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PANNELLI


1993 - 1994
Giuseppe Onesti
GIUSEPPE E IL FIUME
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Scivola silenziosa
l’acqua del Tagliamento
e scorre quietamente
sotto i sassi del greto:
emerge all’improvviso
in un limpido corso;
talvolta minacciosa
s’espande in ogni dove.
L’estro compositivo
deriva dalle cose
nostalgiche visioni
di dolce tenerezza
e le rende valori
forme, figure, tratti
o la viva materia
delle cromie vibranti.
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Affonda le radici
nel suo grembo pietroso
l’albero della riva
ed estrae dall’umore
che scorre sotterraneo
la sua linfa vitale
che ne attraversa il tronco
e s’irradia alle foglie.
Dentro la terra forte
dura ma non cattiva
s immerge la pittura
che ne assorbe il primario
valido nutrimento
filtrato dalla storia
per arrivare infine
alla creatività.
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Il gusto concettuale
allevato a Polenta
e col senno dei Grandi
del recente passato
esplode nel colore
come linguaggio amico
per raccontare il fiume
e la sua storia antica.
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1994 - 1995
Fausto de Marinis
SEGUENDO TRACCE
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Serate interminabili
a parlar con la luna
- condiscendente amante-
hanno aperto orizzonti
di mondi sconfinati
intuiti, intravisti
o soltanto sognati.
La suggestione panica
dei richiami allusivi
cattura nei meandri
del grande labirinto
che porta al primigenio
per incontrarvi sempre
l’eterno femminino.
I viaggi nel deserto
col piacere sottile
di perdersi nel nulla
sono la via di fuga
fuori da questo mondo
per ricercarne ancora
d’atavica purezza.
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L’ansia di libertà
di chi s’è sradicato
e ha scelto d’esser solo
- di parlar con Selene,
coi Grandi del Passato-
si scontra col bisogno
di conoscere il mondo.
Quelle mappe del cielo
si trasformano sempre
in geometrie visive
in incanti formali
in complessi paesaggi
percorribili solo
col cuore del poeta
Il fascino sottile
dei motivi allegorici
fa incontrare Jeronimus.
a fianco di Matisse
che gioca con Gauguin
e incrocia il simbolismo
col puro colorismo.
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Colori inusitati
di terre, cieli, mari;
segni poco leggibili
di linguaggi lontani:
s’inseguono, s’incrociano
vivono un’altra vita
di classica pittura.
L’eterna sofferenza
che nasce dal bisogno
di ritrovar radici
si placa qualche volta
solamente nell’Arte,
nei muti soliloqui
delle tele dipinte.
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1995 - 1996
Santorossi
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Dal cranio scoperchiato
il cervello strizzato
evidenti esibisce
segrete intimità
fatte di poliesteri
che diventano alberi
portalampade a stelo
da pieghe trasparenti
tra perle colorate
luccica l’alfabeto
dell’ incomunicanza
È morto ormai Duchamp
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come Athena da Zeus
Freud? Jung? Lacan
o solo transazione?
spudorato
giustamente imbrigliate
petrolio del Kuwait
unpoquellochetipare
di plastica vetrosa
sassi tappi monetine
dell’inganno voluto
del lucido nonsense
Viva Duchamp!
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1996 - 1997 Gianni Pasotti
ESCALATION
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All’inizio fu il totem:
lo si ritrova sempre
in ogni civiltà
- anche in quelle di plastica -;
poi ci rendemmo conto
che non aveva valvole
né video né canali;
ma nemmeno radici.
Dopo venne il giardino
radioso di colori
senza odori né suoni
con massi iridescenti
e le foglie spettrali
capaci solamente
di riflettere il sole
per fortuna splendente.
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Nel mondo del banale
si fece pieno il vuoto
dando speranza all’aria
delle bottiglie a perdere
al consumo che uccide
persino le speranze
ed opprime la vita
d’inutili rifiuti.
Tante mani mozzate
attaccate a una tanica
ricordano cecchini
- appostati sui monti -
che sparano alla gente
intorno alla fontana
per essere perdonati
a
guerra ormai conclusa.
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Ora restiamo zitti,
con le labbra cucite
nelle bocche di plastica,
che impongono il silenzio
su tutto, anche su noi
sulla fiducia umana
di rapporti diversi
di vita meno falsa.
