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rassegne di fotografia

 

Gianni SIMIONE

 

 

6 - 28 febbraio 1983 San Vito al Tagliamento (PN)

SPERIMENTAZIONE IN CORSO Personale

 

FAVOLE TRISTI

Il problema più importante per un artista è quello di crearsi una grafia narrativa capace di consentirgli dì porsi in relazione con gli altri (e con le cose) in un rapporto dialettico che faccia emergere la sua personale lettura e la proponga, in termini più o meno provocatori, per aprire quella comunicazione che, bene o male, è pur sempre una costante fondamentale della produzione artistica.

Il doppio binario del contenuto e della forma, comune a tutte le arti, pone anche l’operatore delle arti visive di fronte alla necessità di una sintonia con il mondo, con l’età, con la cultura in cui si trova immerso, per essere testimone e protagonista, partecipe e stimolatore.

Per questo, variano linguaggi e proposte, in maniera tanto più rapida e frenetica quanto più accelerati sono i processi di obsolescenza dei fenomeni, dei protagonisti, delle formule.

Ritornare all’infanzia, al mondo dei miti e delle favole, é - in apparenza - il modo più semplice per comunicare.

Ma - nella realtà - i dati sulla lettura infantile (quella di qualità, naturalmente) chiariscono immediatamente quanto difficile sia da percorrere, quel territorio.

Specialmente, poi, quando i moduli propri della cultura infantile siano il mascheramento di contenuti ben più profondi e incisivi.

Nasce allora un linguaggio estremamente complesso e concettoso dove le forme semplici, le trame sottili e, apparentemente, ingenue vanno riviste e rivissute in chiave simbolistica.

Il caso di Giovanni Simione é, per questo verso, addirittura emblematico.

Ripescare - nella storia e nella memoria - tutta la gamma di fate e cavalieri, di maghi e principesse, che popolano il mondo della favola, appare semplice, genuino, quasi caramelloso.

Ma è la dislocazione, nello spazio e nel tempo, che risulta “spiazzante”, provocatoria, tutta da ridefinire.«Perché i porci non dovrebbero volare?»

La mente corre subito (almeno per molti di noi) ad un libro esploso alla fama circa dieci anni fa, simbolo e sintesi di una generazione in crisi di identità.
I porcellini di Simione si muovono appunto in questa logica simbolica, angosciosa, paradossale.

Con questa chiave dì lettura, tutta la sua produzione diventa problematica, almeno tanto quanto lo é la condizione attuale dell’individuo, incapace di tenere più i piedi su un terreno rivelatosi franoso (chi crede più nel 68?) e al tempo stesso incapace di uscire completamente fuori dalla propria realtà per attingere un mondo di fresca fantasia.I principi sono tutti tristi; i pagliacci sono grotteschi; i castelli sono irraggiungibili; gli uomini sono maschere, se non diventano larve o scheletri.

A cercare illustri precedenti, si potrebbe scomodare tutta una letteratura (di poesia, di prosa, di cinema, di pittura) che svaria facilmente da Bruegel a Bergman, da Calvino a Dante.

Ma non è questo l’importante.

Simione appartiene alla sua storia, ad una generazione in cerca di «invenzioni per il tempo perso» che possano riempire un vuoto esistenziale, di ideologia, di valori.

Allora la sua riflessione, pacata ma spietata, ariosa ma passiva, diventa la rappresentazione di un mondo in cui i miti, le favole, le dolcezze dì un’età ingenua, diventano lo specchio di una infinita tristezza, che si esprime in immagini, informe, in colori.

Dalle linee nette, marcate, assolute della grafica, dove le vuote profondità prevalgono (idealmente e fisicamente) sulle misere figure; alle masse cupe e compatte dei colori violenti (il rosso e il nero, non a caso) la sua grafia tecnica è l’espressione di quello stesso senso di vuoto sterile, di cupa oppressione.

Forse nell’acquerello - per sua natura lirico, delicato - potrebbe intuirsi qualche spazio di recupero ad una visione meno drammatica.

Ma l’impronta di tutta una tradizione di cultura espressionistica (che annovera tra gli altri illustri incisori e acquerellisti) finisce per caratterizzare anche questa produzione per fornire, a conti fatti, comunque un’immagine di rassegnata impotenza.


