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Giuseppe ONESTI

 

 

31 marzo - 9 aprile 1980 Trieste Personale

3 – 16 maggio 1980 Caserta "Lineacontinua" Personale

Testo unico per ambedue le mostre

 

per BEPI ONESTI

Nello scontro continuo tra lo sviluppo (quello che non è progresso) e il recupero umano di valori, decisamente il cemento sta avendo la meglio.

Volenti o nolenti, coscienti o trascinati, riluttanti o conniventi, ci attestiamo su posizioni sempre più arretrate, nella convinzione illusoria che si possa salvare il salvabile.

La questione ecologica è campo di polemica per pochi indomabili utopisti (i grossi personaggi ci giocano perché sono abituati a cavalcare le tigri, di qualunque colore): e non offre prospettiva di soluzione alcuna.

Sul terreno concreto - politico, pragmatico - qualunque ipotesi di ricostruzione d'una facies culturale, umana, sociale (a livello provinciale, regionale, nazionale, o in qualche modo «diverso») appare sempre più il tentativo inutile di chi vorrebbe uscire dai gorghi della plastica liquida: qualunque tentativo, qualsiasi movimento dà l'esatta percezione di un ultimo respiro, di un'inutile boccata d'ossigeno artificiale ad un corpo ormai morente: solo sul piano poetico, qualche significato può ancora assumere la volontà precisa di salvare il folklore, la storia del costume, gli usi del passato.

Ma l'ipotesi ludica di conservare ancora quel che è da salvare in un mondo che cambia mostra sempre più l'affanno d'inseguire il futuro per legarlo al passato.

Anche se si potesse imballare la terra per conservare i resti della nostra civiltà, ci troveremmo di fronte all'ipotesi (anch'essa allucinante, proprio come l'inquinamento distruttivo) di un museo, di mummie, di ruderi archeologici, di un mondo di morti.

Lasciare soltanto una traccia, una piccola labile traccia può essere ancora un'indicazione (d'altronde, è storia di sempre, per l'arte, la testimonianza di un mondo) che non sia sclerotica e non sembri regressiva, ma che corrisponda invece ad un bisogno urgente, quasi fisico palpabile, di profonda umanità.

Piuttosto che vedere ridursi a monumenti gli attrezzi contadini, piuttosto che tentare l'inutile recupero di soggetti sociali ormai fagocitati o in via di assorbimento dal mondo dei consumi, vale forse la pena di cominciale a fare la rassegna del «come eravamo» quasi per costruire una pagina di storia, passata o forse al tramonto, che possa costituire un preciso riferimento per la storia futura.

Ma senza nostalgie di «piccole patrie», di «condizioni altre», di «vita da salvare».

Piuttosto, con la voglia nient'affatto celata, di compiere un atto d'amore, con la precisa coscienza che, ogni qualvolta si pone un oggetto come memoria d'arte, se n'è segnata la fine, lo si è museificato, se n'è cancellato l'uso.

E la coscienza storica del mondo in cui viviamo giustifica finanche l'accettazione passiva dell'assuefazione al sistema nel quale ci troviamo, per realistica necessità, ad essere ad un tempo vittime e protagonisti, rotelle e spettatori.

Perché dentro il sistema possiamo ancora portare la carica umana di quel che siamo stati, pur dovendo rinunciare - in parte oppure in tutto - all'altra dimensione, ormai anacronistica.

 


10 aprile - 1 maggio 1983 San Vito al Tagliamento (PN)

SPERIMENTAZIONE IN CORSO Personale

 

Il rapporto che un operatore culturale stabilisce con il proprio mondo di origine è sempre di legami profondi, viscerali, imprescindibili, che emergono nonostante tutti i tentativi di acquisire un diverso habitus (quasi sempre quello di una civiltà letteraria considerata come “superiore”).Nel caso, poi, che la cultura primigenia sia l’espressione di una civiltà profondamente radicata, antica, variamente e largamente elaborata, diventa ancora più importante l’intrinseca dipendenza tra l’espressione individuale dell’operatore e la struttura culturale collettiva.

