances nel mondo contadino al surrealismo degli ortaggi che volano sulle case passa il rifugio nella lirica di chi ripiega su se stesso e rinuncia alla speranza.

La condizione degli artisti (e degli intellettuali) che - dopo l'ubriacatura "sessantottina" - prendono coscienza di uno "yuppismo" e di un "miracolismo" radici di tante degenerazioni, è ben fotografata nei lavori recenti che, in qualche modo, tornano alle origini e surrealisticamente coniugano i temi della naturalezza, del radicamento, del lirismo con la denuncia di una condizione oggettivamente alienante, oppressiva, asettica e allucinante come quella dei polli in batteria o dei banconi del supermarket.

Ne deriva un'inquietudine al limite dell'angoscia, profondamente diversa e decisamente sfiduciata rispetto al passato, perché stavolta l'artista sembra non essere più in grado di stimolare, di suggerire o di proporre, ma solo di allargare le braccia per dire: "... io non c'entro... voi... voi.... salvate il salvabile".

 


DALLA MATRICE AL CODICE IL QUADRO È FATTO.IT.

SECONDA UNIVERSITA' DI NAPOLI

Facoltà di Architettura "L. Vanvitelli" Aversa (CE) Chiostro di San Lorenzo 23 luglio 2010

 

Sin dagli inizi della sua attività, Raffaele Bova ha continuato a "fare il suo mestiere" che è quello di dipingere in maniera provocatoria.

In un primo tempo, il tema più caro è stato quello dei rifiuti che utilizzò come soggetto in molte mostre e per lungo tempo ancora, fino alla paradossalità di inserirli in un'opera di grande dimensione composta per una "chietta" di Battenti per la Madonna dell'Arco, vale a dire in un'opera di soggetto sacro.

La scelta dell’”operare estetico nel sociale” e l’adesione al Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro accentuarono il gusto della satira violenta attraverso la pittura e la scultura.

Lo sguardo si spostò però verso un’altra forma di “produzione di rifiuti” che era quello della plutocrazia: prendendo a soggetto la lira (in sostanza, il più bistrattato ma anche il più sconosciuto degli strumenti di consumo e produzione di rifiuti) realizzò moltissimi interventi e ipotizzò moltissime costruzioni, prime fra tutte una enorme monumento caduco, da costruire in legno ed, eventualmente, da distruggere o bruciare.

L’attualità dei nostri tempi suggerisce facilmente la lungimiranza delle scelte e l’opportunità delle denunce ma obbliga anche a prendere atto che non si è fatto niente (e forse niente era possibile fare) per evitare le conseguenze che il consumismo e l’incuria del problema dei rifiuti hanno prodotto, specialmente in area campana: in sostanza, solo dopo trent'anni, gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato che la scelta era stata giusta e che l'indicazione era opportuna; ma ancora il problema resta lì, nascosto sotto il tappeto e tutto da risolvere.

Successivamente, ha spostato l'attenzione sull'annullamento dell'individualità nei "codici di identificazione": il senso delle personalità perdute, dell’omologazione che annienta, della perdita totale di qualunque elemento di identificabilità è fin troppo chiaro nella serie dedicata ai “codici a barre”; ma finisce per travolgere tutti quei sistemi che omologano gli individui e li riducono a numeri e sigle, negli uffici come ella vita privata, nelle anticamente d’ospedale o semplicemente elle code alla posta.

Anche in questo caso si ha la sensazione di una "vox clamantis in deserto" per dire agli altri quello che gli altri fanno finta di non sentire.
Comunque tenace fino alla testardaggine, trent'anni dopo, con lo stesso spirito (che in fondo non aveva mai abbandonato), Raffaele Bova è ritornato all'attività di animazione, sollecitato anche da un gruppo di giovani operatori di Aversa e dalla facoltà di Architettura che intanto in questa città è sorta.

Assumendo stavolta una posizione separata, quasi da suggeritore, ha preparato dieci tele di medio formato sulle quali aveva tracciato la scritta ".it" che dava l'abbrivio alla manifestazione.

