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rassegne di fotografia

 

Adone Brugnerotto

 

Oderzo (TV) 31 maggio – 13 giugno 1980 Personale

 

Ricordo che, da piccolo, mi sorprendevo spesso a guardare le crepe nei muri, che giocavano con l'ombra delle cose, a creare i fantasmi più strani, misteriosi, seducenti. Passavo interi pomeriggi a dare forma alle nuvole, le più semplici e assurde, le più dolci e irreali.

Ed ero capace finanche di restare incantato a vedere una macchietta d'umido allargarsi paziente, lentissima, inesorabile, cambiando i suoi contorni, tutte le sfumature, fino ad assumere forme al di là del reale. Il gioco delle linee d'una tela di ragno, le curve sinuose d'una crepa d'intonaco, il segno marcato lasciato da un quadro, da un mobile spostato, dai calcinacci caduti, eccitava la mia fantasia, al punto che talvolta mi divertivo un mondo a riquadrare il tutto, a dargli un aspetto geometrico, a prolungare le linee, ad allargare i fori, per creare le forme che avevo nella mente.

Erano giochi semplici, inventati per caso; ma anche un gesto d'amore, profondo viscerale, per le cose che vivevo, che rrii stavano intorno, che conoscevo a mente, che m'erano abituali fino a far parte di me.

Non mi curavo molto degli elementi estetici, di componenti formali, di senso d'armonia, di legge che la regolano: il mio era solo un gioco, quasi simile a quello che potevo realizzare guardando qualche volta i panni stesi al sole, animati dal vento, intrecciati in mille colori; oppure, se guardavo i fili della luce in aperta campagna, quelle righe diritte che solcavano il cielo e ogni tanto si piegavano, agitate dal vento; o i rami secchi degli alberi, o le chiome di foglie aggrumate, i vasi di fiori al balcone.

Anche adesso, però, non ho perso del tutto quel gusto infantile di guardare le cose, amandole intensamente tutte le volte che ne colgo la bellezza, intrinseca nascosta, e cerco di farla emergere, di fermarla per sempre.

Non è più, naturalmente, il senso vago di una dolcezza trasognata, il gusto tutto infantile di correre dietro alle immagini, di fantasticare sulle loro forme, sulle loro modificazioni; la gioia di costruire storie, favole, personaggi.

Ma l'amore è lo stesso, alle cose che vivo, che ho vissuto, che amo, che ho amato.

Una crepa nel muro non mi parla più di fantasmi e di maghi, di cavalieri e di dame; me è egualmente dolce, cogliere l'eleganza spontanea delle forme, che nessuno saprebbe tracciare così bene; è ancora suggestivo sentire la plastica corposità della materia che s'ammassa, si disperde, si aggrega e si disfa quasi che fosse viva d'una sua vita propria.

È bello, costruire, ricavata dalle cose, la storia d'un mondo, d'una vita, d'una casa; oppure, dalle impronte che le cose hanno lasciato, la storia di qualcuno che l'ha vissuta prima di noi.

E la fantasia si sbriglia e corre dietro i fantasmi; e la mente cerca di fermare le immagini in spazi geometrici.

Ed è lo stesso piacere languido delle fantasie infantili.

O, forse, un gioco più sottile, più adulto, più intellettuale; ma con tutta la carica di suggestiva evocazione, con l'entusiasmo pieno di «creare» le cose.