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rassegne di fotografia

 

Mirella Brugnerotto

 

Cordovado (PN) 9 – 30 luglio 2006 VISAVI (con Giuseppe NICOLETTI)

 

IL PIANO DELL'IRONIA

Le cose ci sono, semplicemente.

Siamo noi che le cerchiamo per sceglierle, manipolarle, trasportarle in un mondo di colori leggeri, pastellati, innaturali, e farvele vibrare.

Le cose preferite, quelle che si amano, tendono tutte a ruotare come può fare una trottola rispetto ad un fucile o alla cucina di barbie.

Immerse dentro il colore, le forme perdono compattezza, si stendono in improbabili vortici di linee, si disgregano in puntini di bagliori innaturali.

Il colore si ravviva, prende forza, si accampa nello spazio dominatore assoluto.

Nasce sottile l'ironia della pittura, dove gli oggetti si estendono oltre i limiti fino a perdere connotazione e risolversi in composizione, dove la bicromia si popola di squarci, di luci, di impennate improvvise, dove la velocità si fa corpo vivo delle cose, nelle cose.

E, forse, a guardare con attenzio­ne, nasce solo la pittura, che si bea di sé, dei suoi incanti inferiori, e si espande senza argini, per riflettere su se stessa, prima che sul mondo, per ricreare fantaboschi di invenzioni, autostrade di giochi infantili.

 


 

 

Pordenone “la roggia” 6 – 31 ottobre 2007 Personale con pannello

 

VIAGGIO NELLE PICCOLE COSE

S'allineano ordinate

sulle scaffalature

d'ogni supermercato

le scatole dipinte

di tutti gli alimenti

del viver quotidiano.

 

S'espandono in pulviscolo

i giri vorticosi

degli elettrodomestici;

auto poco probabili

sfreccian velocemente

sopra un arcobaleno

 

Non serve fare salti

per entrare nel mondo

delle piccole cose;

non ci voglion conigli

o cappellai matti

né regine di fiori.

 

Nascon così le favole,

con pennellate rapide

dietro sogni infantili;

giocare coi colori

fa inventare le storie

e le riempie di vita.

 

E', la pittura, un tramite

fra il minimo reale

e l'immenso fantastico:

pittore e cantastorie

diventano tutt'uno

per chi si sa incantare.


 

UNA FAVOLA PER MIRELLA

- C’era una volta ...”

- Perché “c’era”? Non c’è più?

- Non so se ci sia più; forse non c’è. Nelle favole è sempre così: tutto non c’è, e al tempo stesso c’è; può esserci o non esserci: conta poco. Le favole sono belle proprio per questo, perché tutto può esserci e non esserci; tutto è vero, ma anche il contrario di tutto può essere vero.

- Perché “una volta” e non due, tre, dieci, cento volte?

- “Una volta”, forse perché è avvenuto tanto tempo fa, in un momento sospeso tra noi, il nostro mondo, e un mondo impercettibile, impalpabile, al di là di qualunque possibile identificazione. Si potrebbe dire, allo stesso modo, in un tempo, in un momento, in una stagione, in una dimensione ...Noi diciamo “una volta” e tutto è risolto. Ma, se vuoi, si potrebbe dire non una ma cento, mille, un milione, un miliardo di volte,tante volte quante si racconta una favola: ed è sempre bella, sempre affascinante, sempre diversa.

- Va bene: c’era una volta, che cosa?

- C’era una volta una formichina ...

- Perché, una formichina?

- Ho detto una formichina, intanto per precisare un animaletto: ma avrei potuto dire con altrettanta disinvoltura un topo, un ragno, una cavalletta, una coccinella, un insetto qualsiasi, o forse un’ameba, un essere vivente, un corpo protoplasmatico, unicellulare, amorfo o siluriforme, cilindrico o schiacciato, quadrato, triangolare: insomma,come vuoi.

- Ma perché proprio la formichina, visto che un insetto vale l’altro ? E perché poi un insetto?

- Innanzitutto, un insetto perché questa è una storia di insetti, di esseri piccoli, anzi piccolissimi, forse infinitesimali,per i quali tutto è immenso, gigantesco, incommensurabile, forse al limite anche assurdo, irreale, indicibile, inspiegabile. Ecco, forse avrei potuto dire anche un uomo, un individuo qualsiasi, “normale”. Ma allora avrei dovuto esaltare tutto il resto, renderlo gigantesco, assurdo, irreale.

- E perché

- Perché la bellezza delle favole è proprio nella loro irrealtà, nel fascino dell’impossibile, dell’assurdo, dell’imponderabile dell’incommensurabile, del “diverso”.

