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rassegne di fotografia

 

Nelio SONEGO

 

17 maggio - 7 giugno 1980 Sacile (PN) Personale

 

Disteso su un letto d'albergo, mi guardo l'alluce - quello del piede sinistro - e m'affascino di me.

Non è gran che bello, un alluce sinistro; ma, forse, in questo momento, m'affascina solo perché è una piccola parte di me; oppure, perché a Bologna, in una camera d'albergo, squallida come tante, l'unica cosa che può affascinarti è il tuo alluce sinistro (o destro, volendo, oppure tutto il piede, o infine intero il tuo corpo).

E, forse, non solo a Bologna: ma qui respiri ancora il rimpianto del movimento del '77; poi, ho visto da poco i « nuovi nuovi - dieci anni dopo » ed ho avuto il timore che niente più del mio corpo potesse essere bello, affascinante.

Per questo, poi, passo a guardare intero tutto il piede che « lei » dice assomigli a quelli del Sassetta.

E il piede diventa uno sballo.

Guardo la ragnatela - fitta, complessa, intricata - delle linee che lo solcano, e ne studio le trame, i modi, l'andamento; poi chiudo d'un tratto gli occhi e mi restano impressi soltanto quei segni, che attraversano uno schermo di colore cangiante dal rosa al nero.

So bene che, estrinsecamente, quelle linee rappresentano le vene, le arterie, i capillari, i tendini, le cartilagini, i muscoli, le ossa; ma, intrinsecamente, ad occhi aperti o chiusi, diventano uno spazio da riempire di tutto, dei mostri di uno sballo, dei sogni di un bambino, delle voglie celate, delle cose vissute.

Tutto il mio corpo, allora, si fa linee e colori, in un denso groviglio, dal quale esalto solo uno spazio da riempire di segni, di forme, di immagini.

Lo stesso mondo intorno, ad occhi chiusi o socchiusi, si riduce a poche linee . vaghe, recuperate, intraviste, sognate - sulle quali è possibile giocare a riempire gli spazi coi parti affascinanti della fantasia: di tutto, non resta che tracce, semplici labili tracce - di segno o di colore - con le quali giocare a rivedere il mondo alla luce dei sogni, o dei mostri da sballo.


30 ottobre - 15 novembre 1982 Napoli Personale

 

Si prenda una qualsivoglia superficie, e, in seconda istanza, lo spazio infinito; si definiscano - a piacere: e ciò da la prima idea della tensione all'infinito - le dimensioni di un rettangolo e di questa figura geometrica si realizzino tutte le possibili modificazioni (rotazioni sui lati e sugli spigoli, creazione di parallelismi e di convergenze, di divaricazioni e di aggregazioni).

Successivamente, si ripeta l'operazione utilizzando uno spettro cromatico progressivo, dai colori primari via via fino alla più complessa policromia possibile.

Quanti saranno gli spazi individuati, le forme realizzate, le linee tracciate, i volumi definiti? Infiniti, è l'unica risposta.

E non si è scoperto niente: se qualcuno l'ha fatto, è stato Galilei, un bel po' di secoli fa.

Eppure, su questo principio è possibile ancora lavorare - e a lungo - per chi si riferisca all'astrazione geometrica in genere, al minimalismo come tendenza, alla «pittura che riflette su se stessa e le sue componenti strutturali» come ipotesi di lavoro.

In questa direzione, analizzare una figura geometrica significa inevitabilmente proporsi la pittura come campo d'azione della pittura, la mente umana come campo di riferimento per la ricerca formale, l'arte come creazione di pure forme, slegate da qualunque rapporto con l'esterno.

Si può, allora, con cura certosina andare a ricercare tutte le possibili combinazioni; oppure soffermarsi a quelle che più immediatamente affiorano spontanee; riflettere matematicamente o abbandonarsi al gusto in sé.

La conseguenza non può essere che la nascita inarrestabile, progressiva, di forme, composizioni, spazi reali e cromatici che riportano la pittura ad un rigore - astratto rispetto al reale ma compiutamente realizza in sé - che è, alla fine dei conti, un nuovo umanesimo.