19 gennaio - 1 febbraio 1985 Pordenone

INVENZIONI PER IL TEMPO PERSO

Cartella di grafica

 

IL PRINCIPE (1) FELICE (2)

Un principe azzurro (3) sul suo cavallo (4) bianco (5) attraversava un bosco (6) per uno stretto sentiero (7). Sbucato in una radura (8) vede brillare un ruscello (9).
Accostatosi all’acqua (10) scorge d’un tratto (11) la bella addormentata nel bosco (12). La bacia e la risveglia (13). E vissero felici e contenti (14).

(1) I principi non esistono quasi più, se non nelle favole, che diventano in questo modo il museo della regalità. Ma diventano oggetto di museo della narrativa anche i bambini infelici, i lavoratori miseri, le madri disfatte, che pure esistono. Perché, quando finiscono sulla carta stampata, tutte le figure, anche le più realistiche, vengono «patinate».

(2) Mai conosciuto un principe, meno ancora felice (o infelice). Anche per questa attribuzione aggettivale vale quanto detto alla nota 1.

(3) Il colore è d’obbligo; anche lo scrittore deve avere la sua tavolozza: guai a dimenticarsene! Solo, deve essere sfumata, mai accurata o puntigliosa, un po’ come in certi impressionisti(specialmente gli epigoni domenicali) ma su valori e qualità estre­mamente delicati e rarefatti. Se no, il gioco non regge.

(4) Alto, possente, forti garretti, criniera lunga e sventolante, lanciato al galoppo, elegante nel trotto, con froge frementi ... e chi più ne ha, più ne metta. In altre situazioni (beninteso, se no l’inganno non regge) potrebbe essere anche un altro mezzo di locomozione. Allora avremmo un’auto fiammante, scoperta, ben molleggiata, rombante, aerodinamica, ottima strumentazione, efficienza garantita. Ma anche una bicicletta scassata, ben coerente e ben resa, può fare allo scopo, se necessaria.

(5) Si veda la nota 3. Ovviamente, nel caso dell’auto, il colore sarebbe il rosso, con tappezzeria possibilmente nera. Questa è, naturalmente, la “mia” tavolozza. Ma potrei anche fare delle evidenti trasgressioni e colorare il mio cavallo (pardon, quello del principe azzurro, anzi, giallino a pois marrone) di un bel verde smeraldo. L’inganno reggerebbe, a patto di usare bene il gioco narrativo.

(6) D’abeti, di larici, di pini, di faggi: non c’è regola in questo caso. E’ opportuno però che sia ombroso fresco lussureggiante palpitante di vita e di mistero, di elegiaca dolcezza. Di norma, è verde: ma per il colore vale quanto detto alle note 3 e 5. In qualche caso, può essere un campo di battaglia, un lager, un obitorio, un ospedale, un immondezzaio: se si rispettano le regole, diventano per lo meno “affascinanti” quando non addirittura “belli”.

(7) Non è indispensabile, ma ti dà l’impressione di vedere il principe scivolare tra i rami, mentre le foglie gli accarezzano il viso e il sole gioca a rimpiattino con la piuma del cappello.

(8) Se c’è una sola radura, in un bosco da un milione di ettari, un principe che si rispetti ci arriva. Così come nel campo di battaglia, tra milioni di morti straziati, ci sarà il ferito rantolante, il giovanissimo morto col petto squarciato e i capelli in ordine, tanto tanto tanto affascinanti.

(9) Vedi alla nota 7. Per di più, non si può trascurare il particolare importantissimo della colonna sonora, che trova nel suono argentino dell’acqua l’apice del climax prima della scena madre (rullo di tamburi, prego: bastano gli zoccoli del cavallo!). Nel caso dell’ospedale, saranno i gemiti dei malati, in quello del campo di battaglia bastano i lamenti dei moribondi sullo sfondo dei cannoni lontani.

(10) Importante la ieraticità delle mosse, quasi la sacralità del prete che sale all’altare.Un po’ come il gesto del moribondo che, sul campo di battaglia, reclina la testa, esalato l’ultimo respiro: realisticamente inevitabile, deve diventare “bello”.

(11) Oh, sorpresa! Chi se lo sarebbe mai aspettato ?!?!

(12) Giuro che non lo sapevo!

(13) Tipico esempio di come “non” si chiude un racconto.

(14) Anche il lettore di “Panorama” deve aver ammirato le fotografie “crude e realistiche” degli eccidi in Salvador, a Beirut, in Argentina (“tecnicamente perfette!”).

(15)  Anche lo spettatore dell’ultimo film neorealistico, emozionato dalla miseria in cui versano i laceri personaggi. Anche il lettore dell’ultimo saggio sul sottosviluppo del Mezzogiorno (“coi diagrammi così completi!”). E avanti all’infinito.