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Antonio Crivellari

 

29 marzo - 11 aprile 1980 Pordenone “ la roggia” Personale

 

Avviene ormai da sempre che la scienza pretenda - quasi a scadenze fisse - di voler dare un nome a qualunque fenomeno, di spiegare le cose con meccanismi precisi, perfetti, inconfutabili.

E’ quasi ormai una prassi che, nel corso di un'età, si proclami a piena voce, anche per dato di fatto, l'universale conoscibilità delle cose, il dominio assoluto delle facoltà razionali sul mondo circostante.

Ed altrettanto sempre, inevitabilmente, avviene che,senza volerlo, o almeno senza accorgersene, l'uomo si trovi allora nella doppia funzione di soggetto conoscente (i pochi, beninteso, che posseggono gli strumenti della più ampia conoscenza) e di subietto conosciuto,quasi vivisezionato, ridotto a brandelli tutti identificati, studiati, catalogati.

Cosa resta, in quei casi, all'uomo (quello che non conosce o conosce ben poco di tutto lo scibile, o che insomma è "un misero mortale"), dell'uomo che egli è, in fondo a quei brandelli?

Meccanismi biologici, fisici, elettrici, statici o dinamici, che si possono osservare, prevedere, analizzare, mimare, controllare, riparare, guastare, cambiare, sovvertire.

Un'occhiata soltanto ci basta per capire che la nostra civiltà (che è quella delle macchine perfette, esatte, inconfutabili, che dominano incontrastate ogni nostra attività) ci sta portando forse al limite dell'allucinazione: se guardiamo gli eroi delle fiabe, ci accorgiamo impotenti che la macchina rischia di vincere anche la sfera ultima della nostra umanità - la capacità fantastica di creare le favole - inquinando finanche quel mondo dove ancora non regna l'assoluta lucidità dei transistor dove ancora è possibile tutto, oppure il contrario di tutto.

Gli eroi più recenti dei cartoni animati sono nati in laboratorio, programmati dai computer; e per realizzarli è stato necessario ricorrere finanche a quelle conoscenze (pedagogiche, sociologiche, antropologiche , fisiche ed astronautiche) che avrebbero dovuto rendere più sicura, adesso e nel futuro, tutta la nostra vita.

E' necessario forse un deciso riscatto dell'uomo, della sua potenza creativa, delle sue facoltà ignote, sconosciute, imperscrutabili: sovvertire il linguaggio, calpestare le norme, realizzare uno s(Ball)o.

Reagire ai controlli; rifiutare la macchina; far tutte quelle cose che nessuno strumento potrebbe controllare, prevedere, intuire; confondere il nord con l'est; svuotare di qualunque significato, semantico o convenzionale, le parole del nostro linguaggio; cucire fra loro elementi eterogenei per creare un composto affascinante, ma inutile, senza senso: non può e non vuole essere una proposta esistenziale (anche se molti, tanti, dimostrano ogni giorno di crederci fermamente!); ma è senza dubbio una proposta poetica, forse non nuova, ma cattivante, dolce, opportuna in buona sostanza.

 


SPERIMENTAZIONE IN CORSO

Avanguardie ed artisti nella Destra Tagliamento

San Vito al Tagliamento (PN) 9 - 31 maggio 1982

Personale di Antonio Crivellari

 

IL LINGUAGGIO DEI LINGUAGGI

Lo strumento di comunicazione primario per antonomasia (qualunque sia la scala di valori adottata: la cronologia, l’importanza, la diffusione, l’immediatezza ecc.) è senza dubbio alcuno quello del linguaggio, un mezzo che possediamo naturalmente fin dalla nascita; che naturalmente utilizziamo in tulle le nostre comunicazioni, dalle più semplici ed immediate alle più complesse e sofisticate; e che naturalmente conserviamo fino alla fine della nostra stessa esistenza.

Eppure, quasi naturalmente - ma non troppo - il linguaggio è, tra gli strumenti di comunicazione, quello che, per la sua stessa connotazione e complessità, più spesso, più facilmente e più necessariamente si presta ad una serie continua di codificazioni, di studi di ricerche, di manipolazioni, di utilizzi, di indagini ecc.

Innanzitutto, per la sua varietà.

