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Sfilano
lentamente
-
oramai da millenni -
le
colline dell’Istria
davanti
ai naviganti.
Sono
sempre gli stessi
i
rocciosi declivi:
ricoperti
di verde
o
bruciati dal gelo;
maculati
di bianco
quando
appare un paese,
piccolino,
nascosto
col
campanile a punta.
Ma
tutta la dolcezza
del
paesaggio marino
la
stanno divorando
una
nuova ricchezza
fatta
di case al mare,
di
alberghi irrispettosi,
di
barche fragorose
se
domina il diporto,
di
bagnanti smaniosi
del
rumore più assurdo,
di
gente mordi e fuggi
in
cerca di vacanza.
Soltanto
cartoline
restano,
dal naufragio
di
un mondo di dolcezza,
di
una terra vissuta
in
gaia povertà,
del
naturale intatto.
E
solo la pittura
può
conservare intatto
il
ricordo d’infanzia,
la
gioia delle persone,
il
rapporto diretto,
qualcosa
da salvare.
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E
ci prova, il pittore,
a
conservare il mito
a
renderlo concreto
perché
possa restare
almeno
dentro gli occhi
un
messaggio d’amore.
Si
fa colore il monte
i
paesi, le case,
gli
alberi e le barche;
diventano
colore
persino
le emozioni
dei
ricordi più cari.
La
vista si trasforma
nel
sogno delle cose,
nelle
macchie di luce
che
scoppiano improvvise;
o
nelle allegorie
di
quello che s’è perso.
Dall’azzurro
del mare
emerge
un pesce strano,
tipico
ma sparito;
sopra
il verde del monte
s’accampa
una struttura
che
solo ieri è apparsa.
Un
faro, un grattacielo
una
nuova marina
quello
che fa mercato
-
sviluppo (non progresso) -
diventano
centrali
alla
nuova visione
E
solo la poesia
può
cercare di fare
-
almeno sulla tela -
il
tentativo (assurdo?)
di
dare il “benvenuto”
nella
nuova realtà.
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