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1997 - 1998 Massimo Poldelmengo
RECINTI DI LUCE
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Dall’ossido del tempo disegnato
-ormai consunto- il ferro dislocato
in un vetro di fredda trasparenza
che sembra conferirgli altra potenza;
un legno vecchio, ormai quasi sfibrato;
la trina d’un mattone traforato;
l’acqua che gioca in varia iridescenza;
disegni di vibrante evanescenza.
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Ma è la luce padrona assoluta
d’ogni visione o lucida intenzione:
tanto irradiante quanto contenuta
nell’argine della composizione
cattura un’aria vuota che non muta
e la rimanda ricca d’emozione.
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1998 - 1999 Franco Vecchiet
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Dalle lontane verità del dada
per le polemiche del poverismo
muove la prima ludica intenzione
che si fa presto legno colorato
filo di ferro oppure manufatto
assemblati con lirica emozione.
Il gusto del rigore lineare
che viene dall’astratta geometria
percorre tutti gli sviluppi nuovi
vissuti con coscienza motivata
per librarsi alla fine nell’immenso
dei voli intensi della fantasia.
Lo sconfinato mondo primigenio
di maschere, di totem, d’utensili
deriva dalla classica lezione
della scultura delle valli alpine
dove mondi vivono da sempre
sospesi tra il passato ed il futuro.
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La vigorosa scuola d’incisione
d’una lunga felice tradizione
studiata nelle pieghe più marcate
per carpirne i segreti più profondi
diventa uno strumento delicato
al servizio della creatività.
Le figure
improbabili, gli uccelli,
le forme strane, inusitate, assurde
s’animano di vita surreale
e sembrano girare per un mondo
di pietra grigia, di desolazione
per popolarlo di colori e luci.
La fuga rigorosa dei legnetti
rappresenta un percorso immaginario
che scende nei meandri della mente
o risale per tracce luminose
e vaga nel fatato labirinto
delle spirali di colore acceso.
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Marmi sonanti all’alito di vento
armi che han perso tutta la violenza
di strumenti di morte e di terrore
s’innalzano esaltati nello spazio
della sua libertà compositiva
per trasformarsi in linee e forme pure.
Segni appena abbozzati, come scie,
presenza-assenza dell’umanità;
sprazzi improvvisi di colore vivo
sparsi a manciata sul candore astratto:
raccontano di un mondo inesistente
se non nei sogni di bambini eterni.
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1999 - 2000 Carlo Marzuttini
TRASH & TRIP
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Cavetti colorati, ferracci arrugginiti,
giocattoli smontati, rondelle, chiodi, dadi,
bottoni scompagnati s’ammassano confusi,
rifiuti imbarazzanti del consumismo ottuso.
Talvolta un fanciullino - represso troppe volte -
stupito li percorre, seguendo una visione
ad altri incomprensibile, cercando in ogni spigolo
lo stimolo opportuno per la creatività.
Sul piano di lavoro, puliti e rilucenti,
diventano linguaggio, segnali, materiali
che cercano le forme in cui si ricompongono
per dare corpo ai sogni di un uomo senza tempo.
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Con tagli e saldature, con pieghe ed incollaggi
si formula il progetto, si libera l’idea;
la luce torna vivida stendendovi colori:
si perdono del tutto gli antichi connotati.
L’artefice realizza ambienti favolosi,
li popola di vite di ludica invenzione:
s’immerge negli abissi, s’eleva all’infinito;
ci porta con la mente nei suoi viaggi d’incanto.
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2000 - 2001 Đanino Božić
(NIJE SVAKI DAN) BOŽIĆ NON È SEMPRE NATALE.
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Percorsi accesi da curiosità
fino agli angoli opposti della terra
vagando tra babeli quotidiane
- le più diverse, le più disparate -
per lasciarsi aggredire dal piacere
di scoprire impensabili stranezze
(chiome recise, ninnoli, giochini),
d’ammirare esplosioni di colori
inusitati, rari, sconvolgenti:
e restarne incantati sull’istante.
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Poi, nel momento di composizione,
le immagini ritornano alla mente,
straniate dalle forme originarie:
distorte, ben filtrate, organizzate
s’accampano in funzione estetizzante
con lucide sequenze di colori,
di masse, linee, spazi, creazioni
- geometriche composte rigorose -
per dare vita ad un diverso mondo
concettuale, astratto, visionario.