Dalla biblica torre di Babele, la diversificazione delle lingue, degli idiomi, dei dialetti, dei codici e delle organizzazioni linguistiche è tale che uno specifico sistema di comunicazione è proprio non solo dei popoli e delle nazioni ma anche dei gruppi più vasti, articolati e capillari possibili, delle organizzazioni più varie, dei soggetti più diversi.

E la varietà stessa finisce per condizionare e limitare il funzionamento di questo primario mezzo di comunicazione.

Basta pensare, per averne un’idea, alle difficoltà di comunicazione che si possono Incontrare, ad esempio, a voler parlare con un cinese; ma, più in profondità, alle differenze - pure all’interno di uno stesso sistema fonetico - che si registrano tra il linguaggio di un italiano del nord ed uno del sud, tra un dialettofono ed un italianofono - senza neppure accennare, per esempio, al problema degli alloglotti-Di qui, la codificazione, fonte anch’essa - paradossalmente- di ulteriori complicazioni, più ancora forse che di chiarificazioni.

Una volta definite e sedimentate, le norme si presentano infatti, quasi sempre, come un reticolato artificioso, che va a sovrapporsi alla naturale tendenza linguistica (il bambino che parla a casa il dialetto deve imparare a scuola l’italiano e cimentarsi, successivamente, con le lingue straniere, vive o morte; e cosi via, all’infinito).Si rimedia allora con le scienze proprie della linguistica, che si occupa - e si preoccupa - di definire, chiarire, suggerire, consigliare, innalzando a sistema (o a sistemi) quello che all’inizio si definiva un patrimonio naturalmente posseduto.

E il discorso può andare ancora più oltre, quando si analizzano i linguaggi tecnici, da quelli delle scienze a quelli del lavoro, da quelli astratti e appositamente costituiti a quelli che l’uso quotidiano suggerisce e conferma.

E tocca allora affrontare i problemi .. e chi più ne ha, più ne metta.

Di fronte a questa situazione, l’artista visivo si è mosso sempre in maniera autonoma e talvolta provocatoria.

Senza tener conto dell’elaborazione storica (che pure è di estremo interesse e parte da molto lontano, dalle sigle impresse sulle opere più antiche per indicare l’autore) si può prendere in esame, più specificatamente, l’uso trasgressivo del linguaggio nelle arti figurative contemporanee.

Ed anche qui la casistica si dilata quasi all’infinito, dai poemi fonetici dei dadaisti alle composizioni miste dei futuristi via via fino ai momenti più qualificati che nel campo dell’arte si sono fatti in anni recenti intorno alla poesia visiva, attraverso la cancellazione e la riscrittura, l’incollaggio e il decollaggio, l’uso dei disturbi semantici, I’appropriazione e la riappropriazione dei linguaggi altrui.

Antonio Crivellari ha compiuto, in questo campo, una sorta di processo a ritroso che lo ha portato dalla parola alla sua scomposizione progressiva, in un gioco parossistico di mistificazione del linguaggio che è risultato alla fine demistificatorio dell’uso della parola.

È approdato, alla fine, al recupero dell’immagine, cancellando di volta in volta il linguaggio fonetico, la cui eco resta comunque nella congerie di segni codificati, di scelte compositive e cromatiche organizzate secondo la sua personale lettura del linguaggio.

L’uso spregiudicato, sin dalle prime opere, dei sistemi segnici e fonetici più disparati è stato il primo passo della sua grafia visiva e del suo procedimento di mistificazione demistificante.

Mescolando i sistemi alfabetici più vari, è giunto a creare una sorta di internazionalismo astorico della parola in cui l’ironia emerge con violenza nelle relazioni - complesse fino all’indecifrabilità - che tra i diversi linguaggi sono state definite, si possono realizzare, individuare o ipotizzare.

Ne è emerso una sorta di «crivellarese» in cui l’unico dato non ermetico è quello di essere ermetico fino al parossismo.Di più, è andato a recuperare i codici linguistici e fonetici delle discipline più varie e disparate (delle religioni, della magia, dell’astronomia e dell’astrologia, della cabala e delle scienze matematiche) mescolando il tutto in un complesso sistema che ha come presupposto determinato l’incomprensibilità.