Sulle tele sono stati invitati a segnare la propria matricola, il codice fiscale o l'indirizzo internet tutti gli studenti e i docenti della facoltà, a cominciare dal direttore; fedele a certe tradizioni, Bova ha fatto diffondere un volantino illustrativo della manifestazione:

Nel corso degli anni Settanta, uno dei modi attraverso i quali gli artisti entravano in contatto con la realtà era certamente quello dell’”operare estetico nel sociale” che proponeva una funzione decisamente politica dell’arte ed una capacità dell’artista (anzi, dell’”operatore estetico”) di proporsi come testimone non marginale né passivo degli eventi rispetto ai quali proponeva modelli, forme e strategie di intervento.

Nel corso degli anni, queste competenze sono via via passate a strutture meno specifiche o creative, come possono essere quelle dell’arte; e sono invece diventate patrimonio più diffuso della società e delle sue strutture, a cominciare da quelle scolastiche.

Difatti, gli happenings, le performances, le invenzioni estemporanee e creative sono diventate appannaggio (sempre più spesso) dei gruppi politici che le hanno largamente utilizzate nei cortei, nelle manifestazioni di protesta, insomma nelle attività pubbliche.

Addirittura, negli stadi la creatività si è espressa attraverso tutti i linguaggi possibili e praticabili, da quelli vocali a quelli scritti, dal disegno alla riproduzione fotografica.

Nelle scuole, poi, la sollecitazione didattica della creatività ha dato luogo a manifestazioni fondamentali che una volta apparivano “follie da artista”.

Il compito degli artisti - almeno di quelli che dalle esperienze dell’operare estetico nel sociale hanno preso le radici e i modi di esprimersi - è diventato allora quello di desumere dalla realtà le sollecitazioni e trasformarle in gesto estetico, con un percorso all’apparenza opposto a quello precedente ma in realtà con esiti altrettanto significativi.

Tra gli artisti che, in Terra di Lavoro, si sono distinti in questo genere di attività, Raffaele Bova ha avuto un ruolo sicuramente di primissima importanza, considerata la connotazione di denuncia politica che i suoi interventi hanno posseduto in maniera esplicita sin dalle primissime iniziative: per tutte, basterebbe l’insistenza quasi ossessiva sui rifiuti come base della società e dell’attività artistica (fino a celebrarla in un’opera di ispirazione religiosa) e la quasi maniacale utilizzazione della lira (la moneta-fantasma di quegli anni) per denunciare una condizione di asservimento al mercato e alla plutocrazia.

La ”scoperta” dei codici a barre come sistema di cancellazione della personalità, dell’individualità, dell’unicità degli individui è, in qualche modo, una conseguenza logica del percorso.

Nasce dalla realtà, anche stavolta; ed anche in questo caso vale come indicazione estetica nel sociale.

Ma stavolta fa leva e si avvale del lavoro didattico per dare forza al discorso, per cui non è più l’artista a proporre l’indicazione, ma sono soprattutto gli altri (la scuola, la società) a vivere con lui la denuncia che l’attività esprime.

E forse è il passo avanti più importante per un linguaggio che, dopo trent’anni, potrebbe apparire obsoleto o ripetitivo; ma che, a ben guardare, risulta sempre (tragicamente) vero ed attuale.

Perché i problemi esistono e premono sull’uomo.

Alla fine, ha provveduto a scoprire le scritte - che erano state coperte con nastro adesivo colorato col bianco del fondo - e le opere così costruite sono state raccolte per una mostra.

In sostanza, l’idea che dai “rifiuti quotidiani” si sia passati ad una sorta di “rifiuti sociali” diventa intrigante e forse preoccupante - alla luce anche dei tagli che nei posti di lavoro e specialmente nella pubblica amministrazione si operano quotidianamente e impunemente – per la semplice considerazione che, in una “economia di mercato globale” l’uomo finisce per contare meno degli oggetti che produce e dei rifiuti che ne derivano.

