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Raffaele Bova
Caserta 16 – 28 febbraio 1974 Personale
Un uomo, sbucciando una mela, inventò i rifiuti. Ma poi li seppellì e li chiamò concime. Poi li sostituì con i concimi chimici. Scoprì il petrolio, e nacque il consumismo ed i non-biodegradabili. La nostra società,si basa sui rifiuti: liquidi, solidi urbani, domestici, industriali, organici e inorganici fanno tutto un mucchio che ogni giorno ci assale, ci assedia, ci sommerge. Viviamo nelle gabbie, rifiuti del cemento; respiriamo nell'aria i rifiuti di smog di mille ciminiere; traboccano rifiuti la rete fognante, le vie del centro, e tutti i grattacieli; galleggiano rifiuti nelle acque dei fiumi, in quelle del mare, dei laghi e dei torrenti, son gremiti di rifiuti. finanche i monumenti, le chiese e gli ospedali. Ma i rifiuti peggiori sono quelli che ci giungono dalla televisione, dai libri, dai giornali, da tutto l'apparato del sistema statale. Viviamo tra i rifiuti di una libera mente, tra i prodotti respinti dalla libera gente, divoriamo gli escrementi del sistema dei consumi, che ci propina insistente tutta la pubblicità. I nostri sentimenti son rifiuti del cuore, l'azione quotidiana è figlia del rifiuto, ogni nostra parola è scarto della mente. Ci sentiamo rifiuti finanche noi stessi, logori e consumati da tutti i processi di completa alienazione che ci impone il sistema della meccanizzazione. Abbiamo coniato i termini di ecologia, di protezione d'ambiente, di vita da salvare, di uomo con se stesso, di natura pulita. E gridiamo gli slogan dalla macchine in corsa, dalla radio a tutto volume, dalle immagini della televisione, dalle scritte sui muri, dai cartelli stradali, da tutte le etichette del nostro scatolame. E i rifiuti si accrescono, diventano montagne: e noi ci costruiamo un"villaggio sportivo e le dighe foranee per rubare al mare dieci metri di costa. Ma i rifiuti continuano a crescere, a dominare, a gonfiarsi di noi, della nostra mania di. consumare molto, in, fretta e ad ogni costo. E noi consumeremo fino a quando il sistema non ci avrà annullato, distrutti e consumati, ridotti finalmente anche noi in rifiuti di questa società.
Aversa (CE) luglio – agosto 1995 Personale
IL LIRISMO ECOLOGICO DI RAFFAELE BOVA Agli sgoccioli ormai del secolo, il Novecento si presenta, nella cultura (ed in quella visiva specialmente), come un secolo di profonde trasformazioni, un'età da "crisi di rinnovamento" in cui la sperimentazione ha spostato il limite al di là di ogni previsione, sulla scia di uno sviluppo tecnologico decisamente accelerato; e solo alla fine -quasi a riprender fiato dopo una lunga corsa - ci si pone il problema di ricondurre gli assunti della ricerca nell'alveo di una "storicità" dell'evoluzione del pensiero estetico. Il motore attivo dei processi di modificazione è stato senza dubbio un'interpretazione concettualistica dell'Arte che - per vari percorsi, con molteplici strumenti, da molteplici intenzioni - ha condizionato l'espressione, dalle "rivoluzioni" dei primi anni del secolo fino agli assunti più attuali. Dopo i primi, duri colpi assestati all'Accademia sclerotizzata (sul piano delle ricerche formali, con l'invito a tener conto delle conquiste della scienza) il problema della funzione sociale dell'arte si è fatto quasi naturalmente centrale alla ricerca, con particolare evidenza a partire dalla metà del secolo; e tutte le energie sono state tese a proporre un ruolo dell'artista di attenta testimonianza - se non addirittura di protagonismo -della realtà sociale del suo tempo, per esprimere, attraverso i suoi linguaggi specifici, disagi, bisogni, denunce, proposte, nell'ambito di quella necessità di migliore "qualità della vita" diventata centrale alla realtà quotidiana. Ci si è serviti di tutti gli strumenti, dall'ironia graffiante al lirismo evasivo, dalla canonica scultura al recupero di materiali consumati, dal graffitismo al concettualismo: addirittura, fenomeni di "rappelle a l'ordre" come poteva apparire l'invito a guardarsi dentro - proposto dalla Transavanguardia - sono risultati, alla distanza, ipotesi di nuovo Umanesimo. Il centro focale del processo di trasformazione in senso concettualistico del pensiero estetico è stato costituito probabilmente dal