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rassegne di fotografia

 

Antonella Capponi

 

Pordenone 18 maggio - 7 giugno 1991 BRANI SPARSI 1 - Personale

 

Tra le proposte di nuova estetica che - nella seconda metà del ‘900 - hanno più marcatamente segnato la cultura visiva di massa, l’operare nel sociale è stata certamente la più incisiva.

Per quanto di limitata forza nella modificazione “interna” al fare arte (ma anche su questo aspetto l’indagine deve essere ancora avviata), il “decentramento culturale” ha invece avuto largo spazio nel sollecitare l’esigenza di una migliore qualità della vita, che alla creatività ed alle sue manifestazioni assegnasse un ruolo fondamentale.

Un intreccio complesso e produttivo di ansie sociali e di proposte visive ha scatenato il “gusto” non solo come interesse alla “visività passiva” ma anche come una sorta di attività visiva che coinvolgeva il look, la comunicazione murale (verbale o espressiva), la gestualità teatrale (dal comportamento quotidiano alla spettacolarità dei grandi happening soprattutto musicali).

Le conseguenze sono state varie, largamente diffuse e durature fino all’attualissimo movimento definito (in via del tutto provvisoria) degli “Hip hop”, che liberamente si serve del grafitismo sulla colonna sonora del rap: il fenomeno - ancora agli esordi; ma che si preannuncia rappresentativo della cultura giovanile negli anni Novanta - riprende e riassume agevolmente molte indicazioni dell’operare estetico nel sociale, anche se gli intendimenti - come è naturale - sono molto diversi o diametralmente opposti.

In Italia, la conseguenza più diretta della “provocazione” nel sociale è stato il risveglio quasi generalizzato della “periferia”, non solo nella direzione dell’organizzazione di eventi di arte contemporanea (complice un certo epigonico proliferare del postmodern e della cultura dell’effimero); ma anche e soprattutto nella direzione dell’approccio immediato delle nuove generazioni di artisti con le tensioni più forti e con le esperienze più attuali della visualità.

Le località più direttamente interessate al “risveglio”, senza dubbio sono state quelle che manifestazioni antiche ma obsolete (dalle gare di pittura estemporanea ai concorsi a premi più o meno tematici) hanno “riciclato” nella direzione di un più attivo coinvolgimento del territorio nel fatto artistico: tra esse, Gubbio ha avuto una delle stagioni più intense, i cui effetti sono ancora in qualche modo (mutatis mutandis) ben evidenti ed efficaci, sia dal punto di vista del ruolo del comune rispetto alle iniziative culturali in Umbria, sia anche e soprattutto per la diversa qualità del lavoro che vi viene proposto dagli artisti, indigeni e non.

Quanto Antonella Capponi abbia assunto - più o meno direttamente, più o meno esplicitamente, più o meno volontariamente - dalla recente vicenda artistica del territorio eugubino, non è facilmente determinabile, né concretamente determinante; ma è certo che i suoi procedimenti operativi (nei quali il territorio - come dimensione spaziale - e la terra - come materia concreta - hanno un ruolo insostituibile) indicano che il suo approccio con l’operare artistico è stato immediatamente rapportato alla viva realtà dei suoi modi di vita.

Gli ascendenti culturali possono e devono ricercarsi anche altrove, come è giusto e naturale in una personalità vivace ed articolata: quelli pittorici sono senza dubbio nella lezione astratta e, più intimamente, nella tecnica dello stricking; così come quelli plastici derivano da quell’amore per la terra cotta che in Umbria è quasi latte materno per tutti gli artisti.

Ma una visione quasi istintivamente più ampia ed attuale della comunicazione visiva comporta anche altre radici, più o meno salde, che vanno dalla compostezza geometrica dei supporti al gioco elegante delle trasparenze con materiali plastici che il gusto poveristico degli scarti industriali piega alla stregua delle vetrate basilicali; dall’impaginazione di gusto arcaico della grafica alla manipolazione sensuale della rena lavica come materiale di plastica creatività.

L’elemento coagulante di tante tensioni è una chiara intenzione spettacolare - in bilico tra la scenografia e l’architettura - delle strutture in ferro e plastica organizzate come paraventi policromi la cui vita è consentita solo dal rapporto intrinseco tra l’ambiente (con la sua pregnanza storica) ed il gioco formale delle reti metalliche ricoperte di poliesteri iridescenti, tra il colore sapientemente fatto dilatare sulle superfici la luce imprevedibile dei quartieri medioevali.

Anche le terrecotte, nonostante la diversa destinazione, presentano analoghe impaginazioni di strutture ambientali, giocate sui contrasti tra le geometrie accurate dei supporti e la libera aggregazione delle forme, a cui si aggiunge il sapore sensuale del materiale, una terra vulcanica, il cui nero compatto si anima di improvvisi e diversi splendori luminescenti.

Alla confluenza delle esperienze più significative dell’arte del nostro tempo - dal recupero poveristico all’informale, dal geometrismo alla land, dal concettualismo al minimalismo - si collocano l’esperienza e la grafia della Capponi, la cui capacità di sintesi filtrata dei diversi motivi stimolanti genera un linguaggio - al tempo stesso agile e complesso, moderno e storico, comunque ricco di fascino e di suggestioni.