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Giuseppe NICOLETTI

 

10 - 23 marzo 1979 Caserta Personale

 

Per NICOLETTI

Mi perdo nei meandri dei labirinti urbani, geometrici, alienanti, disumani alveari: e riporto con me il disagio ossessivo dei reticoli umani, proiezione ortogonale di realtà sociali che vivono al di là delle rette incrociate, dei colori abbacinanti, delle luci intermittenti.

Corro sul rettilineo e mi vengono incontro messaggi di mass-media ammiccanti, persuasivi, colorati, provocanti: ed intanto si dissolvono nelle linee geometriche, nelle forme sinuose, nei grumi di colore.

Da uno strano dormiveglia emergono frammenti - confusi, modulari - che rimandano ad un tempo, ad un luogo, ad un mondo, intuiti, intravisti, ricordati o forse solamente sognati.

Linee precise, nitide, marcate s'intrecciano a formare uno schema geometrico; altrove, sinuose, fanno emergere forme dalle quali recupero un* immagine intravista, sfiorata con lo sguardo; dalle masse compatte si staccano brani di un qualcosa indistinto.

E piove sulla tela l'impressione di paesaggi: urbano, alienante, inumano, specchio di una realtà nella quale mi muovo ogni giorno; intimo, personale, del mio mondo interiore, con tutte le sue ansie, con tutti i terrori.

Si confonde l'interno e l'esterno, nel mentre si distendono forme, linee e colori, oppure si ritagliano spazi di una realtà ordinata; ed esplodono violenti gli sprazzi di luce.

Quel che ritrovo alla fine è un percorso della mente - della mia, della nostra, quella di tutti noi - il recupero lucido di convulse impressioni della vita di ogni giorno, l'esperienza vitale, il tessuto connettivo di un mondo che - volenti o nolenti - abbiamo costruito, viviamo e soffriamo.

 


 

1984 Asolo (TV) Personale

Pordenone, 10 marzo 1984 1990 Catalogo

Il testo proposto è lo stesso nelle due mostre

 

L'attività sviluppata (ma, più ancora, la ricerca effettuata) da un artista, nell'arco di circa un decennio, esercita sempre un'influenza determinante sulla definizione, sulla realizzazione e sulla modificazione del suo linguaggio e, in qualche modo, sulla sua grafia artistica.

Quando, poi, gli anni presi in considerazione siano quelli recentissimi (a cavallo tra i Settanta e gli Ottanta) caratterizzati da autentici "cicloni" che hanno più volte, e in varie direzioni, sconvolto gli "assetti definiti" della produzione artistica, con proposte divaricate e spesso contrapposte, in stretta coerenza con le tensioni spirituali e culturali del momento; e quando un artista queste realtà, questi fermenti, queste sollecitazioni e conclusioni abbia vissuto sulla pelle in maniera protagonistica, puntualmente riflettendone gli esiti, sia sul personale atteggiamento di fronte alla realtà, sia anche sulla sua visione artistica delle cose e sulla loro rappresentabilità; allora ci si accorge che l'artista, sempre e comunque figlio del suo tempo, testimone protagonista ed espressione della realtà in cui vive e lavora, ha puntualmente registrato tutte le emozioni che il dibattito culturale, la modificazione sociale e, insomma, l'evoluzione dei tempi ha determinato; e che dieci anni sono tanti, per la sua opera e per la sua personalità.

Senza dubbio, la sua grafia è rimasta coerente a se stessa, pur negli aggiustamenti e nelle verifiche del caso; altrettanto certamente, i suoi contenuti e il suo linguaggio presentano una continuità abbastanza facilmente evidenziateli; eppure, dalla partenza all'approdo, si individua una sostanziale modificazione che fa delle ultime opere qualcosa di simile, ma di diverso, dalle prime.

Nel caso di Giuseppe Nicoletti, è facilmente stimabile che la profonda diversità - tra le opere datate del 1976 (ma riconducibili almeno a qualche anno prima, come idea portante) e quelle recentissime - è innanzitutto nei contenuti o, meglio ancora, nel suo atteggiamento, umano ed artistico, di fronte ai contenuti dell'opera realizzata; mentre, dall'altra parte, la sicurezza della grafia risulta spiccatamente nella sua "volontà di pittura", nella capacità cioè di assegnare all'opera realizzata un valore squisitamente pittorico, accanto delle problematiche dei contenuti e delle personali emozioni.