predominio attribuito alla Creatività rispetto all'Artisticità, con il conseguente privilegio della gestualità, della pregiudiziale antropologica del fare arte, di una totale libertà anarchica nei ruoli, nelle funzioni, nell'uso degli strumenti. Ad un quarto di secolo da momenti "topici" del fenomeno, il senso "storico" della vicenda culturale riprende il sopravvento; e riporta alla specificità gli strumenti, i linguaggi e gli autori, senza però per questo negare gli assunti della sperimentazione, primo fra tutti il bisogno dell'artista di essere "uomo del suo tempo". Un tale percorso è stato seguito in maniera particolarmente sofferta da quegli artisti che proprio alla fine degli anni Sessanta realizzavano le prime importanti esperienze di "operatori visivi" (come allora usava dire) e che lo sviluppo del processo hanno vissuto direttamente in questi anni, ed accompagnato con la loro opera. La vicenda di Raffaele Bova potrebbe apparire quasi paradigmatica. I suoi esordi artistici si collocano immediatamente nella sfera dell'arte "sociologica", con paesaggi "infiocchettati" e colori pastellati o con "interni di bagni" che si situano al crocevia di una lezione di Accademia non ordinaria (per le spiccate concessioni al Dadaismo, al fumetto, all'incisione), di un profondo radicamento in un territorio sconvolto da repentine trasformazioni, di una presenza attiva in un ambiente culturale (la provincia di Caserta) a quel tempo ricca di fermenti; di un istintivo "bisogno di pittura". L'assunzione delle tematiche proprie dell"'Arte sociale" non fa che spostare il linguaggio dall' "ironia dei fiocchetti" alla durezze realistiche della denuncia dell'inquinamento, anche con media non più strettamente pittorici e con gesti non necessariamente individuali. Ma anche nella realizzazione collettiva di interventi nel sociale, di installazione, di attività di animazione, resta connotato spiccatamente il suo gusto per il prelievo dalle scorie del quotidiano, dalla lira alla foto di classe, dal rito dell'uccisione del maiale alla porta dei bagni pubblici direttamente prelevata: l'ironia dell'esasperazione va a braccetto col recupero di un passato non ancora sepolto; il senso quasi istintuale della pittura accompagna una sofferta riflessione sulla condizione umana. L'approdo più recente è stato inevitabilmente la riduzione a "codici a barre" di tutto, persone comprese. Attraversato con acuta attenzione il territorio del concettualismo poveristico e comportamentale, Bova si accorge di non aver mai tradito la vena primigenia di disegnatore e di pittore; ma prende anche coscienza della possibilità di continuare, attraverso questi strumenti specifici, la riflessione sui "rifiuti" prodotti dalla società dei consumi e di porli a confronto con una naturalezza obsoleta e soffocata, spostandosi decisamente da una lettura di propensione antropologica ad un'altra che nella pittura ha la chiave più idonea. Dai paesaggi "coi fiocchi" a quelli con la "gabbia" passa la storia di questo quarto di secolo di ulteriore imbarbarimento, di perdita della possibilità di frenare lo scempio e di "salvare il salvabile"; dai colori pastellati a quelli aggressivi e terrosi passa la coscienza progressiva di impotenza dell'intellettuale a determinare le scelte; dalle performances nel mondo contadino al surrealismo degli ortaggi che volano sulle case passa il rifugio nella lirica di chi ripiega su se stesso e rinuncia alla speranza. La condizione degli artisti (e degli intellettuali) che - dopo l'ubriacatura "sessantottina" - prendono coscienza di uno "yuppismo" e di un "miracolismo" radici di tante degenerazioni, è ben fotografata nei lavori recenti che, in qualche modo, tornano alle origini e surrealisticamente coniugano i temi della naturalezza, del radicamento, del lirismo con la denuncia di una condizione oggettivamente alienante, oppressiva, asettica e allucinante come quella dei polli in batteria o dei banconi del supermarket. Ne deriva un'inquietudine al limite dell'angoscia, profondamente diversa e decisamente sfiduciata rispetto al passato, perché stavolta l'artista sembra non essere più in grado di stimolare, di suggerire o di proporre, ma solo di allargare le braccia per dire: "... io non c'entro... voi... voi.... salvate il salvabile".