Il paradosso continua senza sosta, in un’ironia dissacratoria che si rivolge ora anche alla comunicazione figurativa cosi come è stata canonizzata dalla storia dell’arte, i cui soggetti privilegiati (anche in questo caso, specialmente quelli che un larghissimo consumo culturale ha collocato come normativi di ogni possibile lettura dei valori estetici) sono recuperati - all’insegna anche di un gusto che si va sempre più diffondendo, a tutti i livelli e a molte latitudini - sono riproposti in una rilettura che non tiene nessun conto della storia - né dell’arte del linguaggio né della civiltà - e propone invece un divagare fantastico nel quale il gioco degli inganni linguistici arriva ad una tale complicazione di imbrogli che l’inganno stesso non è più possibile se non come ipotesi per una ironia graffiante e mordace del linguaggio su se stesso.

Sicché, alla fine, il dubbio è se sia ancora possibile - o, almeno, se abbia ancora un senso - usare gli strumenti correnti della comunicazione linguistica per parlare della sua operazione.

 


19 giugno - 3 luglio 1983 Perugia Personale

 

L'esigenza di assicurare continuità al proprio lavoro, senza rinnegare le radici e la formazione prima, ma anche tenendo nel debito conto la temperie culturale di questo particolare momento storico, è la leva principale per tutti quegli artisti che hanno vissuto con convinta adesione le tensioni del recente passato e quelle cercano di ricondurre oggi ad un'armonica compenetra­zione con le emergenti suggestioni di compostezza e di classicità.

Un impianto concettuale che lo portava a privilegiare i contenuti, fino al sacrificio totale della ricerca sulla forma; una raffinata disinvoltura dadaista nell'uso dislocante (e spesso dissacrante) dei linguaggi più disparati e lontani; un rapporto "amoroso" con la poesia visiva e la sua duttile poliedricità: sono stati questi i caratteri significativi e caratterizzanti dei lavori di Antonio Crivellari, elegante manipolatore di Immagini e di didascalie cripticamente e improbabilmente costruite con alfabeti di decine di lingue ufficiali e di dialetti.

Il lavoro recente recupera intatto il senso del "gioco dadaista " sulla parola e sui segni linguistici; ma li arricchi­sce di un'eleganza formale che per buona parte deriva dalle civiltà e dalle culture orientali.

Ma, soprattutto, rivela un Crivellar! maestro del colore, sapiente costruttore di composizioni astratto-liriche sulla base di una puntinistica elaborazione dello spettro cromatico.

Ne deriva un lavoro più ricercato e concluso, che con­serva intatto il gusto concettuale della sperimentalità e dell'ambiguità linguistica ma propone anche un senso lirico ed evocativo del colore e del segno.


"IL VERBO E IL SEGNO" Opere di Antonio Crivellari

21 novembre - 20 dicembre 2015

 Pordenone - Associazione Culturale “la roggia” - Atrio della Biblioteca Civica

ANTONIO CRIVELLARI: UNA STORIA ESEMPLARE

Conversazione con Enzo di Grazia e Marco Marangoni

giovedì 10 dicembre ore 18.00 Biblioteca Civica Saletta “T. Degan”

BRINDISI AUGURALE PER IL NUOVO ANNO

domenica 20 dicembre ore 11.30 Pordenone - Associazione Culturale “la roggia”

 

Antonio Crivellari: una storia esemplare

Nel corso di una vicenda che proprio quest'anno ha festeggiato i quarantacinque anni, "la roggia" si è configurata come polo di riferimento - non solo fisico ma anche e soprattutto culturale - che è stato in qualche modo anche "brodo di coltura" per tutte le vicende, le personalità e gli eventi che in questo mezzo secolo hanno trasformato radicalmente la visione delle arti visive, in Provincia di Pordenone e non solo.

Tra gli operatori che a questa vicenda hanno partecipato in maniera intensa ed attiva, Antonio Crivellari occupa senza dubbio un posto abbastanza rilevante, sia per l'evoluzione sua personale che per la partecipazione alla crescita dei progetti de "la roggia".

Il fondamento è la fiducia che io personalmente e la struttura tutta de "la roggia" esprimemmo sin dal primo momento alla sua ricerca sui rapporti tra le grafie (da quelle note a quelle misteriche, da quelle improbabili a quelle perdute) e la loro trasformazione in termini di segno e di colore.

Non a caso, la sua prima personale si tenne a Pordenone nel 1980 e, immediatamente dopo, "la roggia" invitata dalla Fiera d'arte di Bari a segnalare un giovane come espressione delle prospettive culturali della galleria - scelse Crivellari e le sue opere metalinguistiche per lo stand assegnato.

