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rassegne di fotografia

 

Marilena SCAVIZZI

 

7 - 22 dicembre 1991 Gubbio (PG) Personale

 

CASTELLO

La tessitura - fondamentale nella sua produzione - sembra, al primo impatto, ripiegare umilmente nell'alcova di Penelope (in paziente attesa di un Ulisse perennemente curioso e insoddisfatto; attenta a condurre al meglio lo snervante gioco di tener lontane dalla sua fedeltà coniugale le profferte dei proci arroganti) e ricongiungersi direttamente al lavoro oscuro e massacrante di certe donne orientali che intrecciano migliaia di nodi per centimetro quadrato.

Un attimo dopo però - appena il tempo di guardare più a fondo -saltano agli occhi i materiali "altri" che nei suoi lavori intervengono a costruire forme eleganti e raffinate, dislocando immediatamente l'opera in una dimensione diversa e più intrigante.

La memoria dell'arte povera (ma, più ancora, delle sue raffinate evoluzioni che portano attualmente a recuperarne i modi per costruire una "poesia cercata" alternativa a quella "trovata" del poverismo classico) costringe a riflettere sulla capacità della Scavizzi di intervenire autorevolmente sulla evoluzione del "genere" dai primi stracci accatastati in provocatoria casualità formale fino al recupero meditato dei materiali del quotidiano in chiave estetica.

Nasce allora il primo "sospetto" di una ricerca accurata e determinata sui linguaggi dell'arte.

Quasi contemporaneamente, l'ostentato riferimento ad un'arte antica, manuale e femminile, desta un altro "sospetto", che cioè le sia ben presente - anche se ben mistificata in coerenza coi tempi - una scelta convinta delle artiste, di imporre con intelligenza il forte rilievo di certe attività (etichettate come "minori") nell'evoluzione del pensiero estetico; e, insieme, la rivendicazione di un ruolo tutt'altro che marginale dell'altra metà del ciclo", nell'ambito di una diatriba che, in forme diverse, si agita ormai da decenni.

Quando poi, più in profondità, si analizzano le opere compiute, si ritrovano anche altri motivi che testimoniano una cultura attenta e categorica delle avanguardie storiche: la manipolazione delle forme e dei colori, le trasgressioni continue ad un impianto strutturalmente geometrico e le soluzioni finali in chiave di eleganza - in bilico tra il barocco e l'orientalismo - indicano un'attenzione alle soluzioni dell'astrattismo che non ha niente di casuale o di improvvisato, ma che tende invece a recuperare in sintesi unitaria gli assunti migliori e più pregnanti del genere.

E' quasi inevitabile che la favola - strumento atavicamente primario per intervenire in maniera indolore nella realtà sociale - diventi il campo di .riferimento per realizzare un'opera conclusa - almeno provvisoriamente - nella quale il gusto sensuale dei materiali tessuti in libera aggregazione ma sempre con l'occhio ad un mondo di immagini oniriche, la raffinata eleganza del segno inciso sul legno e trasferito sul tessuto con sapiente ricercatezza, l'amore per i linguaggi formali,: sia nella loro essenza significante che nella loro traslazione in termini puramente formali, si combinano a realizzare la scenografia di un castello improbabile che potrebbe anche essere (ce ne sarebbe bisogno) quello di un'arte che si fa presupposto sociale, fondante di un pensiero più generale che alla realtà quotidiana fornisca il supporto di un'estetica capace di costruire valori nuovi per una società in mutazione.