E, sulla lunga distanza, l’ipotesi non suggerisce l’ottimismo che talora viene sbandierato ma considerazioni molto più amare.
I tempi sono sicuramente cambiati e l’impegno sociale (ma anche politico) degli artisti può apparire  “fuori moda”; ma è proprio il concetto di “moda” che deve preoccupare chi guarda alla cultura come a un territorio di indagine e non un luogo di produzione per il consumo.

 


HOMO ERECTUS 

CENTRO D'ARTE KOUROS - Aversa (CE)

10 - 30 giugno 2013

 

Nel corso del XX secolo, la comunicazione visiva spostò il suo interesse dalla semplice rappresentazione all'indicazione e spesso alla denuncia: basti guardare alla funzione svolta da un'opera come "Guernica" per stabilire che dipingere diventava un autentico intervento politico alla pari dei murales sudamericani. L"'esplosione" dell'arte concettuale rese sempre più evidente l'impossibilità, per un artista impegnato nella realtà, a limitarsi all'osservazione e diede il via ad un'arte "politica" (spesso ideologica e talvolta "di regime") che ne ha accompagnato l'evoluzione fino ai giorni nostri con esiti diversi ma sempre incisivi.

In qualche modo, si leggono agevolmente in alcuni autori e in alcune realizzazioni capacità intuitive che potrebbero essere viste anche come anticipazioni o precursioni del reale.

Raffaele Bova si è trovato a vivere fino in fondo una condizione di questo genere, in parte per i dati anagrafici, in parte per la personale evoluzione, in parte anche per il territorio di vita e di lavoro.

La "Madonna dell'Arco" posta in trono su una montagna di spazzatura (ancora a metà degli anni Settanta) non nasce dalla coscienza (ancora non c'era) di uno dei più gravi problemi di Terra di Lavoro; eppure lo intuiva con lucida ingenuità.

Allo stesso modo il "Monumento alla lira" ancora non poteva tener conto del dominio della finanza sulla società (solo in tempi recenti si sarebbe avvertito) ma accennava ad una plutocrazia incombente come - per altri percorsi - qualcun altro denunciava l'elefantismo della burocrazia.

A distanza di oltre quarant'anni, l'atteggiamento mentale non è cambiato e si è semplicemente evoluto in armonia coi tempi e attraverso una più raffinata elaborazione del pensiero, prendendo in considerazione comunque gli elementi dominanti e condizionanti della vita.

Il senso dei rifiuti della società che soffocano l'esistenza si è sbizzarrito attraverso tutte le possibili manifestazioni fino all"'invasione" dei codici a barre e degli indirizzi e mail.

Ancora non è arrivato a rendersi conto, forse, che tutto è superato già dal QRcode: ma avrà occasione di rifletterci.

L'ultimo approdo, però, ha quasi il sapore di una sintesi "da età matura". Riprendendo la teoria di Darwin e affidandola al "fanciullino" che dentro di lui non ha mai smesso di urlare che "il re è nudo", Bova azzarda una personalissima interpretazione dell'evoluzionismo che riassume efficacemente nell"'Ecce homo" che non ha molto a che vedere con la citazione biblica (anche se non le è completamente estraneo) ma che indica solo sinteticamente il percorso attraverso cui il senso dell'umano (e dell'Umanesimo) sembra essersi, se non perduto, quanto meno sbiadito nei meandri che hanno costruito il "produttore", il "conservatore", il "consumatore", l'''utente'' e tutti i termini possibili (e inventabili) per tentare invano di coprire l'unico che li riassume, lo "schiavo di se stesso e del sistema".

La rabbia è quella di sempre, anche perché sono venute meno anche le illusioni che sembravano rendere accettabile la realtà in vista di una sognata "rivoluzione"; e forse è proprio la coscienza del fallimento a rendere più amara la riflessione.

