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rassegne di fotografia

 

Gennaro TITO

 

 

20 ottobre - 2 novembre 1979 Pordenone Personale

8 novembre 1980 San Vito al Tagliamento (PN) Personale

 

Passo, a volte, lunghissime ore, a guardare dentro di me, ed a scrutare gli altri, coi quali son costretto a vegetare, e con cui mi piacerebbe tanto dialogare, vivere, comunicare.

Ogni volta, davanti allo specchio, trovo le mille maschere che mi nascondono agli altri; e ogni volta ritrovo la maschera sul volto di chi mi sta intorno: maschere strane, assurde, straziate, deformanti, orribili, mostruose.

Sotto lo spesso cerone dei sorrisi stereotipi, delle formule d'obbligo, delle smorfie d'occasione, scopro il vuoto misterioso degli egoismi individuali, dell'incapacità di conoscersi, della paura di farsi scoprire.

Mi trovo ogni giorno ammassato, compresso, premuto da ogni parte, da individui mascherati - come me, più di me - con tanti contatti epidermici, fortuiti, formali, che non dicono niente, per quanto rumore producano, che non possono dar niente, benché proclamino offerte, proposte, notizie, interesse presunto per quello che dentro si prova.

Cerco di andare al di là di tutti gli inutili fronzoli che fanno la quotidianità: ma sento ogni volta, di sotto alla maschera, il vuoto più nero.

E mi ritrovo a recitare, anch'io a faccia coperta, le parti che m'hanno assegnate, i ruoli che mi sono scelti.

Ma continuo a cercare, caparbio, quello che sento ch'è vivo, in me e negli altri; e scavo dentro di me, e chiedo agli altri di farlo, perché un giorno possiamo parlare.

 


8 - 31 marzo 1983 San Vito al Tagliamento (PN)

SPERIMENTAZIONE IN CORSO Personale

 

Il mondo culturale ed espressivo di un artista deriva sempre da una così vasta, varia ed articolata serie di componenti, che risulta impossibile una definizione valida per sempre.

Vi concorrono infatti, motivazioni (storiche, culturali, sociali, antropologiche, esistenziali) che incidono fortemente a caratterizzare non solo una situazione, una produzione, un modulo espressivo, ma anche le modificazioni, gli spostamenti e le successive dislocazioni.

Nel caso di Gennaro Tito, le componenti più nettamente emergenti sono le qualità mediterranee della tavolozza, decisamente improntata ai colori solari, aggressivi, luminosi, aperti anche quando siano quelli della gamma più cupa.

Frutto questo, evidentemente, di un rapporto viscerale, ancestrale, con una realtà paesaggistica non solo, ma anche umana e sociale che é quella della Napoli originaria.

L’incidenza di certe aggressività cromatiche della vita quotidiana non è né casuale né marginale: i mercati, i vicoli, gli edifici, i monumenti, il mare, il cielo, il sole e tutta l’oleografia stereotipa del sud diventano, nel suo caso, più semplicemente la tavolozza di base sulla quale si innesta la ricerca sia pittorica che umana.Incide fortemente, da un altro lato e con la stessa potenza, una diffusa vitalità dell’espressionismo che in area pordenonese (dove ormai Tito si è radicato socialmente e culturalmente) si respira quotidianamente nelle persone, nelle cose, nella cultura.

Certe maschere tristi; certi volti rigidi, senza tempo; le figure statiche, severe, quasi scolpite nel legno, derivano anche, direttamente o indirettamente, dalla riflessione sulla patria acquisita, su questo mondo circostante e sulle difficoltà ad aderirvi, prima, e a diventarne attivamente partecipe, poi.

Su un’altra faccia della personalità artistica si incidono le proprie esperienze tecniche e le preferenze culturali.La scuola più produttiva, nella sua formazione, è stata senza dubbio quella dell’incisione, come testimonia facilmente e chiaramente l’ampio repertorio del materiale prodotto.E, nella produzione grafica, ha scelto come soggetto quei volti segnati, scavati anche nella lastra quasi con rabbia, che ritornano marcatamente anche in certa produzione pittorica.

Potrebbe essere, fin qui, una linea di sviluppo semplice, diretta e continua, tale da spiegare tutto o quasi tutto.

Ma un artista è figlio del suo tempo; e di esso recepisce fermenti, realtà e condizionamenti.

Le ultime direzioni dell’arte, quelle che assegnano al “fare pittura” una funzione primariamente liberatoria, con il gusto sensuale della manualità del dipingere, non poteva passare senza toccarlo profondamente.Di qui, il bisogno di riproporre il colore nella sua essenziale potenza, che caratterizza così decisamente le sue tele attuali.

Compresso a lungo in un rigore formale di linee e di contorni marcatamente descritti (forse anche in risposta, gratuitamente polemica, alle diverse e contrapposte tendenze dell’arte) il colore nelle tele ultime diventa esplosione assoluta e totale di energie, che si preoccupa dell’immagine solo quel tanto che basta a soddisfare una personale esigenza di rappresentazione.