La «regionalità» in questo caso non è più soltanto patrimonio linguistico, rituale, folcloristico, dì costumi; diventa anche atteggiamento sociale e politico, impegno esistenziale che non conosce diaframmi tra la singola individualità (cultura letteraria) e il patrimonio collettivo (cultura popolare).

Un operatore visivo, poi, che abbia vissuto dall’interno le esperienze degli ultimi 10-15 anni, e che si porta dietro (e dentro) un tale bagaglio culturale, finisce inevitabilmente per collocarsi in posizione quasi privilegiata, per la capacità che ha di essere individuo con una propria grafia, con personali elaborazioni culturali, con moduli espressivi accreditati e affinati; e! al tempo stesso, di trasferire nella sua produzione tutto il patrimonio storico, sociale e politico della sua realtà originaria.

Dire che, in questo senso, Giuseppe Onesti è l’espressione più genuina della cultura friulana, è riassumere solo in parte la sostanza complessa del suo lavoro, quella forse che conta mettere in evidenza, ma alla quale non estranea tutta un’altra gamma di implicazioni.

Le prime esperienze pittoriche, nell’ambito di un informale ricco di elementi grafici e cromatici, ricavano lo spunto fondamentale dal paesaggio agricolo regionale, con un interesse acuto e vivace ai campi, alle case rustiche, ai monti, alle acque.

Pur se era ancora solo embrionale l’impegno sociale del suo fare pittura, emergendo piuttosto i caratteri canonici della pittura contemporanea, sul piano dei contenuti una prima bozza di itinerario era tracciata, verso la definizione di un impegno sociale e politico del fare arte.

La svolta determinante si registra infatti agli inizi degli anni settanta, con il contatto la presa di coscienza e l’adesione profonda a quel vasto fermento che fu l’operare estetico nel sociale.

Fondendo la sua vena istintiva, popolare, con le indicazioni di metodo che dai gruppi e dai collettivi venivano all’arte, realizzò una continuità ideale del suo impegno pittorico, caricando la sua produzione di un sempre più esplicito senso politico.In un clima caratterizzato dal recupero dei materiali più disparati, dagli assemblaggi provocatori, dalle performances, degli happenings d’animazione e dal gusto della land-art, Onesti fissò l’interesse su alcuni temi politici di fondo, a cui la sua produzione e la sua attività si riconducevano continuamente.

Sia che agisse in chiave polemica ed ironica (il verde dei campi con le lastre di plexiglas, “erba” scritto su un rotolo dì carta snodato sui marciapiedi del centro e così via) sia che operasse verso la denuncia e la sollecitazione politica (le foglie del mais, dalminis, la falce, le piume in cornice) la sua produzione coglieva, delle istanze sociologiche e antropologiche dell’operare estetico nel sociale, un coerente discorso di analisi di una realtà, di proposta di una cultura (non a caso, un bellissimo omaggio a Pasolini), di denuncia di un degrado. La crisi complessiva di questi modelli operativi (e la conseguente obsolescenza delle attività) non ha scalfito in niente il rigore della ricerca.

Proprio mentre la transavanguardia suggeriva (e poi imponeva) il disimpegno più totale, nasceva «Polenta & C.», la lunga, elaborata serie di opere (ma anche di installazioni, di performances, di happenings) apertamente ispirata alla sua matrice regionale (di cui si assumeva il dato più immediatamente caratterizzante, il cibo popolare), con la quale il discorso della politicità del fare arte riafferma tutta a sua validità.

Mentre un po’ tutti facevano i conti con i risultati, e si proponevano in chiave critica (e autocritica) gli errori, di metodo e non di ideologia, Onesti approfondiva imperturbato il suo lavoro di ricerca sui rapporti tra arte e società.La ripresa, oggi, di una chiara tensione politica della cultura fa diventare «Polenta & C.» non solo un ulteriore momento, di severa coerenza, del lavoro attuale con la linea di ricerca fin qui elaborata; ma propone anche, più in generale, un modello operativo nel quale sono personalmente estremamente fiducioso, quello del soggetto politico autonomo.

