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I PRODROMI

 

Nel corso del 1975, alcuni operatori casertani - aderendo anche a sollecitazioni che venivano da altri Gruppi operanti in Campania e che si riconoscevano nel progetto culturale di “operare estetico nel sociale” propugnato da Enrico Crispolti - diedero vita ad interventi, performances ed happenings in giro per la regione, utilizzando personali segni che sarebbero entrati poi nel linguaggio del Collettivo come identificativi degli autori.

La particolarità che distingueva il gruppo dei casertani era l’accentuato tasso politico dei gesti e delle opere, come bene avrebbe poi sottolineato lo stesso Crispolti in un articolo pubblicato sul quattordicinale di politica,   economia, cultura e attualità “La voce della Campania” domenica  10 aprile  1977

I temi ricorrenti nel lavoro del Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro mi sembrano poi proprio questi: critica dissacrante ai miti patrii (della “patria” capitalista alla quale si è estranei se non per caduta subalterna), ed esattamente il tema della speculazione fondiaria e della gestione economica di rapina, con il conseguente disastro ecologico, ecc. (Raffaele Bova, e la sua azione “CE(S2)O”, e il connesso tema della mistificante “difesa della lira”, momento di ulteriore sfruttamento subalterno (Bova e il suo ciclo sulla “lira, simbolo di “patrie” capitalistiche virtù); il tema della prevaricazione burocratica, atavico strumento di espropriazione e rapina nel mezzogiorno (opere e azioni di Livio Marino); il tema dei simboli del potere capitalistico (Aldo Ribattezzato sul motivo della realtà popolare subalterna di Caserta colonizzata dalla Reggia borbonica); e poi invece i temi non più soltanto di critica, non più soltanto derimenti, ma di sollecitazione ad un'autocoscienza culturale proletaria e soprattutto contadina (Giuseppe Ferraro e Pietro Gallo). Il Collettivo opera attraverso costruzioni di oggetti emblematici e “animazioni di piazza”, e queste si configurano attraverso la stessa costruzione di oggetti. Il momento dell’''animazione di piazza”  (realizzate a Castelmorrone, a Marcianise, a Mercato San Severino, a Gaeta, in realtà sia rurali, sia urbane) è ritenuto comunque fondamentale per una sollecitazione partecipativa.

Negli interventi operati a Castelmorrone - CE (localita Largisi), a Marcianise - CE (cortile zi’ Mea) e a Mercato Sanseverino - SA (frazione Priscoli) Peppe Ferraro e Giovanni Tariello ripresero la tematica cara - e più volte assunta nella opere - della crisi del mondo contadino; Livio Marino utilizzò i certificati a cui lavorava da tempo, Aldo Ribattezzato ricorse alla sagoma della finestra del palazzo reale di Caserta per segnare spazi di potere; Pierino Gallo, Mattia Anziano, Paolo Ventriglia e Alessandro del Gaudio svariarono fra i recuperi del mondo primigenio e i fantasmi di culture scomparse.

Successivamente, a Gaeta - LT, l’attenzione fu incentrata alla crisi della pesca con il coinvolgimento degli abitanti, prime vittime del particolare momento sociale.

In sostanza nasceva già chiaramente evidente l'impostazione che il Collettivo avrebbe poi fatta sua come cifra operativa, vale a dire un'analisi sociologica ed antropologica del territorio che si intendeva investire, un progetto che aveva elementi politici prima che estetici (non a caso, Crispolti nel testo citato indica i "compagni del Collettivo") per evidente riconoscimento di un'appartenenza che era non solo di partito (alcuni, peraltro, non erano neppure comunisti) ma anche e soprattutto di classe.