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rassegne di fotografia

 

Eduardo FERRIGNO

 

Antonio IZZO

 

Antonio PICARDI

 

26 giugno 1993 Gubbio (PG) Trittico

 

Il processo di sviluppo della cultura e del pensiero non è mai unitario ed omologo dappertutto, condizionato com'è dalle singole realtà territoriali che possono fungere da stimolo, da freno o da deviatore; sicché, gli stessi fenomeni possono colorarsi, caso per caso, di specifiche connotazioni con differenze sostanziali determinate dalle radici indigene, dalla storia e dalle intenzioni liriche individuali.

Il vasto movimento di trasformazione della società e della cultura che ha investito il mondo nella seconda metà del Novecento, proprio per l'ampiezza dei fenomeni, si è aperto ad infinite possibilità di «adattamenti» che hanno visto privilegiare scelte e tendenze, modificare intenzioni e letture, proporre soluzioni specifiche qualche volta addirittura in termini di lettura regionale.

Sicché - ad esempio - mentre nel mondo dilagava la lezione pop, in Europa si affermava un'interpretazione neorealistica, evolutasi in Italia come arte povera fino a costituirsi nel Sud della penisola come impegno fortemente politico degli artisti; analogamente, le grandi tensioni concettuali si esprimevano in forme e termini diversi in relazione alle radici proprie del territorio.

La storia culturale della Campania - ma più ancora, in generale, il suo humus sociale - ha determinato una colorazione specifica dei fermenti che, a partire dal secondo dopoguerra, si sono agitati, sia per una naturale evoluzione del pensiero che per effetto di acquisizione - preventivamente e naturalmente selezionata - di proposte e mozioni.

Sicché, mentre si costituivano come terreni privilegiati gli indirizzi di natura socio-poetica, finivano per essere relegate, in uno spazio marginale e ridotto, le tendenze e le proposte di natura razionalistica e strutturalistica.

Ne deriva un procedimento storico delle avanguardie artistiche per cui i fenomeni più strettamente narrativo-politici prevalevano largamente su quelli espressivo-lirici; salvo poi, nel volgere del tempo, a riproporre il ritorno all'intimo per rilanciarlo in termini di sensuale mediterraneità.

A questo largo corso hanno offerto apporti sempre nuovi le generazioni che si sono succedute e che, più o meno direttamente coinvolte nelle vicende territoriali e nella loro evoluzione, hanno adeguato sempre, da un lato, le grandi lezioni alla specificità della regione e, da un altro lato, ne hanno modificato le linee evolutive.

Chi ha vissuto in presa diretta i grandi fermenti degli anni Sessanta - senza dubbio i più determinanti per la cultura visiva contemporanea a Napoli - ha fatto immediatamente i conti con la grande forza della «Proposta» e il suo carattere esplicitamente e violentemente politico, fino ad esserne condizionato per larga parte.

Edoardo Ferrigno, istintivamente minimalista e rigorosamente geometrico, ha respirato dall'inizio quell'atmosfera ed ha vissuto da protagonista quelle tensioni, alle quali il suo linguaggio si è piegato per un lungo periodo (sacrificando larga parte delle intenzioni originarie) prima di definire con determinazione un suo linguaggio astratto-geometrico in termini di strutturalistica ricerca dei valori plastici e di quelli cromatici come sintesi tra storia, attualità e lirismo.

Ne consegue che il suo minimalismo prende le distanze dai canoni del rigore freddo delle geometrie essenziali per assumere la valenza barocca della linea sinuosa e morbida, caricata per di più della sensualità cromatica di ascendente mediterraneo.

Gli anni che separano i rispettivi esordi pongono Antonio Izzo in una condizione strutturalmente diversa, rispetto a Ferrigno: la motivazione di fondo dell'impegno politico è ancora per larga parte operante, ma l'atteggiamento più disincantato ed una visione più universale dei problemi dell'arte agiscono da direzionale verso una riflessione «interna» alla pittura che testimonia la lacerazione di questa «seconda generazione» tra le radici storiche - comunque ope­ranti, in maniera evidente nelle prime opere e come substrato in tutta l'attività - ed una rilettura attualizzata che rende l'arte più autonoma rispetto alla realtà.

Dalle intenzioni pop-poveristiche, attraverso un delicato recupero dell'im­maginario popolare in termini di raffinata eleganza cromatica, Izzo giunge ad una liricità espressiva che testimonia lo sforzo, nel nostro momento storico, di operare una sintesi estrema ed armonica tra tensioni diverse e divaricate, che in questi anni sono emerse e talora si sono combattute.

Meno coinvolto dai contrasti violenti scaturiti dalla «contestazione globale» appare Antonio Picardi che - come tutti quelli della sua «terza» generazione - si trova, nella condizione (in qualche modo «privilegiata») di poter vivere la sua ricerca senza l'assillo dei «conti con la storia recente» e di poter riassumere felicemente il meglio di quanto emerso in questi decenni di pregnante sperimentazione.

Il valore del patrimonio indigeno (un genius loci inteso come immaginario collettivo) viene immediatamente recuperato attraverso gli ascendenti «marinari» sia dei materiali preferiti (corallo, madreperla e simili) sia delle forme (la conchiglia, come riferimento primario): in qualche modo, l'antico desiderio di rapporto tra arte e territorio trova una soluzione lirica; ma, insieme, il senso rigoroso (quasi minimalistico) della composizione lineare ed elegante riporta alla ricerca di una definizione originale del genere, a certe latitudini; mentre il gusto sensuale delle cromie riporta al barocchismo mediterraneo e l'oscillazione tra corposità plastica e lineare pittoricità si colloca al centro delle problematiche più attuali.

Una sorta di provvisoria «conciliato oppositorum» sembra qui raggiunta dopo un quarto di secolo di attriti, frizioni e tensioni diverse.

Ma, in filigrana, ci sono già tutti gli elementi per nuove proposte, diatribe polemiche e prospettive; che sono, in definitiva, quelle che fanno la storia e la cultura.