viale Trieste, 19 33170 PORDENONE (I) tel. e fax ++39 0434 552174 c. 3388894652 laroggia@tin.it

 

HOME

ANNALE

ARTISTI

CALENDARIO

SEDE

STORIA

VETRINA

COLLETTIVO LINEACONTINUA

PASSEGGIATE ITALIANE

PASSEGGIATE EUROPEE

MESSA A FUOCO

rassegne di fotografia

 

Giulio De Mitri

 

1990 Artefiera Bologna Stand “la roggia”

 

Le età di transizione sono sempre molto difficili da decifrare, non solo per quelli che lo fanno, a posteriori, con la lettura storica; ma anche (e forse soprattutto) per coloro che, a priori, sono impegnati - per il ruolo di testimonianza protagonistica che svolgono - a vivere e ad interpretarle, per operare scelte che, direttamente o indirettamente, avranno sui fatti un influsso più o meno marcato.

Per gli artisti, la sintonia coi propri tempi è una necessità inderogabile, se non vogliono essere relegati nel ghetto della pura manualità, oppure asserviti a un sistema; o comunque, risultare sterili e inutili al progresso civile.

Per chi vive "a cavallo di due età" (per usare una trita espressione) il problema si dilata ad abbracciare tensioni ed interrogativi che vengono dal passato e si proiettano nel futuro con infinite complessità.

La prossima scadenza è non solo centenaria (con la tradizionale condizione di passaggio di età) ma anche millenaria (con le suggestive complicazioni che comporta la straordinarietà dell'evento); e si propone come fine di intensi movimenti che hanno connotato di particolari valenze il XX secolo, ma anche all'inizio di un ciclo che è già iniziato all'insegna di radicali sconvolgimenti.

Si propongono, quindi, in questa fase, quesiti ed impegni non pochi, né lievi, agli intellettuali in genere ed agli artisti in maniera specifica, considerata anche la funzione irrinunciabile che la visualità ha svolto nella nostra età e si prepara a sviluppare in avvenire. Il secolo, che si era aperto col crollo dei grandi imperi centrali, ha registrato i più grandi conflitti che siano mai stati segnati nella storia della civiltà umana; è stato vissuto per una buona metà sulla contrapposizione tra le due "superpotenze" e su una lunga, ininterrotta serie di dolorose guerre "locali": si chiude, concretamente, sulla vittoria di un principio di libertà che ha valore fondamentalmente etico, prima che politico, segnando un decisivo spostamento del pensiero dalla sfera sociale a quella morale.

Di qui, l'esigenza per la cultura di dare l'avvio ad un nuovo Umanesimo che recuperi la centralità dell'individuo, senza per questo negare valore alla socialità.

Sul terreno della speculazione filosofica, un secolo apertosi all'insegna del Decadentismo è stato connotato, per larga parte, da un'illimitata fiducia nella ragione e nella tecnologia, per chiudersi, negli ultimi anni, coi caratteri della caduta dei valori e di un "pensiero debole" che, preso atto della crisi delle ideologie, non riesce però a formulare canonicamente quell'ipotesi alternativa che, nell'arte, si è già costituita come armonia tra individualismo lirico e partecipazione sociale; e, nelle vicende politiche, vede masse sempre più numerose ritrovarsi unite, senza schemi né pregiudizi di parte, sui grandi temi (dall'ecologia alla pace, dalla difesa dei diritti umani all'impegno per il disarmo) fino all'abbattimento di barriere considerate finora inamovibili.

La fine del secolo (e del millennio) registra ancora altri eventi e tensioni destinato ad avere un peso determinante nel prossimo futuro, dalla pressione che i popoli del Terzo Mondo esercitano sull'Europa, affacciandosi sempre più numerosi sullo scenario politico e trasferendosi fisicamente nei nostri paesi, sollecitando inevitabilmente la riflessione sulla "perdita delle radici" (forse il tarlo più pericoloso per la società civile) e proponendo nuovi (antichi) valori sociali e culturali; al peso che sta esercitando (e i pericoli che sta annunciando) la degenerazione dei consumi sul sempre più delicato equilibrio naturale.

La nascita (o anche la rivelazione o l'esplosione) di tanti fenomeni - in tutta la loro valenza e con le incalcolabili conseguenze che determinano - nell'arco di meno di un ventennio ha inciso in maniera profonda nelle coscienze di coloro che, per necessità anagrafica, si sono trovati a viverli intensamente e direttamente, restandone segnati nelle scelte personali, in quelle culturali e, per gli artisti, in quelle espressive.

