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Roberto LISA

 

19 marzo - 1 aprile 1983 Pordenone Personale

 

Il «ritorno alle radici» è diventato, per Roberto Lisa, un concreto «ritorno al tronco», come scelta di un preciso supporto alia sua pittura, quello del legno massiccio ricavato dal taglio di grandi tronchi di noce o di rovere. e queste superfici levigate, usate con tutta la suggestione delle venature che il procederò degli anni vi ha inciso, si prestano facilmente all'invenzione (suggerita, favorita, provocata, sollecitata dalle linee naturali) a forme composte, armoniose, classica­mente plastiche.

Ma vi è qualcosa di più, accanto alla sensualità del materiale in sé: si respira quell'aria che, chi vive a Firenze da sempre, si porta nei cromosomi.

Riaffiorano allora memorie quotidiane e letterarie, popolari ed artistiche, dai grandi paesaggi di verde (che pure tanta tradizione letteraria e pittorica hanno determinato) alla coscienza storica delle pale d'altare, delle tavole dipinte nell'età d'oro della pittura toscana.

In un clima culturale costituitosi in secoli di paziente processo evolutivo, la cultura individuale (che quella storica respira nella quotidianità) ritorna a quei riferimenti canonici non come citazione di maniera o di moda, più o meno felice più o meno convinta; vi ritorna piuttosto come ad un alveo naturale, ad una ininterrotta linea di ricerca che opera lo scavo, prima ancora che fuori di sé, all'interno della sua realtà storica, di cui quella attuale è ultimo approdo. Di qui, la riproposizione di miti e fantasie, individuali e collettivi, altamente intellettualizzati (è inevitabile, in una cultura da sempre collocatesi in funzione dominante), riproposti con tutto il «lusso» che la lezione antica suggerisce, dall'eleganza raffinata del legno alla preziosità dell'oro, dal colore attenuato alle linee morbide e sinuose.

I paesaggi di Lisa diventano così la riproposizione in chiave attuale della pittura classica del genere, senza riferimenti a maestri precisi eppure con tutta intera la lezione del passato, dei grandi protagonisti, dei miti dell'arte.

Le sue figure riportano alla mente tutta la galleria di ritratti, di allegorie, di personaggi che popolano i miti della letteratura e dell'arte, a partire da Mensola e Affrico.

Ne deriva una pittura con profonde radici nel passato, a cui riportano continuamente forme, contenuti, mezzi. Ma anche, al tempo stesso, una grafia decisamente attuale e viva che i grandi miti, le lezioni canonizzate adatta all'attualità. Una pittura decisamente «aristocratica» nelle forme, soprattutto, e nei contenuti di classica compostezza.

Ma anche una ricerca fortemente popolare, non solo nella serie dei tarocchi dove più esplicito è il riferimento ad un mondo borghese con i suoi miti, i tabù, le credenze e le superstizioni fioriti in un lontano passato e alimentati nel concreto dei secoli che passavano.

II gusto del quotidiano, del vissuto, è anche per esempio in tutta la produzione ceramica, che ripropone con fedele devozione una tecnica di lavorazione frutto di secolari esperienze di artigiani ed artisti, custodi gelosi di segreti conservati per decenni nelle botteghe e trasmessi nell'alone del mistero o portati nella tomba. Ma è, più in generale, nel gusto diffuso del bello, del grande, del possente, che la grafia individuale si fa espressione di una realtà sociale, di un popolo che ha sempre vissuto con orgoglio la sua condizione, anche se fosse stata quella di servitù a un principe (a patto che fosse il «suo» principe).

Da qui, i grandi guerrieri vestiti sempre di splendide armature (come quelle conservate al Bargello), le donne adorne di principesca bellezza (come nei dipinti agli Uffizi), i giovani dolci di efebica bellezza (come nelle sculture distribuite dovunque in città).

La mitologia di Roberto Lisa è nel suo stesso essere fiorentino, nel vivere, pensare ed amare in sintonia con tutti i fiorentini, con la convinzione di essere sempre popolo senza mai essere «straccione», di essere «volgare» ma di aver dato a tutti la cultura, di essere ancora e sempre «maestri di bellezza».

 


19 gennaio - 1 febbraio 1985 Pordenone

INVENZIONI PER IL TEMPO PERSO cartella di grafica

 

MAGHI STREGHE & Co

I primi a muoversi furono gli orchi, che da troppi decenni erano stati emarginati e dimenticati, al punto da arrivare a dubitare essi stessi di essere mai esistiti.

L’idea iniziale fu quella di una grandiosa manifestazione di piazza per rivendicare il diritto all’esistenza, un happening universale che destasse tanto spavento da reinserirli di diritto nel novero delle fantasie quotidiane. Ma il progetto dovette essere subito abbandonato, per la coscienza di essere troppo pochi per una manifestazione che si sviluppasse contemporaneamente in tutto il mondo: guardandosi intorno alla ricerca di possibili alleati, non trovarono che qualche demone scontento, un folletto spelacchiato, draghi ormai in disuso e pochi maghi di infima categoria.