Ci sono, a monte, le stesse composizioni (di memoria storica e personale) che giocano e si muovono secondo schemi abbastanza precisi e coerenti; ma vengono travolte o deformate da un bisogno impellente di «produrre colore» che si fa pittura, di trasferire sulle telo, più che una elaborata e definita serie di immagini, il desiderio di comunicare, il gusto del lasciarsi andare.

La risultante é una pittura ancora una volta difficile da definire in maniera categorica e “arginata”, che coglie dalle istanze liberatorie del “riflusso” il gesto violento della pennellata; ma mantiene vivi i contatti con un mondo di immagini (ma anche di fantasmi) che riportano ad una più genuina (forse finanche ingenua, fanciullesca) lucidità del comporre; e conservano anche, nonostante tutto, i rapporti col mondo delle maschere da cui le forme attuali sono derivate.

 


19 gennaio - 1 febbraio 1985 Pordenone

INVENZIONI PER IL TEMPO PERSO Cartella di grafica

 

ATTO I SCENA I

Camera da letto; buio; piccolo barlume di luce dalla finestra. La sveglia trilla, come ogni lunedì, con un suono più lamentoso del solito (1).

Il ragionier Brambilla (2) allunga una mano da sotto la coperta e la mette a tacere. Emerge dalle lenzuola, prima con le braccia stirate verso l’alto poi mettendosi a sedere sul letto. Espressione ebete, stropiccio degli occhi, sguardo assente nel vuoto. Si volge a guardare lo spiraglio di luce con aria interrogativa. Emerge dalle lenzuola, mette i piedi a terra, va verso la luce e spia all’esterno dalla fessura. Fuori c’è nebbia: rassicurato, sceglie la smorfia mattutina (3). Opta per il disappunto (4). Impreca e parlotta sottovoce per non farsi sentire (5) dalla moglie che si agita appena sotto le coperte, e dai figli nell’altra stanza.

 

SCENA Il

Camera da bagno. Solito disordine. Il ragioniere si guarda allo specchio provando e riprovando mille espressioni per scegliere quella giusta e per ripassare quelle della giornata (6). Si lava e si rade con puntiglio (7). Esce finalmente nel suo aspetto migliore (8).

 

SCENA III

Cucina all’americana con mobili lucidi di lacca; disordine della sera precedente (9). La caffettiera borbotta sul fuoco (10). Il ragioniere siede a tavola manovrando con disinvoltura crostini panini burro marmellata posate piatti e bicchieri. Mangia con soddisfazione (11). Si alza mentre ancora si forbisce col tovagliolo. Esce.
Sipario. Intervallo in attesa (forse) di un atto IV

 

(1) E’ esattamente lo stesso suono, ogni giorno, alla stessa ora; non è cambiato e non cambierà assolutamente niente.

(2) Siamo, ovviamente, a Milano. Ma anche a Napoli, l’usciere Esposito; e a Palermo, l’impiegato di concetto Badalamenti; e a Trieste, l’applicato Moret, fanno la stessa identica cosa.

(3) La variabile è, in questo caso, imprevedibile. L’usciere Esposito, per esempio, trae gli auspici dal piede che per primo tocca terra; l’impiegato Badalamenti dal sogno interrotto sul più bello; l’applicato Moret non si pone problemi, perché conserva l’umore di sempre.

(4) E’ la più comoda, la più facile a spiegarsi: può derivare dal sole, dal vento, dalla pioggia, dal cuscino troppo duro, da quello troppo morbido ... finanche dal ricordo di quel bambino che, l’estate scorsa al mare, centro l’ombrellone con una pallonata.

(5) Non è vero: voleva proprio svegliare tutti. Come si dice? Aver compagni al duol

(6) Ad libitum: piacere, dispiacere; deferenza, ossequio; amicizia, cameratismo, interesse, ammirazione e cosi via.

(7) La costruzione della maschera - struttura è importante e impegna tutta la storia personale, sociale e culturale. Per qualcuno è importante la caccia al capello bianco da estirpare immediatamente, la ricerca delle prime rughe da osservare con sbigottita meraviglia. Per qualcun altro, è di vitale importanza che la riga dei capelli sia perfettamente diritta. C’è chi soffre per il nodo della cravatta che non si decide a fissarsi al meglio ecc. ecc.

(8) Il sottofondo musicale è importante ma non predeterminabile; può essere il fischiettio del motivo in voga (maschera delta soddisfazione) o il lamento piagnucoloso sulle rate in scadenza (maschera del travet) la risatina ebete (maschera del parvenu) o la protesta ad alta voce contro il disordine in casa (maschera del pater familias).

(9) Non è indispensabile, se si prevede una protagonista femminile con maschera da casalinga perfetta, meticolosa e maniaca della pulizia.

(10) Fa tanto atmosfera e colonna sonora.

(11) La maschera gli riesce facilmente, anche perchè l’ha provata poco prima nel bagno insieme alle altre che tra poco gli serviranno a ritmo frenetico per rispondere al saluto del portiere, per sopportare gli sberleffi dei colleghi sui risultati delle partite, per ossequiare il direttore, per fare la solita corte discreta alla collega d’ufficio che non si sa decidere, per ricevere il pubblico che protesta ... e ancora ... e ancora ... e ancora ... e ancora…