Dopo aver sperimentato (con molti successi ma anche con qualche ambiguità) il modello dell’operatore - animatore (attraverso una serie di attività, di opere di manifestazioni), Onesti con “Polenta & C.” si pone nella posizione dell’artista che opera con propri mezzi, moduli e forme su un patrimonio culturale popolare (più o meno deteriorato) come momento di riflessione - stimolazione intorno ad una realtà sociale rispetto alla quale la cultura non può essere “altro”.

L’intenzione non è quella di «fare la rivoluzione» con l’arte; e neppure quella di un «museo delle memorie regionali» nel quale chiudere quello che é ancora vivo e vitale sotto gli occhi di tutti.

Il progetto è piuttosto quello di una riflessione sulla realtà circostante, su «maghi, streghe e compagnia» della propria regione, come gesto d’amore, come impegno culturale, come stimolo politico.

Se poi su questo si dovessero ritrovare in tanti, ciascuno con le proprie tecniche, con il proprio patrimonio espressivo, con il proprio impegno esistenziale, tanto di guadagnato.

 


22 aprile - 7 maggio 1989 Pordenone

Personale

ANTOLOGIA CRITICA

 

QUASI LACERTI D'AFFRESCO

Le linee di tendenza lungo le quali si sono mosse le avanguardie artistiche nella seconda metà del Novecento sono fondamentalmente due, tra loro distinte se non addirittura opposte: secondo una colorita similitudine usata di recente dagli specialisti, in una prima fase (vale a dire negli anni 60 fino alla metà degli anni 70) gli artisti si sono mossi «schierati in campo aperto» identificando spesso l'impegno politico con l'attività estetica; in un secondo momento, invece (dalla metà degli anni 70 ad oggi), si sono «ritirati nel bosco».

Effettivamente, le esperienze derivate dalla pop art e dal living theatre hanno condizionato largamente l'operare estetico nel sociale mentre la visione strutturalistica da cui nascevano le esperienze optical e le sue derivazioni hanno animato la «società dell'estetica» degli anni 60 e 70 caratterizzata appunto dalla figura dell'«operatore culturale» (quando non addirittura «operaio della cultura», per un dilagante operaismo) nella cui attività il limite tra sociologia, antropologia, politica ed estetica non era mai precisamente segnato.

Quasi per violento contrasto, la Transavanguardia, prima, e le varie colorazioni della «pittura colta», poi, hanno configurato un nuovo ruolo dell'artista, tutto raccolto in sé e intento a riflettere sul suo mondo interiore.

Molti, però, al «rifugio nel bosco» hanno preferito ancora l'impegno nel sociale, pur se mediato e rielaborato in chiave di maggiore espressività individuale e di «ritorno alla pittura dipinta».

Il caso di Giuseppe Onesti è addirittura paradigmatico.

Le sue prime esperienze di operatore artistico (dopo gli inevitabili esordi in area neorealistica, prima, e astrattista, poi) si collocano infatti in pieno clima di operare estetico nel sociale, con i caratteri inconfondibili di chi la propria civiltà di matrice contadina proponeva come argine alla massificazione del sistema dei consumi.

Non fu casuale l'incontro con il «Collettivo Lineacontinua Terra di Lavoro» che conduceva, in sintonia ma parallelamente, un'intensa attività sul territorio con iniziative di «arte globale» che si avvalevano indifferentemente di tutti i linguaggi artistici.

Ancora più significativo e, per molti aspetti, emblematico di quel periodo fu l'«Omaggio a Pasolini» realizzato da Onesti in due momenti e in due forme diverse, una prima volta a Casarsa in un happening col Collettivo e, successivamente, su tela, con personale rielaborazione.

La «crisi del Sessantotto», che in arte ha significato ritorno al «terzo occhio» e «omaggio al passato», ha solo in minima parte inciso sulla sua ricerca e sulla sua grafica.

In piena esplosione del manierismo trans e del barocchismo citazionista, nasceva infatti «Polenta & C.», in cui i dati della «ricerca delle radici» si assommavano armonicamente a quelli della «pittura dipinta» configurando un nuovo modo di essere «artisti nel sociale» che, dopo gli accenni di «Maghi, Streghe & C.», si è chiaramente definito nella convinzione di una pittura postrealistica, vale a dire di un modo di intendere l'arte che raccogliesse la grande tradizione del Neorealismo, prima, e dell'operare estetico nel sociale, poi, per affermare l'esigenza dell'artista di essere comunque organicamente legato alla società in cui vive e di operare non solo per esprimere la sua interiorità lirica, ma anche per incidere in qualche modo nel tessuto culturale.

