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Manolis THOMAKAKIS

 

1 - 12 ottobre 1994 Venezia Personale

 

LA CAPACITA DI EVOCAZIONE DEL MITO

Nell'alternativa tra una capacità lirica - di espressione dell'ineffabile attraverso l'intuizione creativa - ed un'intenzione funzionalistica - quasi di strumento ermeneutico della realtà - l'Arte del XX secolo si è caratterizzata per un'opzione positivistica che, da un lato, ha fatto leva sul pensiero razionale - più esattamente, strutturalistico - e, dall'altro lato, ha dato vita a soluzioni, tensioni e movimenti di natura decisamente concretistica.

D'altronde, tutto il tessuto sociale, storico e culturale premeva per un ruolo dell'artista come testimone e protagonista del suo tempo, impegnandone le energie a costruire progetti e proposte ideali (se non addirittura ideologici) che lo ponevano a mediare tra l'individuo e la società.

In questa direzione si è mossa con massima decisione l'interpretazione concettuale dell'Arte che, privilegiando il gesto e i contenuti, ha dato vita ad una gamma di soluzioni che vanno dai Realismi di varia colorazione al Poverismo in tutte le versioni.

Verso la fine del secolo (e del millennio) la crisi delle ideologie (ma, più in generale, la caduta dei valori e del Pensiero) ha sconvolto gli assetti costituiti e fatto ruotare a 180° il timone della ricerca, fino a riportarla decisamente sull'individuo, sull'ineffabile, sul lirismo: da «categoria trascendentale dell'esperienza», l'Arte si è trovata ad essere l'unico riferimento ideale per proporre i fondamenti di un nuovo pensiero forte (o, almeno, non debole).

Non si tratta, ovviamente, di un nuovo Estetismo o di un altro Decadentismo (da cui comunque alcune tensioni vengono riprese); ma piuttosto della tendenza a vedere nell'Estetica la scienza capace di riportare l'Uomo al centro del mondo e di ricostruirne la capacità di alternativa alla macchina, alla tecnologia, al consumo.

I presupposti - come sempre avviene nella storia -sono già in alcune acquisizioni del pensiero positivistico degli ultimi decenni che, filtrate attraverso una nuova coscienza e organizzate in armonia con le nuove pulsioni di pensiero, acquistano una forte evidenza e la capacità di essere idee centrali. Il bisogno, ad esempio, di riconoscere un «Genius Loci» come ancora storica per non essere omogeneizzato in un universalismo da «materialismo edonistico» era implicito in molta cultura degli anni Settanta; e può oggi esprimersi in assoluta totalità fino a costituire - approfondendo un antico proposito di armonizzare le diversità nell'unità - argine compatto a certe degenerazioni nazionalistiche, regionalistiche o sciovinistiche, spesso di basso profilo.

Su un altro versante, il gesto «trasgressivo» di recuperare gli scarti del consumo in visione creativa può riproporsi con nuova forza «umanistica» se viene piegato ad una ricerca formale che superi la «poesia trovata nelle cose» per «cercare la poesia nelle cose». E si potrebbe procedere per molti sentieri, tutti affascinanti.

Manolis Thomakakis esprime nelle sue opere un'intensa coscienza di questa temperie culturale.

Il dato primario - quello di maggiore evidenza - è senza dubbio la capacità di evocazione del mito, che sembra quasi connaturata al suo lavoro: vi concorre la soluzione a «scultura murale» che richiama molto da vicino antiche pareti decorate di armi e di trofei, di frammenti e memorie di rovine; ma vi partecipa in misura determinante la scelta del legno e dei metalli, con intense suggestioni di viaggi e di battaglie.

La sua «grecità» è un carattere imprescindibile, che emerge (forse anche contro le sue intenzioni di universalità) col fascino dei connotati (e, perché no, anche dei luoghi comuni) che una mitologia millenaria ha non solo costituito come patrimonio collettivo ma anche esportato nel mondo e rifondato altrove: non è un caso, allora, che la sua produzione artistica evochi molte assonanze con soluzioni che altri giovani artisti - per esempio nel Sud dell'Italia - hanno adottato (spesso con materiali analoghi), esplicitamente avviandosi ad una visione universale dell'Arte ma implicitamente (e spesso involontariamente) facendosi carico di un immaginario collettivo della medesima matrice.

