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rassegne di fotografia

 

Guido Cecere

 

Caserta “Lineacontinua” 8 - 20 novembre 1980 Personale

 

Tracce (in cifra, in lettera, in serie, in ordine, in colonna) come targhe, etichette, sigle, simboli, riferimenti.

Numeri come codici - leggibili o ermetici - che ammiccano, sottintendono, lasciano trasparire, segnalano, autorizzano, vietano, conducono.

Numeri progressivi scritti per un dovere; cifre appena abbozzate per bisogno occasionale; numeri come date segnate per memoria.

Lettere, segni strani, graffìetti, crepe, macchie: segnali di un codice umano non sempre comprensibile, destinati a tutti e nessuno, decisivi e senza importanza.

Riflettere sui muri è ripensare le cose, la loro storia, di come sono nate, di come sono nate, di come son cresciute, di come sono morte, di come stan cambiando, di come ci son state talvolta tramandate.

Ed è anche riflettere sulla storia degli uomini che hanno scritto, dipinto, stampigliato, scarabocchiato, per dovere di ufficio, per il gusto formale, per bisogno di cose, per un gesto improvviso.

Tracce diverse, strane fino ad essere incomprensibili, che nessuno si ferma a guardare e che pure raccontano intera, a chi sappia guardare, la storia di chi le ha vissute come momento reale.

Il numero civico di una casa può richiamare, da un lato, lo stile «burocratico» (rosso su fondo bianco; scolpito in piastrelle di marmo; disegnato su ceramica; con l'obbligo dello stemma comunale inciso in basso a sinistra); ma anche l'idea di uno status symbol (su rame sbalzato; in ferro battuto; bruciato su legno, a seconda dei gusti).

Ma intanto le crepe d'intonaco raccontano ben altre storie; e le sovrapposizioni ancora rimandano ad altre.

E questa traccia « ufficiale » si lega e contrasta ad altre del tutto casuali: alla striscia nera lasciata dall'alluvione, alle crepe di un terremoto, ai re;ti di manifesti strappati.

Lettere e numeri appaiono dappertutto - quasi un libro aperto, infinito e indecifrabile - dai vagoni ferroviari ai colli postali alle targhe delle auto alle valvole e transistor agli aerei, insomma a tutte le cose.

E tutte queste tracce raccontano qualcosa, talvolta solo a chi sappia leggerle (certe cifre son quasi terrificanti nella loro ermeticità) talaltra a chiunque legga (dalle targhe d'automobile alle insegne di pubblicità).

Raccoglierle non è il gesto pietoso di chi fa archeologia urbana, sociologia spicciola o impietosa ricerca di costume.

 


 

SPERIMENTAZIONE IN CORSO

Avanguardie ed artisti nella Destra Tagliamento

San Vito al Tagliamento (PN) 7 - 30 dicembre 1982

Personale di Guido Cecere

 

FOTOGRAFIA: TRA PROSA E POESIA

 La scoperta stessa della possibilità di “scrivere con la luce” pose ai pionieri della fotografia molti e non lievi problemi di scelta sia per i contenuti che per le finalità.

L’intuizione più immediata fu naturalmente quella delle possibilità documentarie del nuovo mezzo.

Ma quasi subito se ne vide chiara la potenzialità artistica, tanto è vero che molti fotografi furono, agli inizi, contemporaneamente anche pittori o scrittori, e spesso drammaticamente lacerati tra le due attività artistiche.

Il problema non si pone più, ai nostri giorni, anche perché i ruoli si sono definiti nettamente, creando figure specifiche come quella del fotoreporter, del fotografo di pubblicità, del ritrattista e così via.

Ma l‘alternativa tra un uso narrativo ed un uso invece espressivo delle immagini è ancora aperta e difficile da risolvere, qui come in altre forme di espressione visiva.

Nel caso di Guido Cecere, il problema è apparentemente risolto con l’opzione per una immagine che racconti come la pagina di un libro.

Non a caso, le sue composizioni si articolano sempre in una serie di immagini che seguono un preciso asse di svolgimento.

Ma, come in letteratura, non è tutto cosi semplice, dal momento che una narrazione lineare non c’è, se non per ideale continuità.

Di qui, la definizione che egli stesso usa di frequente: «Poesia trovata”. Proprio come nella poesia contemporanea, infatti, le sue immagini si servono largamente dell’analogia per evocare emozioni, sensazioni, impressioni, memorie.

