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rassegne di fotografia

 

Livio MARINO

 

20 - 30 maggio 1974 Caserta Personale

 

Prima che un impiegato, arroccato nella torre degli uffici del comune, avesse compilato, con minuta grafia, con cura scrupolosa, una serie di modelli, riservati, firmati per esteso, sigillati con un timbro, vistati infine in calce con la firma di un notaio, non sarebbe stato ammesso che io potessi esistere.

A nulla erano valsi nove mesi di terrori, di gioie, di ansie e di speranze; nessuno si curava delle doglie di mia madre, dei miei primi vagiti, degli occhi schiusi al mondo, del palpito del cuore, del perché della mia vita.

Io sarei esistito solamente se al comune, nelle pagine di un libro, alla quarantasei, c’era scritto che quel giorno, proprio all’ora indicata, da mia madre e da mio padre, era nato un cittadino.E quando andavo a scuola, col…. ……che oramai ero “dottore”.Che valessi come uomo, quale fosse la funzione che potevo esercitare nel contesto del mio mondo non poteva interessare: importante era soltanto che ci fosse quel diploma che mi avrebbe consentito di ottenere un “posto al sole”.

Tutta la nostra vita è decisa, controllata, confermata o negata con un foglio di carta coi timbri di un ufficio che devono attestare quello che noi siamo, quello che noi pensiamo, quello per cui viviamo.

Ma, fortunatamente, rimane ancora intatta, al di là delle cose, una nostra sfera vitale, quella dei nostri sogni, nella quale siamo vivi senza i limiti dei timbri, delle carte del comune, dei visti e dei sigilli.

Aspirare a quella sfera, realizzarla compiutamente, viverla intensamente e farla nostra è forse l’unico modo per reagire alle cose, per rompere il cerchio del condizionamento burocratico, del sistema dominante, della libertà regolamentata, delle limitazioni istituzionalizzate.

Realizzarci nella sfera delle lotte è forse l’unico modo per reagire, l’unica speranza di tornare ad essere vivi, reali, vitali, uomini.