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rassegne di fotografia

 

Massimo POLDELMENGO

 

27 settembre - 31 ottobre 1997

Pordenone “la roggia” Personale con pannello

 

Recinti di luce (Per le sculture-installazioni di Massimo Poldelmengo)

 

Dall'ossido del tempo disegnato

-ormai consunto- il ferro dislocato

in un vetro di fredda trasparenza

che sembra conferigli altra potenza

 

un legno vecchio, ormai quasi sfibrato;

la trina d'un mattone traforato;

l'acqua che gioca in varia iridescenza;

disegni di vibrante evanescenza.

 

Ma è la luce padrona assoluta

d'ogni visione o lucida intenzione:

tanto irradiante quanto contenuta

 

nell'argine della composizione

cattura un'aria vuota che non muta

e la rimanda ricca d'emozione.

 


18 dicembre 2004 - 9 gennaio 2005 Pordenone Personale

 

L'incontro più delicato, per chi lavora nel campo della creatività, è senza dubbio quello con il foglio bianco.

Ciò vale per chi scrive, in prosa o in versi, e affronta una pagina bianca sulla quale dare corpo alle idee che circolano per la testa.

Vale anche, naturalmente, per chi compone musica e deve trasferire sul rigo le armonie che avverte dentro di sé.

Ma vale soprattutto per coloro che si dedicano alle arti visive e si trovano di fronte alla tela, alla creta, alla pietra o a quello - tra i tanti materiali che si usano - che più frequentemente è capace di dare corpo alle sue invenzioni.

Storicamente, un supporto di grande efficacia è stato il disegno, al quale si ricorreva per "buttare giù" le prime idee, per sperimentare inserimenti, per precisare particolari da trasferire nell'opera.

Sì è sviluppata così una convinzione radicata di "servitù" del disegno ad altre forme di espressione più complesse.

Ma le ultime generazioni, a partire dalla metà del secolo XX, hanno cominciato ad esercitare la propria creatività direttamente nel disegno, arrivando addirittura a riassumere nell'appunto veloce (come un tempo si considerava il disegno) tutta la gamma di esperienze, di intenzioni e di proposte che concorrevano alla propria grafia.

Massimo Poldelmengo, in questo senso, è decisamente figlio del suo tempo, capace cioè di dare corpo alla sua sensibilità estetica con ogni mezzo: certamente esprime una personale preferenza per la manipolazione dei materiali in senso scultoreo; ma proprio per questo manipola continuamente altre forme e altri materiali, per esempio curando con attenzione professionale la fotografia e le elaborazioni computerizzate delle immagini.

Soprattutto, però, è un convinto assertore della validità assoluta del disegno come modo di esprimere la sensibilità pittorica, la dominante intenzione scultorea e la capacità infinita di manipolare materiali diversi.

Anche quando i suoi disegni sono pregiudizialmente, decisamente ed evidentemente "bozzetti" preparatori di sculture o di installazioni, risulta evidente - anche se si osservano a fianco il disegno e le foto delle opere finite - il valore assoluto che la soluzione grafica assume senza necessità di riferimenti ulteriori.

La prova si trova nella produzione più recente, quella ispirata ai giochi dei bambini contrapposti alla violenza della guerra che ne distrugge il candore e i sogni.

Nell'operazione conclusa, questi disegni si ispirano (ma al tempo stesso sollecitano, producono e popolano) complesse composizioni filmiche nelle quali gli stessi giocattoli infantili si trasformano, per un gioco elegante di effetti visivi, in armi che producono distruzioni e violenze: sullo sfondo, musiche appositamente composte suggeriscono ed accompagnano le immagini.

Ma anche in questa condizione di "parti di un tutto" i disegni affascinano per la loro capacità di evocare e di suggerire tutti i sentimenti contrapposti che la realtà di oggi può generare: l'orrore, da un lato, per la distruzione dell'innocenza; ma anche il sogno di un mondo intatto, fatto di giochi incruenti e di bambini lontani dalla violenza.

In sostanza, il disegno che parte come elemento iniziale di un intervento globale (tutti i filmati sono realizzati sulla base di essi) rimane comunque opera di per sé valida, riassunto di tutto quello che una proiezione, più o meno lunga, può raccontare.

Su un piano strettamente tecnico, il disegno diventa per Poldelmengo un'opera pittorica, considerando che le sue opere tridimensionali fanno degli elementi cromatici solo un supporto marginale, capace di sottolineare la forza delle composizioni e dei materiali.

In altri termini, il colore nelle sculture e nelle installazioni è quello che si da per se stesso, attraverso gli oggetti; e la tensione ultima è quasi sempre verso una sorta di monocromia alla quale la luce (altro elemento di fondamentale importanza) assegna la capacità far emergere tutto lo spettro cromatico implicito.

Nel disegno, invece, Massimo diventa pittore e libera la sensualità del colore in tutte le possibili soluzioni, privilegiando decisamente le qualità calde e forti con i toni più accesi.

Dal punto di vista della ricerca, poi, i disegni (molto spesso in serie articolata) riescono a definire per larga parte alcune idee di base, prime fra tutte un gusto quasi fanciullesco dell'invenzione immediata, il senso del tempo come scansione ritmica, il bisogno di dare movimento agli oggetti.

