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rassegne di fotografia

 

Giovanni TARIELLO

 

 

2 - 12 febbraio 1974 Scafati (SA) Personale

25 febbraio 1974 Napoli Personale

 

La nostra civiltà originaria, quella matrice umana, di massa, che si esprimeva nel dialetto, nella bestemmia, nel furterello, nella fame atavica, nella fede tradizionale, nella sensibilità umana e sociale; tutto il nostro mondo primitivo e concreto, vivo e reale, era stato soffocato, lacerato, distrutto, disintegrato.

Ma il vestito nuovo ci andava stretto.

E facemmo la rivoluzione.

E il sistema fagocitò la rivoluzione: perché anche la contestazione, i cartelli, i cortei, la lotta di classe, l'arte popolare, la cultura di massa, l'arte povera sono nel sistema, che li genera, li emargina, li combatte, li controlla, li domina, li fagocita e li strumentalizza.

Ed oggi abbiamo recuperato il mondo primigenio della nostra realtà.

E ci siamo accorti ch'è ridotto a brandelli, a larve, che conservano di se stesse un'immagine lontana e sfocata, travolta e appannata dalle realtà del sistema.

E sono queste larve, queste immagini, quel mondo che noi possiamo, vogliamo e dobbiamo riprendere e vivificare.

Se l'uomo combatte per un posto al sole, e lo conquista, diventerà inevitabilmente schiavo del sistema che gliel'ha concesso; se invece diamo all'uomo la coscienza di se stesso, di quello che è stato e di quello che l'hanno ridotto ad essere, comprenderà anche quello che può diventare, riconoscerà il suo mondo ed i mezzi per realizzarlo.

E solo allora, forse, la civiltà superiore del sistema non avrà presa su di lui; e l'uomo sarà se stesso, con le sue realtà, con le sue bestemmie, con i suoi problemi, con i suoi credi, con le sue lotte.

 


2 - 15 aprile 1983 Pordenone Personale

 

Il panorama della vicenda artistica degli ultimi venti anni si presenta di tale ampiezza e complessità che ben difficilmente un percorso unitario di sviluppo può essere individuato per tutti i fenomeni che si sono giustapposti o contrapposti, affiancati o sovrapposti, intrecciati o confusi.

La possibilità di una lettura piana dei fenomeni (o di alcuni di essi almeno) è data spesso dalla identificazione di particolari assi, lungo i quali i singoli i gruppi le tendenze si sono mossi e sviluppati fino alle ultime conseguenze. Tra questi, una maggiore possibilità di lettura viene fornita da un'intenzione esplicita di politicità del fare arte che, in maniera più o meno lucida, è stata alla radice di alcuni fenomeni e tendenze.

Sul presupposto di tale intenzione, è infatti possibile leggere le vicende e gli sviluppi della grafia di alcuni autori (e di alcuni gruppi) dalle prime esperienze pop e neodada attraverso l'operare estetico nel sociale fino all'attuale convinzione politica dell'artisticità individuale.

Appunto in un simile percorso lineare è da individuare l'evoluzione che l'attività di Giovanni Tariello ha subito in oltre quindici anni di impegno e di ricerca. La sua matrice prima è quella di una definizione mediterranea della pop art, vale a dire di un impegno del fare arte con materiali poveri (fino ai rifiuti - Yunk Culture) e con il massimo della provocatorietà possibile, attraverso la gestualità e la performance più o meno estemporanea, l'happening coinvolgente.

Il momento successivo è stata la riflessione sul mondo contadino da cui deriva le radici, per una riproposizione in chiave culturale che fosse al tempo stesso di rivisitazione e di stimolazione provocatoria.

Portando cioè alle estreme conseguenze alcuni spunti di intuizione già definiti nella prima sperimentazione di gusto neodada, Tariello arriva, intorno alla metà degli anni '70, a operazioni (come «A zeza» - la sposa -) in cui il senso culturale della ricerca sul folclore (attraverso una precisa ricostruzione degli ambienti, dei personaggi, dei costumi) si affianca all'intento sociale e politico di proporre (o di imporre) riti e cerimonie atavici non solo nella realtà in cui erano nati, cresciuti e caduti in disuso, ma anche nelle realtà urbane dove erano completamente estranei e diversi.

Il passaggio dalla creatività collettiva all'artisticità individuale come struttura basilare dell'operatività convoglia quelle esperienze entro i limiti di una nuova pittura che trae gli elementi dalla ricerca precedente, riappropriandosene in una dimensione più raffinata di rappresentazione e calandoli nel particolare gusto del bozzetto, del colore, della linea.

Si realizza così una precisa continuità di lavoro in cui la grafia non ha soluzioni, anzi risulta affinata e matura; e la carica di intenzione politica, anziché soffocata o repressa, finisce per essere filtrata e sublimata.