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Turi SOTTILE

 

 

27 febbraio - 19 marzo 1982 Pordenone Personale

 

Mentre ritornavamo dall'ultimo convegno (era forse un settembre, a Napoli o a Bologna; a Matera o a Milano) - ricercato, vissuto, combattuto, con lo slogan convinto del "Politico è tutto" - non so quanti di noi si sono ritrovati, del tutto inebetiti, a guardarsi allo specchio, di fronte alla domanda di sempre "Cosa fare?"

Le illusioni crollate, le speranze sfumate, i progetti caduti, ci mettevano di colpo nella strana condizione degli "orfani di tutto".

Chi accettava il sistema ha comprato il mantello (perfino quello a ruota) e vive da "notaio".

Chi non si vuole arrendere, si è dato alla macchia, trascinandosi dietro la "sua" rivoluzione.

Qualcun altro ha incontrato il piacere sottile di "coltivare l'orto" e vive di memorie.

Ci sono inoltre tanti che si stanno chiedendo - ancora - "Cosa fare ?".

Qualcuno ha "scoperto la storia", il rifugio ideale per ogni decadenza, la costante perenne specialmente quando crolla la speranza "positiva".

La scopre lentamente, quasi a gustarla meglio, studiandone ogni piega, ogni angolo, ogni linea; gode i particolari, quasi reso inebriato dalla stessa scoperta.

Neppure è necessaria la visione d'insieme: qualche volta basta il frammento, soltanto un elemento che riproponga il gusto - perfino sensuale - di un mondo completo - preciso, perfetto - solo perché passato, quindi verificabile.

Qualche, volta può sembrare che sia ancora la paura (di un futuro nebbioso, di un presente molto incerto, di un passato recente tutto da rivedere) a spingere a guardare il passato più vicino (in un senso ideale: non per cronologia).

E’ questione d'un momento ?Voglio sperare ancora.

Non mi voglio convincere (per atavico rigetto) che la vita stia nel "passato", che il mondo possa fermarsi, che le amare delusioni di un momento di entusiasmo "fallito miseramente" possano aver sbocco soltanto in un "ritorno".

Guardo con interesse a chi esalta il passato, ci gioca con sussiègo - quasi con devozione - fino ad innamorarsene.

Però, personalmente, credo in un "nuovo flusso" (come nel '68), senza nessun rimpianto, anche senza commento su quel che fanno gli altri (a ciascuno le sue scelte); ma coltivo nel fondo un'illusione antica, probabilmente stupida: eppure ,,, "addavenì" ...

Enzo di Grazia

 

Caro Enzo,

leggo il pezzo che hai scritto e finalmente, dopo tante elucubrazioni meritali fatte da troppi critici, il tuo è un pezzo comprensibile a tutti, privo com'è di neologismi inutili e di orpelli baroccheggianti.

Mi accorgo però che parli di illusioni crollate, di speranze sfumate, di orfani di tutto.

Sono certo che tutto ciò è soltanto il frutto di una tua personale introspezione in quanto non credo minimamente che siano così tanti gli artisti che si siano posti la domanda "Cosa fare ?", almeno per quanto riguarda il loro operare artistico.

"Qualcuno vive da notaio", qualcun altro "coltiva l'orto", altri hanno "scoperto la storia" che tu additi come "rifugio ideale per ogni decadenza".

Ecco, io mi identifico giustamente fra questi ultimi che hanno scoperto la Storia, ma non per recitare il nostalgico "com'eravamo", bensì attingo in Essa come in un vecchio prezioso reliquiario di antichi eventi, ove è possibile trarre linfa per dire oggi qualcosa di diverso.

"Del resto la Storia, eterna metamorfosi, non può essere rivissuta. Si potrebbe pensare così a questa pittura come al prodotto di un transfert, come compensazione onirica o, rovesciandone i termini, come il prodotto di un processo di attenta valutazione che conduce alla demistificazione e alla demitizzazione". (.M. Torrente 1981)

Nel tuo scritto infine dici che non ti vuoi convincere che la vita stia nel passato, però ti attardi ancora a ricordare e a desiderare un "nuovo flusso", come in quell'anno in cui si fecero fiumi e fiumi di parole che condussero dove ? ... A quel tuo "68" caro Enzo, credimi, preferisco di gran lunga l'anno successivo. E' stato, se ne hai memoria, sicuramente più eccitante.

Non volermene, ti abbraccio

Turi Sottile