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rassegne di fotografia

 

Annibale OSTE

 

23 - 29 aprile 1977 Caserta Personale

 

Sono rimasti qui i segni del sudore versato sulla terra da mio padre, a zappare, a vangare, potare, seminare, per raccogliere poi solo la mezzadria.

E li ritrovo qui, i segni del lavoro stentato, massacrante, della gente dei campi, di tutti gli emarginati travolti dallo sviluppo che non è mai progresso.

Sono rimasti qui i segni delle pene che mia madre ha sofferto chinata sulla Singer, ad orlare, a imbastire, cucire, ricamare gli abiti da signora che non avrebbe mai sognato di indossare.

E lo ritrovo qui, tutto il lavoro nero di mille camiciaie, sartine ed orlatrici che lasciano ogni giorno la vista, la salute, la vita sulla Singer che ingrassa il padrone. Sono rimasti qui i segni del terrore della mia sorellina, la serva del padrone, quando per distrazione rompeva qualche cosa, curva negli umilianti lavori più pesanti, che nessuna signora si degnava di fare.

E lo ritrovo qui il lavoro affannoso, misero, mal pagato di tutte le Colf, etichetta industriale che non riesce a coprire la realtà di un mondo emarginato, povero, subalterno. Sono rimasti qui i segni della rabbia del mio compagno Pablo che i neri falcidiarono per averlo sorpreso ad attaccare al muro un foglio sovversivo, di lotta, bolscevico. E li ritrovo qui i mille manifesti stesi col pennarello, nell'ultima assemblea nella scuola occupata, nella fabbrica chiusa, ed attaccati al muro, di notte, dai compagni, per ricordare a tutti che la lotta continua.

Sono rimasti qui I segni delle ore che passavo sui libri a consumarmi gli occhi per conoscere il mondo, per comprendere gli uomini, per conquistarmi un posto nella lotta di classe, con tutta la forza del mondo contadino da mettere al servizio della nuova conoscenza. Ritrovo qui dentro l'amara solitudine delle serate vuote passate al tavolino a pensare a noi tutti, al mio destino d'uomo, davanti a un solitario che non finiva mai, perché non accettavo che potesse finire.

Ritrovo anche la rabbia, quella feroce, cieca, ineffabile, ottusa che ti spinge a spaccare quel che ti sta davanti, anche se sai che in fondo non è servito a niente. Ritrovo l'impotenza di chi cerca una retta precisa, un cerchio perfetto (forse quello di Giotto?) dal colore uniforme, dalla linea pulita, dal segno ben marcato, che realizzi intera la mia vena d'«artista».

Ritrovo qui le cose pensate e mai dette, per vergogna, per incapacità, per timore di sbagliare, per impotenza atavica e congenita.

E non è un monumento perenne come il bronzo, bello come l'argento, quel che mi sta davanti.

Sono i frammenti della mia vita, della vita di tutti, quella che va vissuta, nelle sue realtà, nei suoi dolori, nelle sue lotte.