La produzione ultima di Onesti, quella che trova oggi, nella rassegna organizzata dal Centro Iniziative Culturali, la più completa testimonianza, porta appunto ben chiari i segni di questo modo di operare, in cui il processo evolutivo risulta limpido, coerente e giunto alla massima maturità.

I suoi recuperi (quasi lacerti d'affresco) non hanno né i toni patetici della nostalgia né quelli asettici della museificazione, ma propongono invece una dimensione di vita il cui richiamo diventa tanto più fascinoso quanto più è difficile il recupero di una «autenticità dell'umano» nella società postindustriale: parlare, per i suoi dipinti, di un «Umanesimo Poetico/politico» è forse il modo migliore per sintetizzarne lo spirito.

Sul piano formale, la recuperata vena di pittore (nel senso più tradizionale della parola) è ulteriore testimonianza di una evoluzione progressiva che niente concede all'improvvisazione e alla speculazione cui facilmente si prestano alcune tendenze, ma che si fonda invece sul rigore, sulla continuità, sul metodo e che consente a Giuseppe Onesti approdi e soluzioni di grande valore e di inusitata arditezza.

“Il Momento” - Aprile 1985

 


1993 Pordenone “la roggia” Pannello

 

GIUSEPPE E IL FIUME

I

Scivola silenziosa

l'acqua del Tagliamento

e scorre quietamente

sotto i sassi del greto:

emerge all'improvviso

in un limpido corso;

talvolta minacciosa

s'espande in ogni dove.

 

II

L'estro compositivo

deriva dalle cose

nostalgiche visioni

di dolce tenerezza

e le rende valori

forme, figure, tratti

o la viva materia

delle cromie vibranti

 

III

Affonda le radici

nel suo grembo pietroso

l'albero della riva

ed estrae dall'umore

che scorre sotterraneo

la sua linfa vitale

che ne attraversa il tronco

e s'irradia alle foglie

 

IV

Dentro la terra forte

- dura ma non cattiva -

s'immerge la pittura

che ne assorbe il primario

valido nutrimento

filtrato dalla storia

per arrivare infine

alla creatività.

 

V

Il gusto concettuale

allevato a Polenta

e col senno dei Grandi

del recente passato

esplode nel colore

come linguaggio amico

per raccontare il fiume

e la sua storia antica.


8 - 30 dicembre 1994 Casarsa (PN) Personale

 

Nel panorama della cultura artistica contemporanea, Giuseppe Onesti ha rappresentato, a Pordenone, il punto di svolta di una lezione che, dalle classiche formulazioni direttamente derivanti dal neorealismo e dall'astrattismo, si è orientata verso una più stretta coincidenza con le esperienze d'avanguardia del secondo Novecento, dal concettualismo al comportamentìsmo, fino al recupero della pittura in chiave di analisi poetico-politica della realtà.

Dopo le prime prove giovanili, in chiave di realismo e di astrattismo lirico, infatti, agli inizi degli Anni Settanta si rivelò attento alle nuove tensioni dell'arte e, in particolare, alle attività dell'operare estetico nel sociale, realizzando performances e interventi, in gruppo e individuali, un po' in tutta Italia; anche la sua pittura, in quel periodo, assume gli elementi dell'arte povera per cui, su un impianto classicamente pittorico, adottò materiali di scarto da inserire opportunamente nelle tele.

Successivamente, nel corso degli Anni Ottanta, si orientò a un recupero della pittura come espressione di un mondo primigenio, dando vita alla serie notevole di Polenta e C.. oppure come riferimento alla classicità composta (la serie degli Omaggi).