Da allora e per una quindicina di anni, la vicenda personale di Crivellari ha avuto molti e importanti elementi di convergenza con l'attività de "la roggia" che ha favorito - insieme alla resa pittorica delle sue intuizioni creative - anche la trasformazione in gestualità da happening o da installazione (formula nella quale Antonio si è rivelato sempre naturalmente versato) oltre alle "invasioni" nei territori della poesia visiva e della poesia scritta o recitata.

Alla fine del '97,proprio al culmine della più significativa tra le collettive realizzate con "la roggia" (quel "Compagni di viaggio" che si affermò con grande successo in mezza Europa) Crivellari, insieme ad altri 5 operatori che avevano costituito il nucleo de "la roggia", decise di dare vita ad un nuovo Gruppo, il "Punto 6", che, sacrificando - o almeno appannando in parte - le individuali singole formule espressive, privilegiava iniziative collettive con al centro installazioni, performances ed happenings (genere peraltro già assai caro ad Antonio).

Per circa dieci anni, fino al 2006, tutte le energie di quegli operatori furono rivolte alle attività del Gruppo.

Successivamente, venute meno le mozioni che ne avevano sollecitato la realizzazione, i singoli tornarono ad occupare gli spazi e ad esprimere gli interessi che gli erano propri.

Crivellari ebbe la possibilità, attraverso strutture territoriali più o meno interessate, di gestire una vivace attività nel Palazzo Conti Toppo Wassermann di Toppo di Travesio: ed avviò una nuova fase di impegno e di ricerca che è durata in sostanza fino ad oggi.

Presentare, trentacinque anni dopo l'esordio in una mostra personale, una sintesi dell'attività di Antonio Crivellari significa quindi sicuramente seguire il tracciato di un itinerario ispirato alla libera fantasia ed all'estro individuale, ricercando forme di aggregazione e modi di realizzazione che hanno consentito di essere ben presente nella vicenda culturale del territorio in questi decenni.

Ma significa anche - egoisticamente - riflettere sul grande valore che ha avuto e che continua ad avere "la roggia" come centro di riferimento e motore propulsivo delle attività nel territorio in fatto di arti visive.

AI di là e al di sopra delle occasioni e delle contingenze, resta irrinunciabile la funzione delle "radici" nell'evoluzione di una "specie"; e sicuramente, a Pordenone nessun operatore che si sia accostato o che si accosta alle arti visivi ha potuto prescindere o può prescindere dal contributo che una struttura forte e antica è in grado di assicurare a chi abbia voglia di cimentarsi nel nuovo e di confrontarsi col mondo.

Antonio Crivellari era partito con un'idea decisa ma difficile da imporre, vale a dire il tentativo di conciliare la parola e l'immagine, "IL VERBO E IL SEGNO" come titola la mostra; e se in qualche modo è riuscito ad imporla, è stato anche grazie alla struttura - umana prima che organizzativa - che "la roggia" assicurava con rapporti nazionali e internazionali, ma soprattutto con amici e "compagni di viaggio" che hanno affrontato anche situazioni non facili per far circolare in Italia e in Europa un certo modo di intendere l'arte "ai confini dell'impero".

Va detto che la sua peculiarità, quella che ne fa in qualche modo un caso esemplare, è l'essere riuscito a tenere fede ai suoi assunti (come, peraltro, tutti quelli che hanno percorso questo itinerario con lui) continuando ad indagare sul rapporto tra i linguaggi e la forma, senza smettere di ricercare tra idiomi, fonemi e lingue più o meno frequentati, più o meno abbandonati nell'uso.

Una qualche concessione (lui come gli altri) l'ha fatta, anche in conseguenza della maturità che viene dagli anni trascorsi: il suo linguaggio tende oggi a spostarsi più decisamente verso la ricerca formale (al limite dell'astrattismo geometrico) ma senza per questo perdere il vigore delle crittografie più o meno leggibili o interpretabili. Semplicemente, oggi "si diverte" di più con i colori di quanto faceva negli anni passati.

Il gusto per la poesia "di parola" si è accentuato ed ha generato pubblicazioni specifiche; ma è certo che la vena di pittore non ne soffre affatto.

In definitiva, guardare oggi una sua mostra non significa affatto entrare in un museo, tanto sono ancora vive le composizioni.

Ma non manca la suggestione e il fascino di una storia di cui siamo stati tutti partecipi o protagonisti e che ci consente di guardare indietro con l'entusiasmo del volere procedere ancora.