E, proprio come in certa poesia contemporanea, le «cose» da leggere, da cercare, da intuire dietro ciascuna immagine sono sempre nuove, sempre più numerose, sempre più sollecitanti.

Per riferirsi soltanto alle mostre più recenti, quelle con le quali l’impegno di trovare poesia» si è andato connotando con sempre maggiore chiarezza, è possibile identificare un procedimento di comunicazione sempre più complessivo e carico di rimandi. Nella serie delle “Tracce” l’obiettivo si muoveva a caso, a pescare nelle cose del quotidiano quelle che suggerissero una possibilità alternativa di lettura.

Le foto quindi riproducevano uno squarcio di muro, le crepe del tempo, le scritte murali, le tinte sovrapposte e tutti gli altri elementi che fanno la “storia” di un soggetto; oppure un particolare casuale, un’indicazione tecnica (il numero civico, le scritte sui vagoni e simili).

La «poesia delle cose» veniva proposta, cioè, senza nessuna mediazione, con un’operazione di prelievo che si può definire di tipo povero; e bastava da sola a suggerire le fasi di vita delle cose e delle persone che dietro le cose si celano.

Più accuratamente analitico risultava invece la serie dei vestiti e dei jeans, dove il trovato dava la sensazione dì un più preciso “cercato”.

Neanche qui c’era, infatti, predisposizione, preparazione, posa, rimanendo quindi in una concezione “povera” dell’arte.

Rispetto alla «Tracce» c’era però la riflessione premeditata su un costume, un modo di vita contemporanea che traspariva da un particolare preciso, quello dell’abbigliamento.

La serie di Manhattan trasferiva l’operazione in un ambiente geograficamente, culturalmente e strutturalmente diverso.

Dalla stessa ottica di tutti coloro che approdano per la prima volta a New York, Cecere si lasciava affascinare dai grattacieli, dalle geometrie simmetriche e rigorose di questa architettura, dalla «storia» recente di questa civiltà industriale che fa avanzare anche modelli visivi segnati dalla tecnologia avanzata.

Quasi per compenso e confronto, emerge allora la serie delle Finestre», tutte riprese in ambiente europeo e tutte segnate da una storicità antica e caratterizzante.

Dall’originaria casualità indeterminata, attraverso un progressivo affinamento della visione, Cecere era in pratica giunto ad una «geometria» compositiva e di contenuto, per cui da un lato le immagini si erano fatte sempre più selezionate e dall’altro i contenuti erano diventati sempre meno immediati e generali.

Il suo «finestrario» sia nella composizione che nelle significazioni era frutto di un estremo rigore compositivo che si riferiva sia al fatto formale (formato delle foto e loro disposizione in consequenziale teoria) sia alla infinita possibilità di “lettura dietro il vetro”.

Con la serie delle «Bambole» si opera una frattura volontaria e totale degli schemi conseguiti, per recuperare l’originaria aggressività della poesia «trovata», inserendo stavolta un riferimento del tutto nuovo.

La dimensione «oggettiva» delle immagini viene infatti messa in discussione dalla presenza umana costituita in qualche caso dalle immagini, stereotipe, delle bambole - giocattolo (di ceramica, di celluloide, di plastica) o da quelle non meno stereotipe delle donne - bambole (in carne ed ossa benché ridotte ad immagine simbolica al limite della leggibilità).

Su di esse, si muovono le “tracce” delta prima serie presa in esame, creando un rapporto volutamente ambiguo tra realtà dell’uomo e realtà delle cose.Le chiavi di lettura sono molte (e spesso finanche contraddittorie); le sollecitazioni, le provocazioni, i rimandi, le allusioni sono infinite.

Per questo, il coinvolgimento é totale, sia dello spazio che dello spettatore.

Lo spazio in cui sono ambientate diventa, per dilatazione, esso stesso lo scenario di cui il frammento proposto nell’immagine può essere, al limite, uno squarcio: i segni sulle pareti, le piccole crepe, le ombre diventano elementi dialettici con i frammenti di muro, le scritte, i simboli che coprono i volti delle bambole.

Chi “legge” le immagini può costruirvi intorno tutta una storia, qualunque storia, servendosi solo dei segni, delle indicazioni, degli oggetti.