DALLA MATRICE AL CODICE IL QUADRO È FATTO.IT. SECONDA UNIVERSITA' DI NAPOLI Facoltà di Architettura "L. Vanvitelli" Aversa (CE) Chiostro di San Lorenzo 23 luglio 2010 Sin dagli inizi della sua attività, Raffaele Bova ha continuato a "fare il suo mestiere" che è quello di dipingere in maniera provocatoria. In un primo tempo, il tema più caro è stato quello dei rifiuti che utilizzò come soggetto in molte mostre e per lungo tempo ancora, fino alla paradossalità di inserirli in un'opera di grande dimensione composta per una "chietta" di Battenti per la Madonna dell'Arco, vale a dire in un'opera di soggetto sacro. La scelta dell’”operare estetico nel sociale” e l’adesione al Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro accentuarono il gusto della satira violenta attraverso la pittura e la scultura. Lo sguardo si spostò però verso un’altra forma di “produzione di rifiuti” che era quello della plutocrazia: prendendo a soggetto la lira (in sostanza, il più bistrattato ma anche il più sconosciuto degli strumenti di consumo e produzione di rifiuti) realizzò moltissimi interventi e ipotizzò moltissime costruzioni, prime fra tutte una enorme monumento caduco, da costruire in legno ed, eventualmente, da distruggere o bruciare. L’attualità dei nostri tempi suggerisce facilmente la lungimiranza delle scelte e l’opportunità delle denunce ma obbliga anche a prendere atto che non si è fatto niente (e forse niente era possibile fare) per evitare le conseguenze che il consumismo e l’incuria del problema dei rifiuti hanno prodotto, specialmente in area campana: in sostanza, solo dopo trent'anni, gli eventi degli ultimi mesi hanno dimostrato che la scelta era stata giusta e che l'indicazione era opportuna; ma ancora il problema resta lì, nascosto sotto il tappeto e tutto da risolvere. Successivamente, ha spostato l'attenzione sull'annullamento dell'individualità nei "codici di identificazione": il senso delle personalità perdute, dell’omologazione che annienta, della perdita totale di qualunque elemento di identificabilità è fin troppo chiaro nella serie dedicata ai “codici a barre”; ma finisce per travolgere tutti quei sistemi che omologano gli individui e li riducono a numeri e sigle, negli uffici come ella vita privata, nelle anticamente d’ospedale o semplicemente elle code alla posta. Anche
in questo caso si ha la sensazione di una "vox clamantis in
deserto" per dire agli altri quello che gli altri fanno finta di non
sentire. Assumendo stavolta una posizione separata, quasi da suggeritore, ha preparato dieci tele di medio formato sulle quali aveva tracciato la scritta ".it" che dava l'abbrivio alla manifestazione. Sulle tele sono stati invitati a segnare la propria matricola, il codice fiscale o l'indirizzo internet tutti gli studenti e i docenti della facoltà, a cominciare dal direttore; fedele a certe tradizioni, Bova ha fatto diffondere un volantino illustrativo della manifestazione: Nel corso degli anni Settanta, uno dei modi attraverso i quali gli artisti entravano in contatto con la realtà era certamente quello dell’”operare estetico nel sociale” che proponeva una funzione decisamente politica dell’arte ed una capacità dell’artista (anzi, dell’”operatore estetico”) di proporsi come testimone non marginale né passivo degli eventi rispetto ai quali proponeva modelli, forme e strategie di intervento. Nel corso degli anni, queste