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2001 - 2002 Etko Tutta
IL GIOCO DEGLI INGANNI
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Cavallini di cartapesta
castelli miniaturizzati
paesaggi di mille colori
il mondo dei giochi dei bimbi.
Palline che volano in tondo
coi numeri della speranza
tra i sogni e le disillusioni
su tavoli verdi d’inganni.
Girandole di tradimenti
il vero coperto di veli
la fiera di troppe bugie
in un turbinio d’emozioni.
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All’apice della finzione
la virtualità delle cose
ormai prive d’ogni sostanza
in un mondo di megabyte.
Un po’ di realtà verosimile
rimane soltanto nell’arte
da sempre terreno di sogni
d’inganni e sapienti finzioni,
di un mondo predeterminato
costruito con chiara coscienza
d’illudere o rappresentare
il culmine dell’invenzione.
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2002 - 2003 Manolis Thomakakis
SCULTURE MURALI
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Legni contorti, ambigui, colorati
di nera pece, quasi ad affrontare
rotte antiche in oceani sconfinati
sempre in cerca del nuovo da indagare
sposano bronzi dal tempo scavati
con cui volgersi indietro a ritrovare
i miti antichi quasi soffocati
da macchine incapaci di alienare.
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Sopra il mare che un tempo fu solcato
dal bisogno di aprire l’orizzonte
ad un sapere razionalizzato
l’arte dispiega vele sempre pronte
a cogliere valori radicati
che sono d’Umanesimo la fonte.
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2003 - 2004 Sergio Gay
PER LA PITTURA DI SERGIO GAY PONTE TRA LA CLASSICITÀ E L’ATTUALITÀ
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Dal cuore antico della gran pittura
-nelle pieghe profonde della storia-
guizzi di luce, spazi di colore
ritornano a brillar come d’incanto
dopo decenni d’emarginazione
nel groviglio di tanti esperimenti.
Le trasparenze terse, luminose
di superfici stese e ricoperte
giocano a rimandar la tavolozza
d’una gamma infinita, controllata
da un empito primario d’entusiasmo
a un vigile equilibrio di cromie.
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Il senso tetro della solitudine
nelle figure vaghe senza volto
d’una folla perduta nello spazio
anch’esso senza fine, senza tempo
oppure nelle cose senza storia
in un’aria sospesa, rarefatta.
Le radici profonde del pittore
- vigile, rigoroso, calibrato -
alimentano il tronco dell’artista
attento all’emergenza della storia:
la lirica alla fine ne fiorisce
in un abbraccio di calore umano.
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2004 - 2005 Giuseppe Nicoletti
PER GIUSEPPE NICOLETTI
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I Tempo
Icone inconfondibili
costruite a bella posta
per servire al mercato:
distorte, modellate
in forme esasperate,
come soggetti vivi
vanno a occupar tele.
Il colmo d’ironia
è l’inganno costruito
con disturbi semantici
tra i segnali artefatti
e il sentire comune
del patrimonio storico
(o pura lana Virginis!).
Risultano alla fine
solamente un pretesto
per pittura elegante
raffinata preziosa
che gioca sensualmente
su trame di tessuti
su linee su colori.
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II Tempo
Il gusto metafisico
- talvolta surreale -
di zattere abitate
da bandiere improbabili
da botole sul nulla
accompagna il naufragio
di tutte le speranze.
Ancora la pittura
restituisce alle cose
tanti sensi diversi:
il gioco di equilibrio
delle composizioni
o la meticolosa
ricerca della forma.
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III Tempo
Ruderi accatastati,
scomposti, disarmanti
sembrano sigillare
l’epilogo fatale
di quel decadimento,
la fine d’ogni sogno
di umana libertà.
Ma la mano sapiente
del pittore tenace
riconduce le cose
all’antica utopia
di realizzare un mondo
d’essenziale bellezza
fuori dallo sconcerto
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2005 - 2006 Carmelo Cacciato
MEMORIA E RAPPRESENTAZIONE
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Un libro consumato,
logoro, spiegazzato,
racconta chi l'ha letto,
sfogliato ed annotato,
chissà quanti anni fa,
e vi ha trovato un mondo
di sogni e di ideali.
