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Nicola SGAMBATI

 

11 - 21 gennaio 1976 Caserta Personale

 

Ogni volta che la ruspa si muove a stritolare il passato d'una terra di atavica miseria, con le pene, con gli stenti della lotta senza sosta dell'uomo con le cose, contro il caldo, contro il gelo, per l'acqua, per la vita, per il grano, per i frutti strappati col sudore; ogni volta che la ruspa recide dalla terra tanti secoli di storia, c'è sempre numeroso un pubblico plaudente di uomini che sperano, che vedono allargarsi il misero orizzonte di vita contadina sulle chimere dolci, suadenti, carezzevoli, dei sogni industriali.

E quando nelle viscere della miseria antica si scavano le vene della miseria nuova, fatta di emarginati, di miseri alienati, di scarponi pesanti, ancora impastati di terra, che si trascinano stanchi sopra i lustri marmetti di uffici commerciali, di anticamere eterne, di elenchi infiniti di disoccupazione, c'è sempre un ministro, o almeno un de­putato, col discorso d'occasione, che inneggia al sistema che c'impone il consumo, incurante di noi, delle nostre realtà, del mondo in cui viviamo, nel quale respiriamo, che ci ha formato dentro e ci ha plasmato fuori.

Corrono sull'asfalto le macchine lucenti dei nuovi padroni, e sottraggono al mondo di miseria contadina cui ci hanno costretti in secoli di storia l'ultima libertà della lotta continua dell'uomo con la terra, per ridurci, più schiavi, rotelle del sistema di massima produzione.

L'illusione di un mondo (di quello industriale) che conceda ricchezza a chi s'è abituato a vivere di stenti, ma umanamente libero, afferra tutti quanti in un gorgo vorace che porta alla miseria di un mondo di alienati che conduce all'estremo di ogni schiavitù.

Spariscono i resti del mondo contadino, travolti dalla ruspa, da colate di cemento, da ponti ardimentosi, da chilometri d'asfalto.

Sparisce l'uomo libero nel lavoro dei campi, attratto dal miraggio d'una nuova ricchezza che serve solamente a creare nuovi schiavi.

Spariscono le forme della nostra civiltà, quella cui apparteniamo per atavico legame: e la nuova dimensione, il mondo alternativo, non offre niente altro che possa sostituire la civiltà perduta.

La violenza prorompente del calore della terra che trasmetteva agli uomini la forza inarrestabile che li spingeva a vivere, a credere, a lottare, resta solo nel segno del colore brutale, vivo, violento, puro, steso a masse grumose di toni caldi, forti, quasi fosse animato da quella vita propria che l'uomo ha ceduto alla catena di montaggio.

Gli squarci di paesaggio che parlano ancora del mondo contadino sono un atto d'accusa per chi sta distruggendo quel mondo di miseria, dura ma sempre umana, per proporre un modello di miseria artefatta, voluta dal padrone che ingrassa col sudore di chi lotta ogni giorno solo per sopravvivere.

Recuperare almeno del mondo contadino gli ultimi barlumi, immagini cadenti di un passato di luce non è archeologia: è piuttosto un gesto d'amore verso la nostra terra, fermare sulla tela, forse per un momento, una realtà vissuta, soltanto l'altro ieri e che oggi ci strappano, nel nome di un falso progresso, senza neppure ascoltarci.