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COLLETTIVO LINEACONTINUA

 

TERRA DI LAVORO

 

 

INEVITABILE PREMESSA

 

“La grazia e il tedio a morte del vivere in provincia” è stato forse il centro propulsore della vita culturale in Italia nella seconda metà del Novecento.

La causa prima è stata la funzione che le metropoli - in una civiltà che si avviava alla globalizzazione - hanno svolto, di spinta dell’hinterland verso approdi sempre più avanzati, in una realtà - quella provinciale per l’appunto - che tende per sua natura alla conservazione e all’equilibrio.

Un territorio come quello casertano - da sempre, storicamente, vincolato alla vicina Napoli e, nel corso dei decenni del dopoguerra (complice l’Autosole), sempre più vicino a Roma e condizionato da essa - non poteva che rappresentare l’apice di un’evoluzione che ha assegnato alla provincia un ruolo determinante nel quale si fondevano (e spesso si confondevano) il tedio della distanza dal potere e la grazia di rielaborare in termini personali le innovazioni.

La condizione atavica dell’”intellettuale di provincia” (straordinariamente rappresentata ne “I basilischi” di Lina Wertmuller) era quella dei giovani che dissertavano per ore, giorni, mesi e anni sui “massimi” sistemi limitandosi a percorrere a vuoto la città migliaia di volte.

Nella nuova definizione, si creava una stratificazione di condizioni diversificate tra coloro che frequentavano le “metropoli” e ne ricavavano informazioni più o meno approfondite, più o meno attendibili; i “giovani volenterosi” che non si stancavano di ascoltarli e, spesso, assisterli o venerarli; ed infine gli “spiriti liberi” che continuavano a dissertare di “massimi sistemi” sfruttando le informazioni (approssimative) ricevute e rielaborandole talvolta in maniera (necessariamente) distorta.

Non è strano, allora, che la “Proposta 66” elaborata a Napoli (su modelli stranieri che pochi conoscevano) si trasformasse nella “P 66 Terra di Lavoro” con una specificità che la spostava verso la militanza politica attiva.

E ancora meno strano è che, sul modello napoletano, si aggregassero e si disgregassero gruppi (spesso male) organizzati per dare vita a Centri Culturali, Associazioni e Gallerie.

La nascita di “Lineacontinua” si collocava esattamente in questa atmosfera ed era generata dalla volontà di emanciparsi dalla condizione di subalternità ad alcuni “protagonisti” (quelli che ad ogni spron battuto nominavano Benjamin e non ne avevano mai letto una riga; quelli che attribuivano titoli americani alle opere, sbagliandone la grafia; quelli che stavano sempre “’ncoppa ‘a mazza”; quelli che arrivavano da Napoli con le ultime novità e le distribuivano con degnazione; quelli che ti ricevevano nello studio trasformato in “centro di produzione” per il Partito ecc.).

Ma nasceva anche con l’intenzione di dare continuità ad una ricerca che in qualche modo si era avviata in tutta la Campania (ma soprattutto nella periferia della metropoli e in provincia) e dalla quale i casertani non intendevano restare fuori.

In un articolo de “la Gazzetta di Caserta” del 3 aprile 1977 - ripreso per gran parte da un testo già inserito nel “libretto rosso” - così è riassunta la vicenda.

“Niente nasce per caso: soprattutto un nome.  Quando, infatti, nacque l'idea di uno spazio culturale a  Caserta,  che fosse  centro di coagulo delle iniziative sparse ed individuali che si andavano svolgendo, l'obiettivo fondamentale che animò Armando Napoletano (che dell'idea era stato il promotore ed il sostenitore più acceso e che ne fu, poi, il realizzatore concreto) era in pratica quello di evitare che la disgregazione che andava caratterizzando sempre più marcatamente l'attività degli operatori visivi portasse, dalla fase di stallo che alla fine del '75 si registrava, ad una vera e propria morte culturale, o, quanto meno, ad un individualismo aristocratico sterile e pericoloso.

L'intento era quello di fare in modo che gli spunti - avviati a livello di operazioni con la «Proposta '66 Terra di Lavoro» e i premi “Caserta Club” e trasferitisi poi nei centri artistici “Junk Culture”, “II Guizzo” e “Oggetto”, intorno ai quali erano cresciuti ed erano andati definendo la loro iniziativa i più qualificati operatori dell'avanguardia artistica a Caserta - trovassero una continuità ed una chiarezza di visione in una realtà che fosse al tempo stesso spazio operativo e centro di coagulo delle forze e delle attività.

Di qui la decisione di realizzare un'associazione culturale per la ricerca visiva, alla quale aderivano alcuni dei protagonisti delle iniziative precedentemente realizzate ed esaurite; e, come spazio reale, un ambiente che fosse punto di riferimento per l'incontro ed il dibattito, luogo di operazioni e di manifestazioni.

Nasceva con queste premesse Lineacontinua, non una galleria di stampo tradizionale, dove appendere oggetti, e neppure un centro culturale in cui ospitare manifestazioni ed operatori; ma momento autenticamente propulsivo della cultura di avanguardia a Caserta, capace di ospitare e sollecitare gli operatori, di consentire l'incontro e il dibattito, il lavoro e la realizzazione delle iniziative.

Ma Lineacontinua fu anche e soprattutto il punto di riferimento per un gruppo di operatori che, nella ricerca (spesso affannosa e confusa) di una linea comune, finiva per riconoscersi su una impostazione che diede luogo al Collettivo, il quale non poteva prendere nome che dal centro.”

 La data “ufficiale” del’evento si colloca ai primi del 1976; ma molte iniziative erano già state condotte dagli operatori che avrebbero dato vita all’Associazione ma anche, e soprattutto, al “Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro”.

Il nucleo operativo fu costituito da Armando Napoletano (che da tempo ormai si era appassionato all’arte contemporanea e aveva organizzato uno spazio espositivo nel suo negozio di rigattiere-antiquario in via Colombo, a Caserta), da Raffaele Bova, Peppe Ferraro, Livio Marino e Aldo Ribattezzato, ai quali successivamente si aggiunse Antonello Tagliafierro; i testi che accompagnavano gli interventi e quelli dei volumi editi nei primi anni furono stesi da me, Enzo di Grazia; successivamente, fu Enzo Battarra ad occuparsene; in due fondamentali occasioni (Pordenone e Firenze) ci fu anche un contributo sostanziale e, per qualche verso, determinante, di Enzo Perna.

Ma il Collettivo era organizzato come struttura aperta alla quale tutti potevano portare contributi autonomi: per questo, in diverse occasioni, entrarono a farne parte molti degli operatori casertani (Crescenzo Del Vecchio, Gabriele Marino, Giovanni Tariello, Paolo Ventriglia, Pierino Gallo, Mattia Anziano, Alessandro Del Gaudio e altri) ma anche altri che gravitavano intorno a “Lineacontinua” pur risiedendo altrove (Haebel, Lucia Romualdi, Enzo Navarra, Giuseppe Onesti ecc.).