 


  

18 febbraio - 9 marzo 2006 Mestre (VE) L’OSSESSIVITÀ E IL VORTICO (con Ðanino Božić)

 11 novembre - 2 dicembre 2007 Cordovado (PN) VISAVI (con Ðanino Božić)

 

Per chi si occupa di composizione (verbale, grafica, scultorea o musicale che sia), la superficie vuota che si apre davanti, al momento di cominciare a lavorare, è forse la più bella sfida che si possa immaginare.

Quasi sempre, la si affronta con grinta e piglio deciso, sulla scia di quanto l'estro va suggerendo, affidandosi molto (se non del tutto) alla casualità con cui si affacciano alla mente le idee.

Per molti, però, piuttosto che il caso, è la regola a suggerire le soluzioni, alla ricerca di un'armonia che corrisponda alla personale visione del mondo.

E’ la situazione, questa, soprattutto di chi lavora nel campo dell'arte programmata e che affida le composizioni alla regola (spesso rigidamente intesa) e alle dinamiche interne alla comunicazione.Ðanino Bozić e Nelio Sonego si collocano a buon diritto nella schiera degli artisti che della riflessione sui meccanismi interni all'arte hanno fatto il campo privilegiato di ricerca; e il lungo sodalizio che ha accompagnato la loro crescita è quasi sempre occasione di verifica delle convergenze (molte e fondamentali) ma anche delle divergenze (poche ma non marginali) che caratterizzano le singole individualità.Per Bozić, la casualità è aprioristicamente bandita e, se talvolta appare, è solo per un vezzo quasi fanciullesco, in situazioni particolari ed irripetibili; la dominante assoluta è una regola rigida fino all'ossessione, che parte dalla scelta dei materiali e attraversa tutto il lavoro fino alla logica conclusione.Il centro focale dell'interesse è lo spazio: protagonista assoluto della composizione, viene studiato e articolato fino al limite dell1 esasperazione.

Individuato sul supporto, viene via via scomposto fino agli elementi più semplici e primitivi; successivamente, però, si va ricomponendo con l'aggregazione degli stessi materiali in soluzioni differenti che rendono una visione praticamente infinita dal momento che, variando gli accostamenti, si ottengono ogni volta effetti globali diversi, fino a snaturare definitivamente sia il senso generale che l'articolazione.

Lo spazio è, però, anche superficie cromatica e, come tale, suscettibile di tutte le modificazioni che si possono ottenere attraversando lo spettro cromatico fino alla totale acromia: di qui, il continuum di un'opera che sconvolge le cromie con la semplice giustapposizione degli stessi elementi.

In pratica, l'illeggibilità del reale è conseguenza della impossibilità di definire categoricamente l'evoluzione delle forme.

Su un diverso versante, Nelio Sonego assegna allo spazio solo la funzione di cornice nella quale i segni si vanno ad installare per dare corpo a forme improbabili.

Apparentemente, la ripetitività del segno è solo occasione per creare equilibri instabili, resi peraltro più improbabili dalle variazioni cromatiche e dalla ludicità del tratto spesso vago o poco definito.

Più in profondità, il gusto di far emergere le forme da un vuoto totale allude ad una possibilità indefinita di articolazione del reale, che si compone e si scompone secondo schemi mentali dell'osservatore, piuttosto che per accorpamenti definiti di immagini.

In ambedue i casi, è difficile parlare di una pittura per geometrie pure o di arte programmata schematicamente.

Ma non c'è dubbio che la razionalità presiede alla composizione in tutte e due le grafie e che le conclusioni divergenti sono frutto piuttosto della lettura che non della preparazione: in sostanza, ogni singola opera è preparata in funzione di una logica matematica che impone obblighi e direzioni alla composizione; ma, nel momento della lettura, a prendere la mano è piuttosto la suggestione evocativa che, in un mondo di input e di superfici metalliche al limite dell'esasperazione, fa guardare alle composizioni come a giochi quasi infantili di libertà d'espressione.