Non credo ad un Bova sostenitore del "felice regresso"; ma i quadrumani delle origini sembrano senz'altro più naturali (se non più felici) dei consumatori coi codici a barre; e il senso di rinuncia anche al sogno ed all'impegno può risultare un pericoloso segnale di rinuncia all'indignazione, unica reazione che ci era rimasta. Ma Bova è ed è sempre stato soprattutto un pittore, anche nei momenti in cui più intenso ed acuto era l'impegno verso forme di espressione meno legate al segno (gestualità, teatralità, performance ecc.): per questo la sua operazione rimane soprattutto pittorica e recupera tutta la dignità della pittura, al di là dei contenuti fortemente sociali e polemici.

Alla fine, estrapolate dal contesto in cui sono nate e dalla destinazione più o meno predeterminata, le "opere" restano tali e riacquistano la propria dignità nella Pittura.

 


 

TERRA DI FUOCHI E SOLE

MUSEO D'ARTE CONTEMPORANEA - Caserta

27 febbraio - 21 marzo 2014

 

... A VOLTE RITORNANO ...

Sono passati, più o meno, quarant'anni, da quando una "chietta di vattienti" portò in giro un lunedì in albis, per le strade di quella che è oggi la "terra dei fuochi", un enorme quadro su cui campeggiava la "Madonna dell'Arco" eretta sopra un mare di rifiuti.

Quasi contemporaneamente, Raffaele Bova organizzava una mostra in cui persino il catalogo era stampato su carta di uso quotidiano, con copertina in pura plastica nera, dalle buste per i rifiuti.

Verrebbe quasi da pensare ad una profeticità dell'artista.

In realtà, si trattava semplicemente di una delle prime prove di un giovane che si accostava ad un modo nuovo e diverso di intendere l'Arte, quell"'operare estetico nel sociale" che in breve sarebbe diventata una linea di tendenza capace di incidere sulla cultura e sulla società degli anni Settanta.

l'intento non era - e non poteva essere - quello di intervenire politicamente in una realtà che dava pericolosi segni di degrado: l'artista, come è sempre avvenuto, si limitava ad esprimere un personale disagio che l'avrebbe portato a segnalare tutto quanto avrebbe contam inato e stava per contaminare la società, dalla dittatura della plutocrazia (allora, era "la lira", oggi potrebbe essere l'Euro, le banche, la politica economica dell'Europa, con tutto quel che succede nel "sud dell'Europa", dalla Spagna fino all'Italia) alla schiavitù alla burocrazia (fino al "grande fratello" non solo della televisione ma anche dei codici più disparati).

D'altronde, Raffaele aveva cominciato con i sanitari (famosi i suoi "interni di bagno" delle primissime incisioni) ed aveva raggiunto l'apice con l'operazione "CE S2 O" sul corso di Trieste per concludersi con la "porta del cesso" (che "non aveva niente a che vedere con Duchamp", come sottolineai all'epoca) presentata alla Biennale.

"I fatti ci cosano" chioserebbe l'improbabile assessore Palmiro Cangimi di "Zelig".

E il terrore strisciante che oggi pervade la Campania - per le conseguenze che un criminale comportamento seguito negli anni Sessanta e Settanta sta provocando sull'economia di una terra "Felix" ­mette inevitabilmente le opere e i gesti di Bova nella luce di un'atroce profezia che nessuno volle vedere.

E' triste dover registrare, quarant'anni dopo, che ancora gli "operai" del Nord continuano a non chiedersi come la propria azienda smaltisca i rifiuti tossici che le regioni industrializzate producono e che non si sa dove e come vengano smaltiti: anzi, lo si sa benissimo, ma si fa finta di non capire.

Ancora più triste è registrare che certe indicazioni (meglio evitare il termine "messaggi") servono ancora e semplicemente per "classificare" un uomo (o un artista, se si vuole) ma che il suo "Homo sapiens" continua ad essere imperturbabilmente "insipiens" fino all'idiozia pura.

la politica non sa, non può e non vuole fare niente oltre le frasi di circostanza per esprimere indignazione, dolore e impegno a cambiare qualcosa che è molto più comodo lasciare come sta (il principe di Salina insegna ancora).

la società sembra risvegliarsi, almeno di fronte alla morte.