Recentemente, si è orientato a una coerente sintesi delle esperienze maturate, proponendo una riflessione sul territorio (le opere dedicate al Tagliamento) attraverso una pittura decisamente rispettosa delle valenze dell'astrattismo classico, nella direzione del lirico cromatismo acceso, con grandi campiture di nero su cui si accampano vigorose pennellate di colori violenti capaci di evocare sensazioni di luce, di colore e di movimento quasi che il fiume effettivamente scorresse lungo la tela nella sua prorompente forza naturale o specchiasse limpidamente come gioco di cromie.

Della lunga militanza nelle avanguardie artistiche, resta intatto e ben calibrato il gusto poveristico dei materiali recuperati direttamente dalie acque del fiume, con estetizzante preferenza per i vetri di bottiglia; ma, soprattutto, resta il senso poetico-politico dell'operazione "ecologica" (avviate ante litteram da molti anni), per cui le sue tele diventano un documento-ammonimento alla realtà del Friuli esposta a molti, troppi pericoli.

L'opera più rappresentativa di questo nuovo corso è costituita senza dubbio dal grande pannello, di legno dipinto che è stato collocato sulla porta del nuovo centro espositivo «La Roggia-Triveneto», sotto i porticati del condominio Delta Majestic di viale Trieste a Pordenone, destinato a rimanervi visibile per un anno, a testimonianza del lavoro di un grande interprete della cultura visiva contemporanea in provincia di Pordenone e dei risultati conseguiti da un artista che è stato capace, con continuità di metodo e impegno indefesso, di trasformare alla radice il senso della cultura visiva contemporanea anche nella Destra Tagliamento, aprendo la strada a molti giovani che possono con maggiore determinazione esprimersi ai livelli più avanzati in un ambiente che è finalmente in grado di cogliere il senso e il valore delle proposte di rinnovamento culturale in un territorio atavicamente restio al nuovo e prudente nell'accettazione dei suoi assunti.

 


 

24 maggio - 14 giugno 1997 Oderzo (TV) Personale

14 novembre - 8 dicembre 1998 Maniago (PN) Personale

 

DIALOGO CON IL FIUME

Nel panorama dell'attività artistica contemporanea, Giuseppe Onesti si è affermato, progressivamente e decisamente, come il più autorevole che la cultura visiva abbia espresso, nella Destra Tagliamento, nell'ultimo ventennio.

Attento alle emergenze sempre attuali della sperimentazione, si è messo in luce, fin quasi dagli esordi, per la fede astrattista che lo portava ad una pittura vigorosa, attenta alla realtà del territorio ma anche pronta a cogliere le tensioni nuove che nello specifico della pittura s'andavano affermando.

Dopo aver attraversato - con piglio deciso e con indicazioni apprezzate a livello nazionale e internazionale - il decennio di "provocatorietà sistematica", ha intuito il "rappelle a l'ordre" che riconduceva l'artista all'interno dei "canoni" del genere, riprendendo idealmente le fila dalle prime esperienze e attualizzando la sua grafia formale, senza per questo rinunciare a quell'immersione nell'ambiente che aveva ispirato tutta la sua attività.

Ne è prova la recentissima proposta pittorica che si rifà al Tagliamento come fonte e motivo continuo di ispirazione, collocandosi in linea diretta con la serie della "Polenta & C." che ne aveva connotato l'ispirazione negli anni immediatamente precedenti.

Nelle opere presentate ad Oderzo, il suo "dialogo con il fiume" assume quasi i contorni di un canto incessante, che si muove agilmente sia tra i piccoli rivi degli "sprazzi di visione" sia nel fluire più ampio della visione di respiro.

Dovunque domina l'esperienza maturata nella ricerca dentro la pittura, per trame le infinite capacità di suggestione; e nell'indagine, più intensa, sulle possibilità di relazione tra la realtà (e gli oggetti che essa offre continuamente) e l'estro dell'artista, che le cose coglie nel loro potenziale poetico e giustappone per accentuarne e sottolinearne l'insita bellezza: non a caso, la sua grafia si è mossa agilmente - arricchendosi - tra la nuova pittura e il nuovo poverismo.

Il nero - "non colore" per eccellenza - si anima di palpiti e vibrazioni cromatiche e impensabili; mentre le esplosioni "acide" dei colori fosforescenti creano grumi particolari di realtà nell'immenso scorrere del fiume-colore.