In questa logica, una serie di elementi connotativi fa di Giulio De Mitri un testimone quasi esemplare di quel che ha significato, per un giovane artista meridionale, fare ricerca visiva nell'ultimo decennio, in una realtà sociale dilaniata da enormi, urgenti contrasti non ancora superati; in un territorio culturale atavicamente ricco di vicende, di documenti, di segnali e di rimandi; in una linea di ricerca personale particolarmente sensibile alla temperie generale della cultura.

Essersi trovato, sin dalle prime esperienze, in un momento storico - come quello dei primi anni Ottanta - caratterizzato da una vivace conflittualità tra le persisten­ze di un recente trionfo dell'Utopia, il crollo improvviso delle ideologie e dei valori, l'ansia - al tempo stesso - di nuovi approdi e di nuove idealità, ha necessariamente spostato la sua ricerca tra un'intensa socialità dell'arte, il rifugio nella pittura come mondo lirico personale e la tensione ad una nuova universalità.

La scelta dell'impegno sociale ha investito più direttamente la sua attività nella politica culturale; e l'elemento di più sicuro e continuo riferimento è stato l'ancoraggio alle radici tarantine e pugliesi, che hanno costituito così il primo e principale segno di identità, imprescindibile e incisivamente presente in tutte le manifestazioni.

Sul versante della partecipazione sociale, la scelta è stata di attivismo continuo, spaziando dal sostegno alle strutture propositive presenti nel territorio (come la Cooperativa Punto Zero) alla consulenza diretta agli Enti locali responsabili della cultura; dalla sollecitazione ed organizzazione di manifestazioni dedicate al territorio alla creazione di una struttura editoriale tesa alla qualità pur nei limiti strutturali, fino alla recente partecipazione alla creazione della fondazione "Spani".

Sul piano della ricerca visiva, il dato di maggior peso è stato costituito dalla rilettura del genius loci non già inteso - sulla scia del post-moderno - come autore storico a cui riferirsi, ma piuttosto come rapporto viscerale con la città, con la regione, con la loro storia e la loro civiltà antica.

La Taranto vecchia come campo di riferimento appare esplicita nelle iniziative sollecitate e sostenute, dal Tempio per il Mare al Canto delle Sirene, dal contributo all'«Isola della Fantasia» alla serie di omaggi alla Puglia e ai suoi figli illustri.
In maniera più sottilmente implicita, ma profonda e determinante, Taranto e la Puglia hanno però inciso sulla sua grafia pittorica, di fatto determinandola e segnandola anche in un linguaggio che, all'apparenza, è lontano dai riferimenti naturalistici.

L'elemento di maggiore evidenza è senz'altro la tavolozza solare dai toni accesi, che prende le mosse direttamente dal paesaggio forte e coinvolgente del territorio di vita, dalle asprezze ruvide delle colline interne fino alle distese infinite del mare: da questi orizzonti a perdita d'occhio nascono certamente le campiture dei suoi dipinti, articolate in prospettici tagli di profondità dove un colore dominante (l'ocra, il blu cobalto, il giallo) allude e rimanda ad orizzonti reali, trasfusi e sgranati fino a perdere consistenza per ridursi a solo spessore cromatico.

Ancora più intimamente, nella tessitura dell'opera, agisce l'altro fondamentale carattere delle città pugliesi, quell'architettura barocca che non è solo struttura formale largamente diffusa e continuamente presente nei giochi arditi delle facciate, nella minuziosa decorazione delle pareti, nell'elaborato gusto floreale dei balconi; ma che è anche scenografia complessa dell'intreccio dei vicoli, delle aperture improvvise di slarghi e piazze; che è anche nei personaggi che queste scene popolano, un'umanità per certi aspetti particolare, viva, formicolante di mille attività diverse, che è in definitiva l'aria stessa che in quelle realtà si respira.

Nella pittura di De Mitri il barocco è una costante convinta, che si è nutrita delle lezioni impressionistiche e puntinistiche della pittura, che si è articolata lungo il gusto attualissimo della pittura che riflette su se stessa, dopo aver attinto al reale, e che si risolve in arioso, sottile ed ardito gioco di cromatismo.

In questo senso, l'operazione pittorica diventa reinvenzione del quotidiano e della sua esteticità, non nel senso storico dell'utilizzo degli spazi urbani come palcoscenico reale per un'attività di arte totale (c'è anche quello, qualche volta, in altre situazioni e in diversi momenti); ma piuttosto come fonte inesauribile di suggerimenti per una più libera fantasia compositiva che dal concreto trae le forme e i colori, e questi elabora continuamente in una continua serie di scomposizioni e ricomposizioni di colore, riportando al centro della realtà dell'arte l'uomo e la sua capacità creativa.