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Giulio TELARICO

 

19 febbraio - 4 marzo 1983 Pordenone Personale

 

L'ipotesi di collocarsi all'interno delle tendenze emergenti della cultura del proprio tempo, per ritagliare uno spazio entro il quale collocarsi, con una personale autonomia di segno e di indicazioni, è per lo meno suggestiva. La condizione è, evidentemente, di non cadere nella banalità della moda, nella faciloneria dell'epigonismo; e di riuscire invece a dire quella parola diversa (meglio ancora se ulteriore) all'interno di una poetica definita, chiara e convincente.

Rinunciando, cioè, alla «sperimentazione a qualsiasi costo» al «novismo» più o meno di moda, più o meno facile; impegnandosi in una ricerca accurata e scientificamente elaborata in un preciso ambito culturale, è molto probabile che si riesca, alla distanza, a diventare autorevolmente protagonisti di un modo di essere.

Quanto meno, si diventa sicuri e convinti testimoni di un'età, di una situazione.

La linea di partenza dell'attività di Telarico, a queste condizioni, è facilmente riconoscibile nell'iperrealismo, nella sua accezione più corretta di nuovo riferimento alla realtà in chiave sociale e politica.

Se si osservano infatti le sue opere della metà degli anni '70, diventa assai facile leggere la sua intenzione di collocarsi all'interno di una maniera (quella iperrealistica, appunto) di guardare alle cose con una vena sociale (talora vagamente ecologica) che nasce invece da tutta una diversa esperienza di arte (povera e pop) così come si era andata definendo in Italia (o, meglio ancora, nella parte meridionale del paese).

La produzione attuale risente naturalmente di tutta una serie di implicazioni e di condizionamenti che hanno pesato sulla cultura e sulle arti visive in maniera ancora più incisiva.

Vi appare chiaro infatti il tentativo di un «recupero dell'intimo» che sfugge però ai «canoni» della transavanguardia per ritrovare la propria matrice in una «ricerca nell'interno» che si fa comunque motivazione antropologica e sociologica: i suoi frammenti di muri, scrostati, cadenti ma sempre accennanti ad uno splendore passato, sono infatti la riflessione su un mondo, su una realtà, su una società in disgregazione.

Giocano, nella ricerca, le intenzioni di «pittoricità» proprie delle recenti esperienze, ma rimaste immutate nella sua personale elaborazione dell'iperrealismo; ma vi giocano anche le intenzioni «riflussive» di ripiegamento sul privato, che lottano e si affiancano alla più antica matrice «politica» della sua operazione.

Alla fine, la sua attività appare connotata da quell'ambiguità ideologica che caratterizza tanta produzione attuale, sospesa tra le spinte di una «privatizzazione» che ha fatto ormai il suo tempo e gli stimoli ad un recupero di «socialità» per il quale non si riescono a trovare ancora forme e metodi alternativi a quelli che il tempo ha condannato.

In questo senso, rimane pur sempre, la sua, l'operazione di un attento testimone del suo tempo, capace di ridurre a grafia personale tutta una serie di pulsioni e di sollecitazioni che sono della sua età.