Un vecchio passaporto
scaduto da decenni,
sgualcito, scolorito
evoca le vicende
di tutti gli emigrati,
i loro patimenti
e le dure conquiste.
Persino le parole
raccontano vicende
che la storia registra
con cruda nudità:
New York, Kabul , Bagdad
sono riferimenti
per tutti inevitabili.
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Le cose hanno una forza,
una vita, una storia
(densa, particolare
piccola, senza gloria,
eppure non banale)
di una sola persona
o di una società.
Nello spazio assemblate
raccolte nelle teche
creano un labirinto
nel quale la memoria
si perde e si ritrova
in cerca di una storia
improbabile, ardita.
Ostacoli ingombranti
nella vita vissuta,
una volta composti
si dissolvono in forme
persino cattivanti,
eleganti strutture
per una installazione.
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Se si aggiunge e si toglie,
si cancella e si scrive,
il gioco degli intrecci
si fa ancor più vivace
Ma di tante emozioni
resta solo, alla fine,
la rappresentazione.
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2006 - 2007 Ljerka Kovač
LE FAVOLE A COLORI
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Scorrono nell’azzurro
come in un grande acquario
i frammenti di un cosmo
che la mente proietta
da memorie ancestrali.
Arroccati su monti
morbidi, tondeggianti,
i castelli di fate
aspettano il corteo
d’improbabili re
per strade inerpicate
su colli di meringhe
che richiamano l’ansia
d’affamati poppanti
in attesa di vita.
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Nuvole delicate
come sospese a un filo
giocano contro il cielo
nelle danze leggere
dei giochi di bambini;
campagne sorvolate
come a volo d’uccello
brillano nella luce
d’atmosfere incantate
dal colore pastello.
Favole raccontate
in punta di pennello
con sapore d’antico
e paura di un nuovo
confuso ed angosciante.
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I ricordi di un mondo
di leggere movenze,
di sogni senza limiti,
di entusiasmi gioiosi
di speranze infinite
tornano nelle tele
di un mondo fanciullesco
ancora tutto intatto
vivido, colorato,
nella magia dell’Arte.
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2007 - 2008 Mirella Brugnerotto
VIAGGIO NELLE PICCOLE COSE
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S’allineano ordinate
sulle scaffalature
d’ogni supermercato
le scatole dipinte
di tutti gli alimenti
del viver quotidiano.
S’espandono in pulviscolo
i giri vorticosi
degli elettrodomestici;
auto poco probabili
sfreccian velocemente
sopra un arcobaleno. |
Non serve fare salti
Per entrare nel mondo
delle piccole cose;
non ci voglion conigli
o cappellai matti
né regine di fiori.
Nascon così le favole,
con pennellate rapide
dietro sogni infantili;
giocare coi colori
fa inventare le storie
e le riempie di vita. |
E’, la pittura, un tramite
fra il minimo reale
e l’immenso fantastico:
pittore e cantastorie
diventano tutt’uno
per chi si sa incantare. |

2008 - 2009 Christian Segatto
GRAFITISMO IN LIBERTÀ
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In uno sfondo metropolitano
- vetrine, luci, piercings e tatuaggi -
percorso da un pensiero libertario
che rigetta qualunque ideologia
s’incontrano Egon Schiele con Schifano
passando per Van Gogh, Warhol e Klimt;
vi svariano Pazienza ed Hugo Pratt
in un ludico mondo disneyano:
sostiene la colonna musicale
la melodia di Marley e David Bowie
mescolata ai rumori della guerra
con i suoni del cine o del fumetto.
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L’occhio passa su tutto il quotidiano
- scarpe, bandiere, macchine, animali -
senza problemi di socialità
accavallando il sacro ed il profano.
Alla fine si sciolgono le cose
in un ammasso di nuvole bianche
- non importa se vere o sol dipinte -
che ci possano aprire alla speranza.
Dipingere ha un valore in assoluto
che rifugge da molte tentazioni:
inseguire soltanto le emozioni
per favorire la creatività.
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2009 - 2010 Guido Cecere
UNO SCHERMO PER GLI OCCHI
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Uno schermo per gli occhi, l’obiettivo
per vedere le cose quotidiane
con lo sguardo incantato dell’artista.
Così le strisce di giallo consunto
sul nero dell’asfalto di una strada
diventano una tela concettuale.