Infatti, la prima impressione, di fronte ai disegni di Poldelmengo, è quella di una gestualità quasi istintiva, per cui i segni e i colori si aggrumano e si dilatano sulla superficie quasi in gioiosa rincorsa: partendo da un'immagine più o meno chiaramente definita, il gioco dei segni si muove come per naturale evoluzione ad occupare lo spazio in geometrica armonia.

In pratica, quello che a prima vista potrebbe apparire un fantasioso automatismo di segni che si rincorrono, rivela alla fine una sapiente costruzione che, da un oggetto iniziale (un carro armato, una trottola, un metronomo o un lacerto di affresco), procede verso una forma evocativa piuttosto che narrativa o espressiva; e questo processo appartiene non solo al disegno libero, sganciato da riferimenti ad altre opere previste o in corso di realizzazione, ma anche a quello in qualche modo finalizzato ad altri prodotti, come dovrebbero essere i bozzetti di scultura o i progetti di installazione: sempre e comunque il tracciato si dipana come naturale evoluzione di un'idea, quasi per un istintivo bisogno di rincorrere le linee e i colori, piuttosto che le forme.

Concorre a questo gusto gioioso e fanciullesco del lavoro anche il senso musicale che nasce dalla ritmica degli oggetti frantumati e dispersi, ma al tempo stesso, fluttuanti ed animati, come una sorta di movimento intuito, piuttosto che percepito; non a caso, tra le opere di Poldelmengo quelle realizzate con accompagnamento o supporto musicale sono le più suggestive: nel disegno (naturalmente più statico e meno disponibile ad un'interazione con strumenti musicali) l'armonia è nella composizione in sé e rimanda comunque ad una sonorità ineffabile.

In pratica, parlare di disegno, nel caso di Massimo Poldelmengo, è comunque parlare di un suo linguaggio artistico, con tutte le implicazioni e (perché no) le complicazioni che esso affronta e propone, dalla funzione sublimante della luce al rimando naturale alle armonie musicali; si aggiunge, di più, la sensualità del colore (e quindi della pittura) che conducono anche i bozzetti e gli appunti grafici ad una perfetta autonomia capace di fare del disegno una forma perfetta e viva di linguaggio artistico.

 


 9 - 30 novembre 2008 palazzo Cecchini Cordovado (PN)

VISAVI (con Carmelo CACCIATO)

 

Un progetto artistico nasce quasi sempre per caso; solo successivamente - e se ne ha le caratteristiche necessarie - si afferma come proposta organica e continuativa.

Anche VISAVI nacque quasi per un gioco di rimandi culturali, quando fu avanzato la prima volta.

Ma è certo che conteneva i dati culturali necessari per affermarsi come ipotesi continuativa di lavoro se, anche quest’anno (e per la terza volta) si può affermare l’ipotesi di due personalità a confronto per verificare, a parità di età e di condizioni, quanto due giovani possono scambiarsi in fatto di esperienze culturali, di proposte e di uso delle tecnologie contemporanee.La scelta di due personaggi come Massimo Poldelmengo e Carmelo Cacciato non ha niente di occasionale o di provvisorio.

Entrambi si sono accostati all’arte con l’intenzione di sondarne un aspetto non sempre privilegiato; hanno seguito un percorso autonomo ed originale che li imposti all’attenzione come due emergenze di grande interesse; cercano tenacemente di armonizzare una cultura, per così dire, classica (frutto di un apprendimento scolastico non superficiale) con una sperimentalità spesso al limite (ed oltre) dell’acquisito, del “già visto”.

Infine - perché no - ambedue hanno maturato le prime esperienze artistiche ed espositive nell’area di quegli «artisti del gruppo “la roggia”» che per molti anni è stato un riferimento fondamentale in provincia e in regione, salvo dissolversi poi in una miriade di iniziative spesso subalterne e senza prospettive.

Massimo Poldelmengo sin dalle sue prime prove (addirittura mentre ancora completava il corso di studi accademici) si segnalò per la grande capacità di attingere ai materiali più disparati per costruire le sue sculture di intenzione monumentale: dalle cose trovate per caso (ferro, legno, oggetti quotidiani, cemento e altro) agli impianti luminosi; dagli interventi fotografici ai mezzi audiovisivi, tutto è piegato alla resa di grandi strutture architettoniche.

Ma anche nei rapporti con altre forme di espressione artistica la fondamentale curiosità culturale e il bisogno di costruire ampie soluzioni è stato lievito per collaborazioni con musicisti ed altri artisti per oper in progress che provano la duttilità della sua personale grafia.

Negli anni recenti ha privilegiato la manipolazione di materiali foto-video sempre nell’ottica delle grandi costruzioni scultoree al servizio del’architettura.Carmelo Cacciato ha una formazione decisamente grafica che lo porta ad esplorare il mondo del’incisione e del libro d’artista con passione quasi maniacale: il “fatto a mano” è il presupposto di ogni elaborazione e la sapidità dell’oggetto finale è lo scopo a cui tende la sua attività.

Di più, interviene un senso mai sopito della narrazione spesso sociologica, per cui ogni composizione affronta temi delicati ed eterni che vanno dalla memoria personale alla condizione degli emarginati, dalla fantasia dei viaggi - spesso surreali - al puro bisogno di narrare

Lo stile è quello dell’infantilismo ludico, fatto di reperti tratti dai cassetti del solaio o dai quadernetti degli appunti diligentemente e spesso fanciullescamente annotati ogni giorno: tutto però attraversato continuamente dall’amarezza della realtà.