Più in generale, la riflessione su questi temi pone di fronte al dato complessivo che tutte le forme di espressione che fanno leva sul «primigenio» come dato di fondo, recuperano la «miticità» come desiderio di certezza storica, al di là delle latitudini e delle longitudini.

In questo senso, Thomakakis assurge (quasi senza volerlo) a paradigma di una generazione che, spentosi l'entusiasmo dell'«Arte per la vita», quasi chiave di apertura per nuovi orizzonti di conoscenza, si rivolge alla storia come luogo ideale per la ricerca di identità.

Il «Genius Loci» - per lui come per tanti altri - diventa allora quel patrimonio collettivo che è per la cultura personale radice e linfa di crescita prima: non a caso, le sue composizioni alludono continuamente al mare, alle rotte che lo solcano e, più sullo sfondo, ad Ulisse e al «folle volo» verso la conoscenza razionale; anche se, in direzione opposta, Thomakakis volge la prua all'ineffabile, alla lirica, alla creatività, all'Uomo.

Questa condizione di base, di per sé pregnante, sarebbe però insufficiente ad alimentare da sola la produzione artistica e a connotarla decisamente; anzi, potrebbe risultare addirittura castrante se ponesse i limiti del «colto» inutile o della sterile «citazione».

Sulle radici di questo patrimonio «indigeno» si innesta però il tronco della cultura contemporanea, alla quale Thomakakis guarda con estremo interesse ed una spiccata capacità di selezione, orientandosi verso l'Astrattismo, per un verso, e verso il Poverismo, per altro verso, in uno sforzo continuo e felice di armonizzare il sostrato decisamente classico con le più incisive acquisizioni dell'attualità.

Nato originariamente pittore, Thomakakis ha infatti scelto la via dell'Astrattismo nella specifica variante del cromatismo lirico che rende quasi superflue ogni ulteriore definizione, al di là del colore, una volta che la mente abbia sottratto alle cose le liriche impressioni tonali.

Questa tensione della sua grafia è rimasta immutata anche successivamente, dopo la «conversione» ad una soluzione della scultura che è tale solo per la consistenza plastica delle opere, mentre rinvia continuamente alla pittura per la disposizione, l'organizzazione formale e la sensibilità del colore.

In questo passaggio, l'incontro con i «relitti» di legno - capaci da soli di una forma fortemente allusiva ed evocativa - è stato quasi in naturale sbocco della ricerca; ma, in linea con le tensioni più attuali della cultura visiva, ha superato di colpo l'immediatezza delle cose che «semplicemente sono: questa è la loro forza» (e basta dislocarle nella dimensione estetica perché assumano rilievo artistico) per approdare a scelte che si potrebbero definire neo-poveristiche (se i termini convenzionali conservassero ancora qualche valore) per cui i «relitti» si piegano a diventare forma compiuta, elaborata, continuamente definita e arricchita di materiali metallici (anch'essi in origine poveri, ma poi definiti e rifiniti in una logica al limite del barocco) e di improbabili scritture (con incursioni impreviste nella poesia visiva).

Ne nasce una personalità composita (e per qualche verso complessa) che si alimenta, alla radice, della cultura classica propria della sua isola natale; la filtra lungo il tronco dell'esperienza visiva contemporanea; ed esplode nelle fronde con grafia personale ed autonoma, intensa e stimolante, nella quale - messe da parte le distinzioni e le sottili disquisizioni - la forma elegante e finalizzata (al limite del design) e l'intensità dei contenuti (prevalentemente allusivi) concorrono a creare oggetti di assoluto valore d'Arte.

 


4 - 24 ottobre 2002 Pordenone “la roggia”

 Personale con pannello

 

Per le «sculture murali» di Manolis Thomakakis

Legni contorti, ambigui, colorati

di nera pece, quasi ad affrontare

rotte antiche in oceani sconfinati

sempre in cerca del nuovo da indagare

 

sposano bronzi dal tempo scavati

con cui volgersi indietro a ritrovare

i miti antichi quasi soffocati

da macchine incapaci di alienare

Sopra il mare che un tempo fu solcato

dal bisogno di aprire l'orizzonte

ad un sapere razionalizzato

 

l'arte dispiega vele sempre pronte

a cogliere valori radicati

che sono d'Umanesimo la fonte.