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IMPEGNO E DECENTRAMENTO

 

30 marzo 1976 Caserta Associazione Culturale Lineacontinua

Incontro con Crispolti 

 

Il dato fondamentale della società italiana negli anni Settanta fu senza dubbio una fortissima tensione alla democrazia di base che si espresse principalmente con la costituzione delle Regioni a Statuto Ordinario.

Ma anche nel quotidiano si affermò il bisogno di una democrazia diffusa, attraverso lo strumento dell’assemblea, che divenne Istituzione riconosciuta e fondamentale in tutti gli ambienti di vita, dal posto di lavoro alla scuola.

Anche nella Cultura, il bisogno di un “decentramento” fu spinta propulsiva per moltissime iniziative, sulla scia anche delle convinzioni estetiche che proponevano uno stretto rapporto tra arte e società.

Nelle arti visive finirono per affermarsi posizioni tendenti alla “società dell’estetica”, su cui insisteva Filiberto Menna, e all’”operare estetico nel sociale” propugnato da Enrico Crispolti che in questa direzione animò numerose iniziative in tutta Italia ed attivò gruppi di operatori che ai canoni del decentramento, dell’aggregazione e dell’intervento diretto nelle realtà sociali (soprattutto quelle più marginali ed “escluse”) si dedicavano con intensità.

Proprio per queste caratteristiche - che ben si adattavano ai criteri ispiratori dei giovani artisti casertani - l’idea di un “Collettivo” (con evidente richiamo a quelli studenteschi ed operai) si affermò rapidamente; e a “sanzionarlo” in qualche modo fu chiamato il critico che meglio aveva saputo dare corpo alle idee comuni.

Nacque di qui la proposta di incontrare Enrico Crispolti in una serata diventata in qualche modo “storica”, nel corso della quale certe linee furono definite.

A quella data, quindi, si può far risalire la genesi prima del “Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro” che si sarebbe poi mosso sulla falsariga di quanto Crispolti sottolineò successivamente nel “libretto rosso”:

 ..."invenzione" di modi di sollecitazione e poi subito di gestione realmente partecipativa (invenzione che naturalmente è anche linguistica) alla strategia della sollecitazione, del coinvolgimento, della contrattazione e del controllo democratico delle istituzioni, a cominciare dagli enti locali.

Questa nuova dimensione non interessa appunto soltanto il capoluogo, non soltanto gli operatori napoletani, ma il territorio, l'area regionale, e particolarmente in una situazione di conurbazione quale quella tipica della fascia che corre da Pozzuoli a Caserta, a Salerno. A Caserta appunto un momento di questa aggregazione su interessi di proiezione culturale operativa a livello territoriale è rappresentato da circa un anno dall'attività del Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro, costituitosi per riassumere e tesaurizzare una tradizione locale di ricerche d'avanguardia che rimonta al 1966, ma indicando con chiarezza tale nuova prospettiva operativa.

Da alcuni anni questa nuova realtà della ricerca culturale in Campania, già notevolmente affermata nel teatro (mezzo più diretto e partecipativo), si è tuttavia affermata anche nel dominio della cultura cosiddetta figurativa, nel costituirsi di situazioni operative, gruppi o anche singoli operatori, aperte ad un dialogo nuovo, interessate alla realtà sociale specifica non più soltanto come patrimonio culturale costituito, ma come realtà creativa a livello diffuso e persino latente.

Una proiezione degli operatori sul territorio, e un'aggregazione fra consenzienti situazioni operative, in una connessione di esperienze che è già anch'essa un fatto nuovo di fronte al costume piuttosto personalistico della precedente tradizione d'avanguardia anche napoletana. Una proiezione che significa l'emergere di interessi nuovi, di volontà di dialogo reale, ricercato spesso accanitamente, sollecitato e condotto in modi trovati direi sul campo; che significa insomma la disponibilità ad una compartecipazione creativa ad un disporsi totale a dare ed avere insieme, e quindi anche all'ascolto e alla partecipazione ai valori di una cultura ancestrale del territorio campano: cultura agricola essenzialmente, trovatasi ora d'improvviso a fare i conti con l'urbanizzazione e sopratutto l'industrializzazione spesso forzata, altrove decisa e altrove ripagante.

Ma è certo che una tale proiezione - che connota quella dimensione nuova costituente l'attuale fervida e ricca situazione operativa, creativa, culturale campana anche nel settore, non più marginale, della comunicazione figurale - è venuta praticamente ad indicare la possibilità di un capovolgimento di certe tradizionali limitazioni di subalternità culturale, proprio perché sollecita all'individuazione di modi di riattivazione di uno smisurato patrimonio culturale specifico popolare, non esteriormente folcloristico, ma di realtà profonda di sedimentazioni ancestrali.

Anche la recente attenzione di antropologia culturale scava nel medesimo terreno; ma, perché - come del resto nell'ambito dell'operatività estetica - quest'attività risulti corretta e realmente sollecitante nel senso di una apertura di prospettive di partecipazione culturale orizzontale, occorre che sia sorretta da una visione politicamente consapevole in un senso democratico reale, cioè non nominale ma effettuale. E dunque superi il momento del rapporto isolato, dell'occasionale, per tendere a ricomporre nella sua capacità creativa un tessuto socio-culturale dilaniato ed emarginato, e che tuttavia può ricomporsi durevolmente attraverso momenti e luoghi organizzati e istituzionalizzati, politicamente difesi in una volontà di gestione e controllo democratico.

L'ampiezza dello sforzo in atto, pur fra le tante necessità di chiarificazioni ancora necessarie e non sempre agevoli, fra sé come verso gli altri, è in relazione a questo compito, in un arco che va dalla corretta e realmente efficace «invenzione» di modi di sollecitazione e poi subito di gestione realmente partecipativa (invenzione che naturalmente è anche linguistica) alla strategia della sollecitazione, del coinvolgimento, della contrattazione e del controllo democratico delle istituzioni, a cominciare dagli enti locali.