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rassegne di fotografia

 

Cesare RIZZETTO

 

“EX” fotografie di Cesare Rizzetto

Pordenone 9 gennaio - 4 febbraio 2010

 

Quando si adotta un linguaggio espressivo per le proprie esigenze di comunicazione, nella maggior parte dei casi ci si trova a dover far convivere le personali esperienze con la realizzazione dei propri “oggetti comunicativi” specialmente se il linguaggio si presta alla rappresentazione del vero o, almeno, del verosimile.

Nel caso della fotografia, il rapporto con le cose è sicuramente imprescindibile, visto che l’obiettivo deve essere comunque puntato sulla realtà anche quando poi ci si impegni a stravolgerla nella lettura.

Nel caso di Cesare Rizzetto, l’istintivo bisogno di ricorrere alla macchina fotografica per “scrivere” i suoi appunti di vita (di viaggio, di emozioni, di sensazioni, di rapporti, insomma di tutto un mondo esterno ed interno) ha fatto quasi immediatamente i conti con l’ambiente in cui è vissuto, quello di una fotografia di ascendente Neorealistico che aveva appena scritto le sue pagine più importanti.

Da qui sono nati gli “appunti di viaggio”, le “note familiari” i “fatti quotidiani” e tutto il repertorio che solitamente riempie le esperienze di un fotografo, fino alle “foglie”, limite quasi estremo di esperienza estetizzante in fotografia.

Ma quello che più direttamente investe la ricerca fotografica di Cesare è proprio il suo lavoro, quello quotidiano che lo impegna nel Dipartimento di Salute Mentale di Pordenone.

Messo di fronte a certe realtà quasi sempre semisconosciute, nascoste o sepolte sotto un tappeto di disinteresse, finisce per legare la sua foto-scrittura al mondo dei derelitti, degli emarginati, dei negati.

La produzione migliore diventa allora quella dei barboni, dei bambini più o meno infelici, degli ambienti più o meno allucinanti.

Naturalmente, utilizza il bianco e nero: il colore è di per sé un orpello che suscita “il piacere” e svuota di senso i cortei operai o la solitudine delle persone, le aule scolastiche o gli ambienti manicomiali.

Cesare, alla fine, è un “ex” - come giustamente suggerisce il titolo voluto per la mostra - e lo si legge in tutte le pagine foto-scritte nel corso della sua vita; ma tutti quelli di una certa generazione, in fondo, sono ex oppure orfani di tante cose; e alla fine si riconoscono inevitabilmente nei viaggi (fatti o sognati) nei misteri dell’India, negli attraversamenti di località conosciute da sempre e mai osservate, nei personaggi più o meno famosi spesso sfiorati e mai esaminati, nei momenti di requie che sembrano irripetibili.

Se osservate come frammenti di vita, le foto possono in qualche caso ingenerare un senso di infinita tenerezza per i rimandi inevitabili al vissuto di ciascuno e alle esperienze quotidiane; ma per fortuna si tratta “solo” di una mostra di fotografie di fronte alle quali il senso di nostalgia è solo un elemento marginale o accessorio.

Perchè, come capita nella vita di ognuno di noi, il tempo si fa galantuomo e la memoria stempera le cose, le addolcisce e ce le ripropone col fascino del “bel tempo che fu”, che alla fine è per l’appunto la principale funzione del linguaggio fotografico.