Noi che abbiamo registrato il "candore" della gente (così vicino alla stupidità ottusa del contadino di "Gomorra" che offre al camorrista le pesche avvelenate); che abbiamo cercato di indicare (in qualche caso, anche di denunciare) limiti e storture per verificare alla fine che "tutto è rimasto come prima, anzi peggio di prima"; noi che abbiamo attraversato tutta una vita con l'illusione che la politica alla fine si sarebbe affermata come "scienza del popolo", non possiamo che continuare a guardare con interesse a che si ostina a fare dell'Arte uno strumento (sem pre più debole contro giornali e televisioni di parte) per "dire delle cose" a chi vuole ascoltarle.

E, se un atteggiamento troppo disinvolto (o superficiale) renderà inutili anche le proteste di certi rappers, non potremo che continuare a pensare, a dire, a scrivere quello che vediamo; e guardare con interesse l'''homo sapiens" che agita un tablet ma alla fine si occupa del "bunga bunga" più che dei veleni che ancora vengono sepolti dietro casa.

In questa direzione l'azione che Bova ha progettato per la mostra di Caserta si presenta sin dalla prima intuizione come una pagina ulteriore di un "sognatore" che (per citare un articolo famoso di Pasolini) "sa" ma non potrà mai dimostrare e non sarà creduto che qualche decennio dopo; che "conosce" i colpevoli e i conniventi, ma non può che indicarli: ad altri spettano competenze che si svilupperanno forse troppo tardi.

Il "percorso di fuoco" che dovrebbe attraversare la città è un itinerario che tutti conoscono, che tutti percorrono quotidianamente per i più svariati motivi, dall'uscita dell'autostrada a Marcianise attraverso il caivenese e l'acerrano fino a Nola, da una parte; e giù verso Villa Literno e verso il mare, nell'altra direzione.

Ma la "luminaria di strada" sarà probabilmente solo una suggestiva occasione di "diversa inaugurazione": svoltato l'angolo, tutti si dimenticheranno che quei fuochi sono realizzati con gli strumenti quotidiani che usiamo persostentarci ... e per avvelenarci.

Allo stesso modo, la "galleria dei colpevoli" (con la triade al centro) sembrerà molto affascinante e non ci si accorgerà neppure che nei profili incerti e confusi della massa sottostante c'è ciascuno di noi con le sue responsabilità, con il suo colpevole disinteresse.

l'artista può e deve "sapere" ma non può e non può e non sa documentare, dimostrare, muovere accuse che reggano in un tribunale.

Bova ancora una volta si mette davanti ai fatti e li racconti, quasi come una favola piacevole, un gioco affascinante di luci, di colori e di effetti; ma quello che dice meriterebbe un attimo di riflessione e di analisi al di là del fatto puramente estetico (come era successo ormai quarant'anni fa, del resto); e le conseguenze che ha determinato, in questi anni, un semplice libro - costringere i lettori a guardare in faccia la realtà ­potrebbero essere un viatico per una interpretazione diversa del lavoro proposto.

Il carico politico sul fatto estetico è stata un'aggiunta che solo a Caserta (e, più in generale, in Campania) è stata posta sull'attività estetica negli an ni Settanta e Ottanta.

Oggi, riesce più difficile sperare che le coscienze si smuovano di fronte ad un evento artistico.

Ma con lo stesso entusiasmo (o la stessa illusione) di allora, Bova continua a raccontare le sue "favole tristi" con profonda convinzione personale e, sotto sotto, con una certa fiducia che gli altri capiscano; e, allo stesso modo, quelli che hanno accompagnato le esperienze degli anni Settanta guardano il suo lavoro convinti che quelle favole andrebbero riportare alla realtà e vissute come documenti della società, prima che come esercizi di estetica.

