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Mario MORETTI

17 febbraio - 9 marzo 1979
Pordenone Personale
A Mario Moretti
Mi sforzo di comunicare, non solo agli "addetti ai lavori"; ma più ampiamente alla massa, con i suoi segni, col suo linguaggio, con il suo istinto, con la sua forza.
Per questo, non posso accettare il bluff intellettuale di "essere col popolo" oppure"per il popolo".
E cerco dentro di me la più profonda radice di tutta l'umanità; la riconosco negli altri, eterna ed universale; e tento di esprimerla in arte, nella maniera più viva.
Ma sono un "intellettuale" (è questa, la mia dannazione) e cerco, da intellettuale, un'arte che sia popolare. Inseguo la comunicazione per renderla dialogo, continua relazione tra me e tutti gli altri. Non "gli altri" limitati, connotati, distinti in entità geografiche, politiche e sociali; ma gli altri-umanità che ama, lotta e soffre per gli stessi bisogni per le stesse esigenze per le stesse ansie di vita.
E allora, da intellettuale che avverte l'esigenza di un'arte popolare, mi rivolgo alla storia - di arte, di cultura, di riti e civiltà - d'ogni popolazione e guardo alla sua vita oggi, nello specifico, ad ogni latitudine.
Ritrovo nel passato l'umanità di ieri; rileggo per il mondo la stessa realtà; e, se mi guardo in giro ad osservare gli altri, in questo microcosmo della quotidianità, ritrovo sempre intatta, dovunque e in ogni forma, l'ansia dell'ineffabile, il gusto del mistero, il senso della lotta per valicare i limiti tra sé e la natura (non conta se venerata nella sua deificazione oppure se vissuta nella sua immanenza).
La miseria è dovunque, uguale dappertutto; anche la gioia di vivere, per strana compresenza.
lo ne son partecipe, e voglio dialogare, sentirmi in mezzo agli altri, con tutti i miei caratteri, ma con quella matrice che agli altri mi accomuna.
E questo vuole essere far arte popolare: indago nel passato, analizzo il presente, ipotizzo il futuro; ed apro un dialogo.
Altri risponderanno, quelli che riconoscono nei mio il loro discorso, che vivono la mia opera come se fosse propria, e dicono e domandano perché vi sono immersi.
Ha un suo peso, la tecnica; e non è irrilevante: non si parla alla massa con i concetti astratti; la massa sa vedere, al lume dell'istinto, quel che può interessarla, quello che sente suo, quel ch'è vicino a sé; e lo distingue bene da quello ch'è lontano o forse, peggio ancora, la tratta come oggetto.
Ed io non voglio essere il santone che lancia dalla torre d'avorio un messaggio alle masse; quello che io ricerco, è un dialogo a due voci, con linguaggio comune, con segni comprensibili.
Per farlo, qualche volta, devo tornare indietro, recuperare in me la prima umanità, la mia semplicità o forse la miseria; ma, prima e soprattutto, l'umiltà dignitosa di lasciarsi capire senza suggestionare con facile
novismo.
Talvolta ci riesco, anche se per qualcuno sono vecchio e banale.
Ma, quello che m'importa, è rimanere uomo, ritrovarmi nella massa; ed avere parlato per dire quel che sento, all'uomo, come uomo; e vedere che, in fondo, non ho parlato invano, e non solo a me stesso.

Giovedì 8 gennaio 2009 alle 18,30
ARTI
VISIVE - I PROTAGONISTI DELLA PITTURA
MARIO
MORETTI - Presentato
da Enzo di Grazia
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