E l’albero stagliato contro il nulla
livido, asciutto, freddo si trasforma
in un paesaggio strano, surreale.
Le crepe di un intonaco vissuto
s’animano di bambole scomposte
effimeri ritratti allucinanti.
La fuga regolare di ombrelloni
di tavolini, di barche ancorate
appare come astratta geometria
come l’assurda fuga verso il cielo
dei plumbei grattacieli di Manatthan
tutti cemento freddo, acciai e vetro.
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Le scritte incomprensibili sui treni
i cuochi – insegna ai bordi delle strade
le finestre in lunga fila ordinata.
Tutto quel che ogni giorno noi vediamo
diventa, attraverso l’obiettivo,
composizione ardita di pittura:
più le cose ci sono familiari
semplici quotidiane, inosservate
come quello che sempre ci appartiene
più l’occhio con la macchina le fissa
e le traduce in opera compiuta
in fotogramma fissato nel tempo
quasi che il quotidiano risvegliato
potesse riacquistare lucentezza
e vivere di vita rinnovata.
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Alla fine, i pulsanti e i campanelli
raccontano la storia di chi vive
in vecchie case o nuovi condomini
con il batacchio vecchio, arrugginito
la pulsantiera dei giochi infantili
o la moderna tecnologia dei chips.
Ogni cosa racconta la sua storia
di vita, di emozioni di avventure
piccole o grandi, sempre quotidiane
l’artista le raccoglie con amore
per cercarvi un’interna poesia
che nasce dalle cose, senza sforzo
talvolta ve l’aggiunge, con la forza
di chi guarda con estro la realtà
e la trasforma nel lirismo puro.
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2010 - 2011 Mario ALIMEDE
A PROPOSITO DI MARIO ALIMEDE
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Non ha senso narrare
soltanto per immagini
un mondo ormai sconvolto
in decomposizione
per tanti terremoti.
Molto meglio risulta
tentare di raccogliere
il sapore ineffabile
dei bagliori di luce
guizzanti dai frammenti.
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Esplosioni cromatiche
dalle cose in frantumi
ingombrano lo spazio
si fan composizione
diventano pittura.
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2011 -
2012 Janez MATELIČ
“Saluti
da Capodistria”
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Sfilano
lentamente
-
oramai da millenni -
le
colline dell’Istria
davanti
ai naviganti.
Sono
sempre gli stessi
i
rocciosi declivi:
ricoperti
di verde
o
bruciati dal gelo;
maculati
di bianco
quando
appare un paese,
piccolino,
nascosto
col
campanile a punta.
Ma
tutta la dolcezza
del
paesaggio marino
la
stanno divorando
una
nuova ricchezza
fatta
di case al mare,
di
alberghi irrispettosi,
di
barche fragorose
se
domina il diporto,
di
bagnanti smaniosi
del
rumore più assurdo,
di
gente mordi e fuggi
in
cerca di vacanza.
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Soltanto
cartoline
restano,
dal naufragio
di
un mondo di dolcezza,
di
una terra vissuta
in
gaia povertà,
del
naturale intatto.
E
solo la pittura
può
conservare intatto
il
ricordo d’infanzia,
la
gioia delle persone,
il
rapporto diretto,
qualcosa
da salvare.
E
ci prova, il pittore,
a
conservare il mito
a
renderlo concreto
perché
possa restare
almeno
dentro gli occhi
un
messaggio d’amore.
Si
fa colore il monte
i
paesi, le case,
gli
alberi e le barche;
diventano
colore
persino
le emozioni
dei
ricordi più cari.
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La
vista si trasforma
nel
sogno delle cose,
nelle
macchie di luce
che
scoppiano improvvise;
o
nelle allegorie
di
quello che s’è perso.
Dall’azzurro
del mare
emerge
un pesce strano,
tipico
ma sparito;
sopra
il verde del monte
s’accampa
una struttura
che
solo ieri è apparsa.
Un
faro, un grattacielo
una
nuova marina
quello
che fa mercato
-
sviluppo (non progresso) -
diventano
centrali
alla
nuova visione
E
solo la poesia
può
cercare di fare
-
almeno sulla tela -
il
tentativo (assurdo?)
di
dare il “benvenuto”
nella
nuova realtà.
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