- E perché proprio la formichina?

- Forse perché è così dolce, così cara, così laboriosa, così attiva: e contrasta tanto con la violenza, con la cattiveria, con l’inettitudine, con l’apatia del mondo degli uomini; forse perché è qualcosa di ancora carezzevole in una realtà che non ha niente di carezzevole, è come un’anima pura in un mondo perverso; e il suo mondo è un’oasi di pace in un deserto di guerra.

- E che faceva la formichina?

- Lavorava tutto il giorno: correva avanti e indietro, sul legno del battiscopa che era il suo mondo, che conosceva come il suo corpo, di cui aveva studiato tutti gli anfratti, tutte le crepe, tutte le modulazioni; e conosceva benissimo tutti gli altri abitatori del regno del battiscopa, a cominciare dal ragno baffuto che stava sempre in agguato, in cerca di mosche, la tela sempre pronta, sempre curata, sempre riparata tutte le volte che un grano di polvere, un pezzo di calcinaccio o un semplice colpo di venti gliela buttavano giù: per non parlare poi dei colpi di ramazza che addirittura gliela sfasciavano completamente, senza pietà, senza nemmeno guardare quello che facevano; o, meglio, insistendo con forza, con violenza, con rabbia, a farne sparire anche le più piccole tracce, perché dietro c’era un essere umano, a guidare la ramazza; e non era contento, se non quando aveva visto la tela sfasciata e tute le crepe del battiscopa portate allo scoperto. Allora per il ragno baffuto erano giorni tristi, perché gli toccava rifare proprio tutto.

- Ma perché i ragni fanno la tela?

- Per catturare le mosche, che mangiano poi per sopravvivere.

- Ma, allora, i ragni sono cattivi?!

- Non sono cattivi, i ragni, se uccidono per mangiare. Cattivo è chi uccide senza necessità, per un falso bisogno o solo per violenza. Un ragno non uccide a caso; e comunque non cattura più mosche di quanto gliene siano necessarie. Sono solo gli uomini, tra gli esseri viventi, ad uccidere per il gusto di farlo, per una violenza atavica ed irrefrenabile.

- Dunque?! Cosa succede alla formichina?

- Ogni giorno, la formichina usciva dalla sua tana, costruita con paziente lavoro, accumulando fuscelli, pietruzze, granelli di sabbia, tutto quello che riusciva a trovare girando per il regno del battiscopa, quelle piccole cose che gli altri trascuravano e che lei, giudiziosa e previdente, trasportava con sforzi enormi, facendolo rotolare con le fragili zampine, finché raggiungeva la sua tana e lì ammassava, cementava, costruiva, tappava, allargava, modificava per rendere più bella la sua casa, più accogliente il suo mondo; altre volte, invece, usciva a far scorta di provviste: allora trascurava tutto il resto e si metteva alla ricerca di briciole di pane, di granellini di cibo o, se era fortunata, di carcasse di piccoli insetti, che si affannava a trascinare penosamente alla sua tana, per poi andarli ad accumulare in dispensa.

- Perché le formichine accumulano tanta roba, se sono così piccole ed hanno bisogno di così poco cibo?

- Non è superflua la previdenza: la formichina sa che non è sicuro, ogni giorno, trovare di che mangiare, per sé e per le altre formiche; ed ha perfetta coscienza del suo dovere di cercare continuamente non per arricchirsi ma per essere previdente per sé ed utile alle altre formichine che abitano con lei. Darsi una mano, ripartirsi i compiti, aiutarsi a vicenda è una regola generale, che tutte rispettano, senza deroga o eccezione alcuna: non si può vivere in una struttura sociale organizzata se non si è in sintonia ed armonia con tutti gli altri che in quella struttura vivono. L’aggressività, la violenza, la prevaricazione, l’individualismo, l’istintività brutale non possono portare che danno, se non sono continuamente controllati, limitati, indirizzati, corretti. La formichina sa bene che fare il suo dovere è solo un modo di realizzare pienamente se stessa e la sua funzione nella società in cui vive: prende solo quello di cui ha veramente bisogno e si preoccupa continuamente di rendere bella la sua casa, di tenere piena la sua dispensa edi aiutare tutte le altre formichine, che al momento del bisogno non si lasciano pregare per aiutarla.

- E le formichine passano così tutto il giorno?