 


 

VISAVI: Raffaele Bova - Giuseppe Onesti

PALAZZO CECCHINI - Cordovado (PN)

19 marzo - 3 aprile  2016

 

L'idea di base del progetto "VISAVI" (trascrizione fonetica popolare del più corretto "Vis a vis") era letteralmente mettere di fronte due artisti per cogliere le convergenze derivate da comunità di motivazioni e le differenze determinate dalle diverse esperienze. Alla sesta occasione, l'ipotesi non solo non viene meno ma addirittura si rafforza per le determinanti similitudini tra i due autori ­soprattutto nelle radici culturali - e per le indiscutibili differenze che la ricerca successiva ha determinato.

Raffaele Bova e Giuseppe Onesti in comune hanno soprattutto il fatto di essersi trovati ad essere testimoni (ma anche protagonisti) di una svolta epocale nell'interpretazione delle arti visive in due province lontane ma anche molto simili, per vari aspetti.

Alla fine degli anni Sessanta, infatti, Bova si trovò coinvolto in un'autentica "rivoluzione culturale" che scardinò a Caserta un assetto sedimentato, costruito sulle certezze di un linguaggio paludato e classico per portare nella visualità le idee nuove e sconvolgenti delle realtà emergenti a livello internazionale. Non fu solo in questa operazione,

naturalmente, ma entrò in sintonia con giovani operatori del territorio e con essi diede vita ad un sodalizio, il"Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro" che le sue idee di "arte nel sociale" portò in giro per /'Italia.

Giuseppe Onesti entrò in relazione con il"Collettivo" alla metà degli anni Settanta, per il tramite di Enzo Navarra, che aveva frequentato a Napoli l'Accademia con Bova e si era successivamente trasferito a Pordenone dove cercava di proporre i nuovi linguaggi della visualità.

La sintonia fu immediata e Onesti assorbì rapidamente le nuove intenzioni e i diversi modi di espressione facendone rapidamente il fondamento del suo personale linguaggio artistico.

Anche nel suo caso (e forse in termini più spiccatamente individuali) lo "scossone" all'Accademia dominante nella Destra Tagliamento fu decisivo per aprire il percorso a nuovi modi di leggere la comunicazione visiva che presto sarebbero diventati patrimonio comune.

Lo sviluppo successivo dei personali linguaggi pittorici li avrebbe portati a percorrere strade parallele ma non più intrecciate. In comune è rimasto il senso ­guida del lavoro, quell'amore al territorio che, declinato in forme diverse (anche per la diversità delle situazioni storiche e sociali) sarebbe comunque risultato un viatico imprescindibile per la loro produzione artistica.

Onesti, atavicamente legato al Friuli, espresse nei suoi dipinti l'amore infinito (con un pizzico di nostalgia) alle tradizioni che rischiavano di perdersi, dalla serie degli "Uccelli" dei primi anni fino alla lunga riflessione di "Polenta & C. " che è stata la sua grande cifra di lettura Ma vi aggiunse anche un rapporto viscerale col fiume che queste terre alimenta e mantiene in vita, il Tagliamento, da cui trasse l'ispirazione per opere di assoluto valore. Negli ultimi assunti, prevale una certa disponibilità all'eleganza formale e i "Dreams and Colours" diventano una sorta di palestra dove esercitare la grande vena pittorica, pur conservando intatto lo spirito della "Polenta".

Bova ha mantenuto l'atteggiamento sanguigno e aggressivo che è stato da sempre alla base del suo lavoro: dopo aver intuito, con decenni di anticipo, i pericoli derivanti dall'accumulo dei rifiuti, il suo lavoro è continuato sulla scia della denuncia sociale. In primo luogo si scagliò contro le degenerazioni della plutocrazia (la sua "Iira" fu proposta in tutti i linguaggi e le dimensioni possibili). Poi venne lo "stravolgimento della terra" con nature morte dove il meglio della produzione articola della "Campania Felix" veniva proposto in una luce ambigua che le indagini successive avrebbero rivelato. Ancora, la rabbia muta contro ''l'impoverimento dell'Umanesimo" con la riduzione degli uomini a codici ("se non hai un codice, non sei nessuno"). Infine, lo stravolgimento dei "cardini della civiltà napoletana" che nell'immaginario comune viene ridotta a canzonette e cartoline: nella sua produzione recente, "vide 'o mare quanto è bello" è riferito ad un mare inquinato di tutti i rifiuti possibili e la "terra di Lavoro" è tragicamente diventata "terra dei fuochi" come

ormai è costume chiamarla nella bailamme della comunicazione.