Alla fine, volendo, potremmo anche sostituire, ai visi, le nostre stesse immagini che raccontano, coi simboli sovrapposti, tutta la nostra storia.


 

Pordenone Galleria “Sagittaria” maggio - agosto 1985 Personale

 

Le cose, gli uomini, gli eventi ruotano intorno a noi con quotidiana insignificanza, se li guardiamo senza osservarli e ce li lasciamo vivere addosso.

Quando, però, degli oggetti, delle persone, dei fatti ci fermiamo a cogliere le intime relazioni, i moti che li animano, le sensazioni che sollecitano in noi, incontriamo la poesia: che rimane per lo più un fatto emozionale, ineffabile; o può diventare componimento, se gli strumenti espressivi sorreggono l'intento.

Una macchina che «scrive per mezzo della luce» non è in grado di fare poesia, neppure se l'incontra.

Ma se dietro la macchina c'è l'intento dell'artista, allora la poesia delle cose diventa opera poetica.

È questa, la chiave di lettura della «poesia trovata» che Cecere va componendo ormai da quindici anni.

Le cose gli vengono incontro, lo circondano, lo incalzano come chiunque di noi; le immagini scivolano innumerevoli davanti all'occhio e all'obiettivo; qualcuna rimane catturata, fermata su una pellicola e poi trasferita su un cartoncino a colori: da quel momento, la superficie scrostata di un muro, la traccia lasciata (per caso o per necessità) da qualsiasi persona, per i più disparati motivi, si anima di un'altra vita, fuori del suo contesto, per diventare forma, colore, sensazione.

Dietro la superficie s'intravede in filigrana una vita, un mondo, una storia con tutta la serie irriconoscibile di eventi, di persone, di strane sovrapposizioni: la foto si fa pagina di un fantastico diario, capitolo di romanzo o semplice espressione poetica.

Quando, poi, nella mostra, le immagini si susseguono, si rincorrono, si accavallano, si compongono in nuove dimensioni, la storia si fa ancora più viva, più ricca, più suggestiva.

Nelle pareti sbrecciate, nei volti quasi dimenticati, nei colori solari, nelle linee tagliate, prima o poi troviamo tutti, in un modo o nell'altro, un momento di vita vissuta.

 


Pordenone “la roggia” 3 – 29 ottobre 2009 Personale con pannello

 

Uno schermo per gli occhi

Uno schermo per gli occhi, l’obiettivo

per vedere le cose quotidiane

con lo sguardo incantato dell’artista.

 

Così le strisce di giallo consunto

sul nero dell’asfalto di una strada

diventano una tela concettuale.

 

E l’albero stagliato contro il nulla

livido, asciutto, freddo si trasforma

in un paesaggio strano, surreale.

 

Le crepe di un intonaco vissuto

s’animano di bambole scomposte

effimeri ritratti allucinanti.

 

La fuga regolare di ombrelloni

di tavolini, di barche ancorate

appare come astratta geometria

 

come l’assurda fuga verso il cielo

dei plumbei grattacieli di Manatthan

tutti cemento freddo, acciai e vetro.

 

Le scritte incomprensibili sui treni

i cuochi – insegna ai bordi delle strade

le finestre in lunga fila ordinata.

 

Tutto quel che ogni giorno noi vediamo

diventa, attraverso l’obiettivo,

composizione ardita di pittura

più le cose ci sono familiari

semplici quotidiane, inosservate

come quello che sempre ci appartiene

 

più l’occhio con la macchina le fissa

e le traduce in opera compiuta

in fotogramma fissato nel tempo

 

quasi che il quotidiano risvegliato

potesse riacquistare lucentezza

e vivere di vita rinnovata.

 

Alla fine, i pulsanti e i campanelli

raccontano la storia di chi vive

in vecchie case o nuovi condomini

 

con il batacchio vecchio, arrugginito

la pulsantiera dei giochi infantili

o la moderna tecnologia dei chips.

 

Ogni cosa racconta la sua storia

di vita, di emozioni di avventure

piccole o grandi, sempre quotidiane

 

l’artista le raccoglie con amore

per cercarvi un’interna poesia

che nasce dalle cose, senza sforzo

 

talvolta ve l’aggiunge, con la forza

di chi guarda con estro la realtà

e la trasforma nel lirismo puro.