Osservata sul primo versante (quello dei contenuti) la sua produzione presenta il carattere dominante della riflessione speculativa sulla realtà del quotidiano (o su aspetti e problemi fondamentali di essa) con la riduzione continua della ricerca alla "dimensione uomo"; mentre, sul piano dei linguaggi, la personale grafia si serve continuamente dei riferimenti più propri della ricerca contemporanea o di quelle lezioni storiche che più si avvicinano, per struttura ideologica prima che per fatto formale.

Nello specifico, la produzione che si colloca tra il 76 e il '78, ispirata ai segnali, riporta continuamente i simboli della comunicazione del quotidiano ad una "filosofia dell'esistenza" che pone al centro dei significanti quelli che per tradizione storica di civiltà portano all'uomo.

L'ascendente formale è quello del minimalismo, di cui si avvertono gli echi, senza che ne rimanga condizionato il gusto pittorico dominante fino alla preziosità dei materiali.

L'approccio con le problematiche del concettuale investe questa linea di ricerca, che per un tempo breve ma ricco di sviluppi porta alla "Virgo virginis", alla proposta "Ab origine" e alla collettiva "In limine", nelle quali una volontà più chiara di ricerca sulla "politicità" del fare pittura sembra in qualche modo segnare una svolta, pur rimanendo stabile l'uso dei segnali (il simbolo della "pura lana vergine", prima di ogni altro) e, soprattutto, il gusto quasi sensuale della pittura e della tela, in una fase e in una logica in cui il tradizionale "dipingere" sembra rinnegato.

La crisi anche della transavanguardia (della quale solo qualche marginale spunto aveva toccato Nicoletti, specialmente in occasione del suo intervento alle "Liber/a-zioni" di Pordenone del 1982, con un riferimento a Penk, del resto in chiave polemica) fa nascere il senso di una crisi, che si manifesta nell'idea di un'arte "metafisica" che esprimesse, in un primo momento, la totale incapacità di azione (metafisica del silenzio), in una fase successiva e più duratura, il senso di una convulsa volontà di recupero (metafisica del naufrago) e, a mio avviso, nell'ultimissi­ma produzione, un nuovo senso di prospettiva, che supera il naufragio nell'attivismo pragmatistico, ancora però privo di riferimenti e di sicuri assi di svolgimento.

Anche in questa fase, il riferimento culturale è preciso (quello della pittura metafisica) in un recupero che non ha niente di archeologico né di citazionistico né di anacronistico, ma semplicemente come corrispondenza ideale in diverse situazioni storiche, per un parallelismo della condizione di incertezza.
Per di più, nella coerenza chiara e puntuale di uno stile pittorico che si muove in forme pure ed eleganti, colori tenui ma sensuali e morbidi, materiali "sentiti" prima che utilizzati.

Questa parte, che costituisce certamente la più notevole ed attuale della sua produzione, recupera completamente il gusto simbolistico dei "segnali" (ripresi stavolta dalla realtà della propria dimensione di artista, piuttosto che da quella di uomo) e gli ripropone, in chiave pittorica, ad indicare una condizione di assoluta solitudine (prospettive e finestre aperte sul vuoto, varchi verso il nulla, oggetti sospesi in una condizione irreale di levitazione, edifici che non hanno nessun rapporto tra loro ecc.).

In particolare, si afferma l'idea centrale di una "zattera" con una botola (ritornante più volte nelle tele) con la quale il concetto del "naufragio" si fa concretò: in questa botola sembra poter sparire tutto, in una visione di distruzione totale; ma essa sembra anche aprirsi - ribaltare le prospettive è facile, nella totale assenza di riferimenti - perché emerga da vuoto assoluto qualcosa che serva a ridisegnare una strada, a riaprire una prospettiva.

Visitare questi dieci anni di pittura di un artista attento e sensibile alla realtà, culturale e sociale, del suo tempo; pronto a cogliere quanto di meglio venga offerto dalla ricerca e dal dibattito sui problemi dell'arte, ma anche a calare le nuove esperienze nella realtà sedimentata di una sua personale visione delle cose (e della pittura) tanto da armonizzare compiutamente personale lirismo e partecipa­zione 'al mondo; convinto assertore di una "professionalità della pittura" che non esclude le ipotesi, più o meno sperimentali, di nuove soluzioni e di nuovi media; significa, in pratica, ripercorrere con una guida non sprovveduta le linee (principali e secondarie) di quello che in questi ultimi dieci, convulsi anni si è mosso nel campo della cultura e della pittura; e prepararsi, anche, in qualche modo, ad anticipare soluzioni e prospettive diverse, alla luce dei tempi nuovi che emergono ma - per quello che gli si riferisce specificamente - nella convinzione di quella continuità di grafia e di espressione che fanno un artista.

