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rassegne di fotografia

 

Chiara RIZZONI

 

3 - 31 ottobre 1982 San Vito al Tagliamento (PN)

SPERIMENTAZIONE IN CORSO

Personale

 

LE TRACCE DELL’UMANO

Un individuo, nel corso dell’esistenza, si serve, necessariamente di una serie di oggetti, che l’uso rende talora inscindibili, insostituibili, ineliminabili, quasi connatura alla vita. Sono spesso cose semplici, finanche talora insignificanti, e quasi sempre legate alla propria dimensione, di età o di professione, oppure riferite alla semplice esistenza.

È il caso, per esempio, dei giocattoli che usiamo da bambini, o dei libri che ci sono serviti a scuola, addirittura, forse, dei nostri stessi vestiti.

L’uso quotidiano finisce per modificarli, nella forma e nella struttura: e non ci accorgiamo delle modificazioni se non quando l’uso stesso ne risente, oppure viene a mancare. Una volta, poi, consumatasi la situazione, la condizione, le motivazioni che ne hanno determinato uso, funzione e importanza, questi stessi oggetti vengono spesso sacralizzati o quanto meno mitizzati.

E non è solo il destino di quegli oggetti che per la loro stessa natura sono destinati ad un senso sacralizzante e sacralizzato, come il diploma di laurea, il titolo di cavaliere o, più semplicemente, il «vestito della festa» quello che, in certe realtà sociali, rimane a lungo nell’armadio da cui esce solo una o due volte all’anno. E, anche il caso, più diffuso, dell’orsacchiotto preferito (o del trenino elettrico), del primo sillabario o dei «vestiti del morto».

Un individuo adulto tende a conservare il giocattolo caro o le lettere del primo amore; delle persone defunte, ci capita spesso di mantenere ben vivo il ricordo attraverso un oggetto che gli sia appartenuto.

Poi, col tempo, a meno che non intervengano motivazioni di tipo feticistico, decidiamo di disfarcene.

Ma, del senso che gli oggetti avevano assunto - quel valore emblematico di legame con una realtà, con una condizione, con un tipo di esistenza o un mondo complessivo - conserviamo le tracce profondamente incise, continuamente emergenti.

Forse, è anche e soprattutto per questo motivo che possiamo facilmente disfarci dell’oggetto materiale che in tutto quel tempo ha rappresentato appunto il legame materiale tra la nostra realtà e la storia da cui deriviamo.

La più alta sublimazione di questo valore, di questo sentimento, si realizza forse nell’arte e nella letteratura, dove gli oggetti e le tracce di essi assumono un valore che va ben oltre il senso letterale ed emotivo, per assurgere a simboli in assoluto.

In questo caso, il recupero del “rifiuto” si configura come tentativo di “rilettura dell’umano”.Ed è questo motivo che anima alla base il lavoro di Chiara Rizzoni.

La sua prima operazione, quella sul volo, riassumeva efficacemente tale linea di sviluppo.

Partendo dall’immagine di un uccello, si arrivava progressivamente alla scomposizione del soggetto in una miriade di frammenti, geometricamente contornati e scanditi su un telaio di legno a riquadri trasparenti, in qualche caso ordinatamente disposti, in altri alla rinfusa.

Il gioco dei rimandi era più che evidente.

Da un lato, l’oggetto - simbolo, recuperato dall’infanzia, della smania di libertà (almeno da Icaro in poi).Dall’altro, il deteriorarsi progressivo di questa ipotesi di volo in una serie di frammenti scarsamente leggibili, talora solo vagamente intuiti.

Su tutto, la cornice del telaio e le maglie di plastica trasparente, concreta significazione della mente e dei suoi condizionamenti, da cui sfuggono a tratti frammenti di cui vergognarsi o da dimenticare.

In un lavoro precedente, rimasto però inedito, il discorso si fermava sulle “scarpe del morto” poste simbolicamente su un vecchio comodino.

Ed anche in questo caso i rimandi erano più che chiari: parlavano di un mondo contadino, dove le «scarpe buone» accompagnano i momenti «magici» dell’esistenza e servono, dopo la morte, a tener vivo il ricordo, fino a che il tempo non ne annulli il valore.

Su questa stessa linea si muove il lavoro attuale, che recupera il metodo ormai storicizzato di usare i materiali “poveri” per aprire il discorso sulle tracce dell’umano.

Le strisce di stoffa, tutte di risulta, e i fili colorati, anch’essi recuperati, raccontano la storia di chi li ha realizzati, di chi li ha utilizzati, di chi se n’è disfatto.

Su di essi, il velo del colore e l’intervento «esterno» opera come il tempo, che annebbia le cose, ma le fonde e le armonizza, conferendo loro una sorta di logica continuità.

Emergono allora le tracce del passaggio dell’artista, che non sono solo la definizione sacralizzata, nel senso estetico, dei materiali usati; ma anche un senso profondo di partecipazione esistenziale alle cose, alla loro consunzione, alla loro modificazione, in atto o già compiuta.

Ma è anche la coscienza precisa di un lavoro infinito, soggetto alle stesse leggi, dal momento che anche questi oggetti, per quanto sacralizzati, sono passibili di consunzioni, modificazioni.

Che è poi la sorte di tutto, anche delle opere d’arte, al di là (e forse anche per effetto) di ogni possibile successivo restauro.