Quando la notizia arrivò alle orecchie delle streghe, un fermento vivace corse per tutto il mondo delle fiabe; la capacità di concretezza e di praticità delle donne agì immediatamente e fu scelta la via da seguire per un’iniziativa di massa. Messaggi e messaggeri furono spediti in fretta ai quattro capi del mondo per lanciare l’iniziativa dell’anno, anzi del secolo, macché! Di tutti i millenni: un raduno generale di tutti i personaggi della fiaba, per discutere sul tema del diritto all’esistenza nella prospettiva di una carta dei “diritti del personaggio” da far approvare all’ONU, all’Unione Mondiale e al Consiglio Superiore dell’Universo. Furono tenuti incontri, dibattiti, convegni e conferenze preparatorie, nel corso dei quali maghi streghe e compagnia illustrarono i punti fondamentali del dibattito e delle loro rivendicazioni.

Al primo posto si collocava il diritto all’esistenza dei personaggi nella fantasia, nella narrativa e nella comunicazione di massa; ma veniva poi tutta una serie di punti fermi (riconoscimento giuridico, organizzazione sindacale, diritti di assistenza e di tutela ecc.) che avrebbero dovuto fare piazza pulita delle manipolazioni e delle adulterazioni, fino ad un marchio DOC che garantisse il singolo personaggio da ogni sofisticazione specialmente elettronica. I fantasmi dei castelli inglesi, per la verità, non accolsero di buon grado questa ipotesi; impettiti nella loro austerità, si rifiutavano di pensare al loro immacolato candore violato da una scritta, sia pure di garanzia.

Si adeguarono però di malavoglia solo dopo aver assistito alla proiezione di uno spot pubblicitario in cui i loro usurpatori reclamizzavano un noto detersivo per lavatrici.

Il punto di forza, nella fase preparatoria, fu l’incontro con il WWF, Italia Nostra, i Verdi e i Radicali. Facendo leva sulle loro naturali tendenze pacifiste, libertarie ed ecologistiche, le streghe riuscirono facilmente a dimostrare il pericolo di volare con le tradizionali scope in uno spazio ormai intasato di missili e di satelliti.

Ottennero senza sforzo (bastò una semplice visione di programmi televisivi) la condanna dello spirito guerrafondaio della generazione giapponese dei personaggi da fiaba.

Dimostrarono in tutta la sua evidenza (suscitando finanche applausi) il danno irreparabile arrecato al patrimonio boschivo, che le privava degli alberi indispensabili per i loro riti sabbatici: con molta enfasi presentarono i documenti relativi alla vicenda del noce di Benevento, prima privatizzato da un’industria di liquori e poi distrutto. Ma il punto di forza delle loro argomentazioni fu la denuncia delle prevaricazioni che nella comunicazione di massa operano i giapponesi con i loro personaggi figli del computer e della tecnologia, disumanizzati, diseducanti, aggressivi, bellicosi e soprattutto falsi.

Si dovettero superare, nell’organizzazione del raduno, non pochi ostacoli, specialmente quando si trattò di decidere sull’atteggiamento da tenere nei confronti di alcuni personaggi datati e anagraficamente definiti (alcuni di loro si presentavano puntualmente accompagnati dai loro padri-creatori) che chiedevano di partecipare ai lavori. Si riuscì comunque a superare tute le difficoltà; e il gran giorno arrivò.

Erano presenti un po’ tutti, dalle divinità classiche, composte ed eleganti, agli spiritelli più bislacchi e trasandati, dagli insigniti del Nobel per la bontà ai duri più aggressivi; in un’atmosfera di confusione indicibile, gli orchi -che avevano iniziato il movimento- presero posto alla presidenza; ma non riuscivano a cavare un ragno dal buco. La leadership reale era chiaro appannaggio delle streghe, fiancheggiate da maghi, gnomi e megere che, sparsi un po’ dappertutto, sollecitavano applausi e fischi, facevano circolare mozioni e ordini del giorno, sedavano piccoli tumulti a base di malefici e sortilegi; insomma, gestivano la cosa a loro piacimento.Vittime del loro stesso destino di bontà, le fate se ne stavano in un angolo agitando la loro inutile bacchetta: una loro mozione fu appena udita da quelli vicini al tavolo della presidenza.

Bacco e Carnevale, che avevano fatto comunella, mandavano tutto in vacca, applaudendo e fischiando a sproposito; si fermavano solo a tratti quando una nuova botte di vino veniva fata girare nel loro gruppo.

Non mancavano i soliti personaggi patetici: Peter Pan cercava ancora e sempre la propria ombra; la Sfinge inutilmente si affannava a cercare chi ascoltasse la sua dimostrazione dell’infondatezza delle teorie freudiane; gli Elfi erano accanitamente impegnati nella ricerca di un tesoro da custodire; un drago sdentato protestava contro il rincaro dei prodotti petroliferi. La confusione era indescrivibile; e Merlino dovette ricorrere ad una magia insuperabile, per attirare l’attenzione dell’assemblea: l’apparizione nientemeno che di un bambino credulo, in carne ed ossa. Ottenuta una parvenza di silenzio, lesse la richiesta che l’orco a capo del servizio d’ordine gli aveva consegnato: una domanda di accettazione al raduno “per comprovata obsolescenza del personaggio” che portava la firma di Superman e dei Supereroi accanto a quelle di Paperino e di Topolino. Il clamore che la richiesta suscitò fu immenso; ma divenne addirittura furibondo quando fu annunciato che una richiesta analoga era stata presentata da Mazinga e da Candy Candy.

Le opinioni erano contrastanti e si rischiò la zuffa.

Ma Merlino, con la sua grande diplomazia, riuscì a dimostrare che il pluralismo imponeva sulla questione per lo meno un dibattito.

Si aprì la discussione...

...sembra che sia ancora aperta.