- Non solo tutto il giorno, ma addirittura tutta la vita. E non è facile passare tutta la vita a costruire, costruire, costruire senza neppure sapere perché e per chi, anzi con il terrore continuo di vedere il proprio lavoro crollare da un momento all’altro, per un evento imprevedibile. Ma non è forse così la vita di tutti gli esseri viventi?- Quale evento imprevedibile?

- Una disgrazia, che so, una malattia, un nemico che ti assale, la morte o un qualsiasi altro fenomeno.

-E lei che ne sapeva, di queste cose?

- Eh, lo sapeva, si che lo sapeva: tutta la vita non aveva fatto altro che correre avanti e indietro; e aveva visto tante cose, conosciuto tanti esseri: non una sola volta, aveva visto tutto un mondo, anche il suo, sfasciato, spazzato via da un semplice colpo di vento, da un ragno prepotente, da un pericolo sbucato chissà da dove, da un colpo di ramazza che spazza via non solo le ragnatele ma anche i piccoli formicai, che insomma distrugge tutto il regno del battiscopa.

- E cosa c’è, nel battiscopa?- Tantissime cose, che non si può neppure immaginare.

- Quali, ad esempio?

- Hai mai provato a strappare dalla terra un sasso che vi fosse conficcato da molto tempo?

- Si, qualche volta.

- E che cos’hai visto?- Beh, l’acqua perché è sempre bagnata, la parte che era immersa; poi forse qualche fogliolina o animaletto o altre cose che non ho guardato.- Ecco: se tu ti soffermi a guardare attentamente quelle cose, sul sasso che cavi via e sul buco che resta nel terreno, ti accorgi di tutta una vita che vi si agita: bruchi, vermi, lombrichi, per parlare degli animaletti più grossi; ma anche piantine strane, gallerie scavate dagli animali e piccolissimi ragni che vivono in fori scavati nella pietra; e un numero infinito, ancora, di forme vitali. La stessa cosa è per il regno del battiscopa: noi, da fuori, non vediamo niente; ma, se potessimo usare un ingranditore potentissimo ed esplorare ogni millimetro quadrato, allora potremmo renderci conto di infinite forme di vita, di organizzazioni sociali che neppure immaginiamo, di un mondo straordinario e meraviglioso che, nella sua dimensione microscopica, è addirittura perfetto.

- E la formichina si rendeva conto di queste cose?

- Certamente; non solo le vedeva e le viveva, ma, a sua volta, si accorgeva che c’era, al di là del suo mondo, in una sfera ancora più infinitesimale, un altro tipo di esistenza anch’esso straordinario e meraviglioso, perfettamente organizzato, che sfuggiva alla sua conoscenza proprio perché era microscopico rispetto a lei.

- E allora, la formichina?!

- La formichina girava per il regno del battiscopa, in parte preoccupandosi di raccogliere tutto quanto era necessario ed utile a sé, alla sua casa ed alla sua colonia di formiche; in parte, cercando di osservare tutto, per conoscere ed imparare. Quando,all’improvviso, successe il fattaccio ...

- Che fattaccio?

- Fu travolta da una ramazza. Il primo colpo lo ricevette tra il collo e la testa; ma poi tutto il corpo fu travolto e scagliato lontano. Credette di morire, ma sentì di essere ancora viva; si tastò le ossa e sentì che c’erano tutte. Sorpresa quasi di essere ancora intera, si guardò intorno, ma non riconobbe il solito regno del battiscopa così tanto familiare: era stata sbattuta lontano, tanto lontano da non sapere più dove potesse essere. Pensò allora che meglio sarebbe stato se fosse veramente morta, piuttosto che finire qui dove a malapena riusciva di capire che era nel regno di un altro battiscopa, come si capiva dal legno simile ma non uguale: l’idea di dover affrontare chissà quali pericoli nuovi e spaventosi le faceva tremare il cuore; ma poi si decise a riprendere da capo, per ricostruire tutta la sua vita, il suo mondo, le sue realtà, in attesa forse ... di un nuovo colpo di ramazza. Ma intanto, finché c’era, tanto valeva ricominciare, anche se era tanto debole, stanca...e vecchia.

 

* * *

 

Cara Mirella, avrei voluto scrivere la storia della formichina buona che incontra il formichino azzurro e lo sposa, per scrivere alla fine “tutti vissero felici e contenti”; ma mi sono accorto di aver solo incominciato la storia di me, di te di tutti noi; forse perché sono troppo vecchio e stanco per raccontare ancora favole. Ma tu continua a disegnarne, finché ci credi ancora, per me, per te, per noi tutti: c’è ancora bisogno di favole, in questa vita, perché se ne possa fare a meno.