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rassegne di fotografia

 

Loris Cordenos

 

Catalogo senza data

 

Il trapasso da una civiltà costituitesi in processo di millenaria evoluzio­ne, ad una di segno diverso - se non opposto - che lo sviluppo e le realtà della storia impongono come necessaria per non morire di sclerosi, è sempre un processo lento e sofferto, lungo il quale i connotati diversi e spesso alternativi delle due dimensioni si accavallano e si confondono, prima di giungere ad armonica fusione.

Il territorio della Destra Tagliamento è, per sua natura, in bilico tra due mondi, due storie, due realtà: il Veneto, da un lato, forte di una tradizione storica che ha visto Venezia al centro del mondo e che a quella "capitale" fa sempre riferimento; il Friuli Venezia Giulia, dall'altro lato, privo di riferimenti assoluti come Venezia ma non meno ricco di giusto orgoglio storico, di tenace volontà di progresso, di una sua viva ed antica civiltà.

Contrastata fra queste due dimensioni storiche, la provincia di Pordenone si è trovata, quasi senza volerlo, a scegliere la "terza via" dell'industrializzazione accelerata, con conseguenze strutturali sull'economia, sulla società, sulla cultura: l'agricoltore che passa direttamente dai campi alla fabbrica non è soltanto, stricto sensu, l'operaio legato ancora visceralmente alla terra; ma è, in visione più ampia, il bottegaio che diventa commerciante, l'amministratore locale che approda alla politica, il cittadino che insomma diventa metropolitano.

A trent'anni ormai dal boom economico, il processo sarebbe del tutto concluso e positivamente risolto: nell'economia, nella vita sociale e nella maggior parte delle espressioni culturali (a cominciare dalla musica giovane di cui Pordenone è stata per un po' capitale) le scelte sembrano decisamente quelle della civiltà tecnologica avanzata.

Eppure, compaiono ancora, qua e là tra le righe, le tracce di un vissuto laborioso e sofferto, di una naturale difficoltà a tagliare i ponti con tutto il passato: e ciò appare più evidente (e più straordinario) proprio in quelle ultime generazioni che, per definizione e per costituzione, dovrebbero invece avere già fatto scelte definitive ed assunto, sin dalle esperienze scolastiche, indirizzi determinati.

Loris Cordenos potrebbe facilmente essere assunto a modello paradigmatico di questa nuova generazione.

La sua cultura di base è decisamente sovranazionale, improntata come è all'osservazione attentissima delle emergenze più attuali della cultura sia dal punto di vista della visualità che da quello dell'uso di tutti gli strumenti che oggi concorrono alla definizione dell'immagine. Gli studi accademici, già pregnanti per se stessi, sono stati infatti accompagnati da una lettura continua della pittura contemporanea, con una preferenza accennata alla resa pop dell'immagine; successivamente, la dominante dell'interesse è stata alla nuova pittura italiana per la sensualità libera dell'uso del colore.

La stessa scelta professionale, del graphic designer, lo porta a rapportarsi continuamente con la tecnologia della visualità, in una visione moderna e ampia della comunicazione per immagini.

Sicché la sua produzione pittorica non può essere che il frutto di questo tipo di percezione, in cui la costruzione delle immagini procede spesso per analisi compiute e razionali, per strutture agili e lineari, per cromie semplici e immediate.

Ma, a fare quasi da pendant ad una visione così moderna ed universale, riemerge quasi d'incanto, nelle opere recenti, un senso finanche religioso della realtà, risolta in grumi di colore (sulla scia, appunto, del rinnovato interesse alla nuova pittura) che, mentre si caricano di tensione gestuale nel distendersi quasi automaticamente sulla tela, al tempo stesso, in acceso antagonismo alle soluzioni più rigidamente geometriche, si caricano di enfatici rimandi all'ineffabile.

Ne risulta, allora, un'atmosfera fiabesca che non si sa mai se appartenga alla futuribilità degli "eroi da fumetto giapponese" oppure alle antichissime invenzioni delle bisnonne, con le case sospese tra cielo e terra, con la luna ed il sole che fanno a nascondino e con tutto il ricchissimo patrimonio di folletti ed apparizioni che le popolavano. La dicotomia apparente tra un mondo di valori storicamente definiti ed una realtà di spigolosa oggettività trova allora la sua naturale fusione in una arbitraria dislocazione nello spazio improbabile della fantasia, dove le cose vere non hanno spazio né tempo e quelle inventate assu­mono consistenza di materialità.

Ad accompagnare il sogno, una calibrata sensualità delle cromie che si assemblano e si diradano quasi a seguire un interno percorso vitale, talora pastellando verso la rarefatta impalpabilità della fiaba ed altrove invece intrecciandosi in corposi spessori materici. Su tutto, un segno grafico decisamente maturo, che emerge soprattutto là dove viene rifiutato o spinto ai margini, fino ad un gusto baroccheggiante che non ha niente di lezioso ma tutta la ricchezza del genere.