competenze sono via via passate a strutture meno specifiche o creative, come possono essere quelle dell’arte; e sono invece diventate patrimonio più diffuso della società e delle sue strutture, a cominciare da quelle scolastiche. Difatti, gli happenings, le performances, le invenzioni estemporanee e creative sono diventate appannaggio (sempre più spesso) dei gruppi politici che le hanno largamente utilizzate nei cortei, nelle manifestazioni di protesta, insomma nelle attività pubbliche. Addirittura, negli stadi la creatività si è espressa attraverso tutti i linguaggi possibili e praticabili, da quelli vocali a quelli scritti, dal disegno alla riproduzione fotografica. Nelle scuole, poi, la sollecitazione didattica della creatività ha dato luogo a manifestazioni fondamentali che una volta apparivano “follie da artista”. Il compito degli artisti - almeno di quelli che dalle esperienze dell’operare estetico nel sociale hanno preso le radici e i modi di esprimersi - è diventato allora quello di desumere dalla realtà le sollecitazioni e trasformarle in gesto estetico, con un percorso all’apparenza opposto a quello precedente ma in realtà con esiti altrettanto significativi. Tra gli artisti che, in Terra di Lavoro, si sono distinti in questo genere di attività, Raffaele Bova ha avuto un ruolo sicuramente di primissima importanza, considerata la connotazione di denuncia politica che i suoi interventi hanno posseduto in maniera esplicita sin dalle primissime iniziative: per tutte, basterebbe l’insistenza quasi ossessiva sui rifiuti come base della società e dell’attività artistica (fino a celebrarla in un’opera di ispirazione religiosa) e la quasi maniacale utilizzazione della lira (la moneta-fantasma di quegli anni) per denunciare una condizione di asservimento al mercato e alla plutocrazia. La ”scoperta” dei codici a barre come sistema di cancellazione della personalità, dell’individualità, dell’unicità degli individui è, in qualche modo, una conseguenza logica del percorso. Nasce dalla realtà, anche stavolta; ed anche in questo caso vale come indicazione estetica nel sociale. Ma stavolta fa leva e si avvale del lavoro didattico per dare forza al discorso, per cui non è più l’artista a proporre l’indicazione, ma sono soprattutto gli altri (la scuola, la società) a vivere con lui la denuncia che l’attività esprime. E forse è il passo avanti più importante per un linguaggio che, dopo trent’anni, potrebbe apparire obsoleto o ripetitivo; ma che, a ben guardare, risulta sempre (tragicamente) vero ed attuale. Perché i problemi esistono e premono sull’uomo. Alla fine, ha provveduto a scoprire le scritte - che erano state coperte con nastro adesivo colorato col bianco del fondo - e le opere così costruite sono state raccolte per una mostra. In sostanza, l’idea che dai “rifiuti quotidiani” si sia passati ad una sorta di “rifiuti sociali” diventa intrigante e forse preoccupante - alla luce anche dei tagli che nei posti di lavoro e specialmente nella pubblica amministrazione si operano quotidianamente e impunemente – per la semplice considerazione che, in una “economia di mercato globale” l’uomo finisce per contare meno degli oggetti che produce e dei rifiuti che ne derivano. E,
sulla lunga distanza, l’ipotesi non suggerisce l’ottimismo che talora
viene sbandierato ma considerazioni molto più amare.
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