Gli "improbabili paesaggi" del Tagliamento si fanno allora gioiosa esplosione di colore puro, sapientemente calibrato da una maturità pittorica che niente rinnega dell'esperienza e tutta si offre alla sperimentalità; e, al tempo stesso, rinnovano un rapporto fondamentale di affetto tra l'artista e il suo territorio, che è stato il dato costitutivo della sapienza artistica di Onesti, quella che ne fa grande protagonista non solo a livello territoriale ma anche in una geografia più vasta e complessa.

 


 

9 - 30 marzo 2008 Cordovado (PN) Personale

 

In un territorio complesso e variegato come è stato negli ultimi trentanni quello delle arti visive, il percorso personale di Giuseppe Onesti si è svolto con la guida fondamentale della sua naturale vocazione di pittore, forse addirittura persino classico nell'impostazione di base.

Come già fu annotato anni fa, per lui, come per tanti, le fondamentali esperienze attraversate -il concettualismo come il comportamentismo, la socialità nell'arte (al limite del sociologismo) o il citazionismo - sono risultate alla fine espressione di un senso di immersione nella realtà, determinante ma sempre piegato all'esigenza di base di mettere sulla tela pennelli e colori.

La ripresa, quindi, dei temi e delle soluzioni che gli erano stati tanto cari nel passato - anche recente - risulta alla fine la riaffermazione della sua autentica profonda natura che è appunto, assolutamente, quella del colorista.

Tra la produzione degli anni Sessanta e "Dreams and colors" c'è solo la leggera patina del tempo che ha spostato l'occhio dal naturalismo originario all'esame della realtà contemporanea: di cambiato c'è solo l'adozione di nuovi materiali, di diverse impaginazioni, di soluzioni tecniche più avanzate.

Ma la distanza diventa ancora minore se si confrontano le opere attuali col ciclo forse più felice e più connotativo del suo lavoro, la "Polenta & C." che tanto spazio gli ha assegnato nel panorama regionale e non solo: praticamente, le movenze sono le stesse; a modificare la visione, è la scelta dei soggetti, non più legata al territorio ed alla sua storia, ma dilatata ad una società più "globale" come è la nostra.

E lo stesso potrebbe dirsi per tutte le "stagioni" attraversate, dalle opere per il Tagliamento a quelle di omaggio ai grandi del passato.

A fare pressione sulle motivazioni di base è la stimolante intenzione di fare della pittura uno strumento di conoscenza, quasi di lettura; ma uno strumento che sia anche di analisi e di critica, capace cioè in qualche modo di scuotere l'attenzione, esattamente come avveniva per le opere del ciclo di "Polenta & C.", che quasi riproponevano, in termini di pittura, i temi propri di un Neorealismo vissuto "al gusto friulano", vale a dire con un amore viscerale alle realtà sempre più accantonate del mondo contadino.

Qui si tratta piuttosto di riflettere sull'obsolescenza (con una velocità quasi apocalittica) della realtà quotidiana, sull'effimero che si fa moda, poi costume e infine mito, senza lasciare niente altro che poveri lacerti al limite della mostruosità.

Vittima e complice, però, del suo tempo, Onesti risolve la comunicazione con forme ammiccanti, carezzevoli, ingannatrici; ed usa una tavolozza decisamente attuale, addirittura presa in prestito (quasi per ironia, potrebbe apparire) dalla moda e dagli stilisti.

Il risultato è una galleria fascinosa di immagini patinate, ricavate pari pari dalla cultura del consumo veloce ad ogni costo, ma dislocate in un'atmosfera rarefatta che, ancora una volta, fa pensare ad una sorta di "museo del contemporaneo", nel quale anche ciò che si sviluppa sotto i nostri occhi è destinato ad un consumo irreversibile che rende antico ed obsoleto quello che ancora vive.

In pratica, "il lupo perde il pelo...." e Onesti, mentre continua ad esercitare la sua naturale "necessità di dipingere" non riesce comunque a sottrarsi alla "rabbia" che lo ha sempre accompagnato, quella di chi vede un mondo di valori andare in rapido disfacimento e diventare "museo" quasi un attimo dopo.