 


9 - 31 ottobre 2004 Pordenone “la roggia” Personale con pannello

30 gennaio - 27 febbraio 2005 Oderzo (TV) Personale

 

PER GIUSEPPE NICOLETTI

I Tempo

 

Icone inconfondibili

costruite a bella posta

per servire al mercato:

distorte, modellate

in forme esasperate,

come soggetti vivi

vanno a occupar tele.

 

Il colmo d'ironia

è l'inganno costruito

con disturbi semantici

tra i segnali artefatti

e il sentire comune

del patrimonio storico

(o pura lana Vergine).

 

Risultano alla fine

solamente un pretesto

per pittura elegante

raffinata preziosa

che gioca sensualmente

su trame di tessuti

su linee su colori.

Il Tempo

 

II gusto metafisico

- talvolta surreale -

di zattere abitate

da bandiere improbabili

da botole sul nulla

accompagna il naufragio

di tutte le speranze.

 

Ancora la pittura

restituisce alle cose

tanti sensi diversi:

il gioco di equilibrio

delle composizioni

o la meticolosa

ricerca della forma.

III Tempo

 

Ruderi accatastati,

scomposti, disarmanti

sembrano sigillare

l'epilogo fatale

di quel decadimento,

la fine d'ogni sogno

di umana libertà.

 

Ma la mano sapiente

del pittore tenace

riconduce le cose

all'antica utopia

di realizzare un mondo

d'essenziale bellezza

fuori dallo sconcerto

 

11 aprile - 1 maggio 2005 Cinto - Pramaggiore (VE) Personale

 

Una possibile cifra di lettura dell'opera di Giuseppe Nicoletti è la sospensione del giudizio.

I marchi della pubblicità usati agli inizi del suo lavoro erano decisamente sospesi tra la polemica consumistica e la loro dissoluzione in forme pittoriche di sapore geometrico.

Le macerie e i relitti successivi ammiccavano ad un maturo senso della metafisica, ma al tempo stesso solleticavano un neoespressionistico gusto della denuncia del vuoto dei tempi.

II muro, alla fine, oscilla tra il pretesto formale compositivo e l’invalicabilità del limite conoscitivo.Anche le soluzioni formali, in definitiva, sospendono il giudizio, fluttuanti come sono tra un realismo quasi di maniera ed un colorismo di sapiente costruzione.

In pratica, Nicoletti si comporta da artista, cosciente della necessità dì comunicare con immagini e di ricercare all'interno di esse i valori propri dell'esercizio del "mestiere di dipingere"; ma al tempo stesso, da intellettuale, cerca di usare i suoi strumenti per affondare il coltello in alcuni temi dell'esistenza che inevitabilmente si pongono davanti a chi faccia della comunicazione.

Ne risulta una pittura di facile emozione e di difficile "digestione" in cui gli elementi propri della disciplina assurgono a protagonisti, ma non sono in grado dì liberarsi del peso dei contenuti e portano gli effetti finali al bordo della speculazione filosofica senza mai rischiare l'affondamento o l'esasperazione.

 


9 - 30 luglio 2006 Cordovado (PN) VISAVI (con Mirella BRUGNEROTTO)

 

IL MURO DEL PENSIERO

Le idee non hanno un corpo sensibile, palpabile.

E forse non potremmo nemmeno tentare di rappresentarle.

Ma le idee alludono a cose, a fatti, ad emozioni: e quelli si, che si possono rappresentare.

Soprattutto, le idee hanno un peso, quando si cerca di dar loro un volume materiale.

Allora si possono innalzare come un muro invalicabile, di quelli che hanno in cima "cocci aguzzi di bottiglia".

Noi possiamo ricondurli alla materia della pittura e arricchirli di una bella tavolozza, quella della nostra fantasia creativa.

Allora le idee-pietre assumono il colore delle nostre armonie, degli equilibri cercati e forse mai trovati: pesano da morire, se prese nella loro essenza intrinseca; ma si librano leggere nella tavolozza solare del nostro desiderio.

Davanti al muro degli eterni perché la pittura s'incarica di alleviare le cose, anzi le loro idee, e il pittore demiurgo salta a pie pari il muro e cerca nei colori, nelle loro esplosioni solari, la con­solazione a una vita che comunque va vissuta, qualunque sia il giudizio ogni volta sospeso.