Addirittura, nelle mostre più recenti vengono affisse le foto di quei responsabili che tanti conoscono e che nessuno riesce a fermare. I due percorsi sono irrimediabilmente e inevitabilmente divaricati, anche per effetto dell'ambiente di vita che condiziona - e non poco - anche la creatività. Onesti continua a guardare con gli occhi del friulano - emigrato e poi rientrato - la terra di cui è innamorato e di cui registra impotente il degrado dalla civiltà contadina, attraverso quella operaia, fino al dominio delle attività del terziario e al/a loro ineluttabile crisi attuale. Bova continua a imprecare contro una realtà in continuo, inarrestabile degrado, i cui mali e le cui debolezze gli artisti e la Cultura hanno denunciato da anni ma che non trovano ancora soluzioni adeguate. Alla fine, però, la sociologia lascia anche Il campo alla vera dominatrice del loro lavoro, la Pittura. E, su quel versante, le qualità restano, al di là dell'impegno e delle indagini "sul campo".

 


 

VISAVI FUOCO FUMO E CENERE

Mostra Personale di Raffaele BOVA

Galleria “Marin” Umago (SLO)

18 giugno - 10 luglio 2016

 

Nel 1974, Pasolini lanciava la sua ennesima “provocazione” (con l'inevitabile seguito di polemiche) quando, a proposito della violenza dilagante, scriveva: “Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace...”

Nello stesso periodo, per una “chietta di vattienti” di Aversa, Raffaele Bova realizzava un dipinto di grandi dimensioni (2 metri per 3, più o meno) in cui una Madonna galleggiante su un mare di rifiuti sembrava affidare solo a un miracolo la soluzione del problema della “monnezza”.

Non c'era, in Bova, la lucida coscienza dell'intellettuale che “sa”, anche perché a quel tempo non si sapeva assolutamente niente (sarebbe emerso successivamente)  di quello che era stato tramato ed aveva trasformato la “Campania Felix” nella “Terra dei fuochi”, della violenza e dei morti ammazzati. Ma per quarant'anni ha continuato a raccontare quello che, a pelle, quasi istintivamente, avvertiva come il limite di una società opulenta e plutocratica. Dopo quattro decenni, appaiono sulla scena dei sacchetti di spazzatura che si agitano in una danza surreale (tra i Fescennini e Chagall) e da ciascuno di essi sbuca un fiore.

La mente va all'altro caposaldo della cultura italiana del Novecento, quella composizione teneramente dolorosa che si intitola “Via del campo”, che Fabrizio De Andrè compose nel 1964 e che recita nel finale: “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior.” , quasi ad offrire uno spiraglio di speranza all'ansia di nichilistico dissolvimento che sembrava aleggiare nella vita di quegli anni.

Forse gli anni trascorsi hanno mitigato la rabbia; ma non è improbabile che alla scelta di Bova di passare dalla rassegnazione alla speranza possa essere stata anche la sede in cui le opere recenti vengono utilizzate, quell'Associazione “Agrorinasce” che si è assunta l'onere di rivitalizzare un bene sequestrato alla camorra e di renderlo luogo di aggregazione per la cultura e la creatività.

L'idea che da un “letamaio” (nell'accezione di De Andrè) possano nascere i fiori di un futuro diverso è troppo suggestiva e ricca di fascino per essere liquidata o abbandonata da subito. E non è detto che gli intellettuali - anche quando conoscono nomi e facce dei colpevoli al punto che potrebbero inserirli nelle loro opere - debbano sempre e solo guardare al peggio.

Anche dal letame possono nascere fiori: l'importante è prendersene cura.