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rassegne di fotografia

 

Wladimiro TULLI

 

27 aprile -15 maggio 1991 Pordenone BRANI SPARSI 1 Personale

 

La scelta dell’estetica come campo di libera attività - in netta antitesi con le necessità della scienza e della tecnologia - fa dell’astrattismo non solo (e non tanto) un movimento artistico e culturale, ma piuttosto (e soprattutto) un atteggiamento mentale e speculativo che trova corrispondenza in paralleli movimenti, coevi e convergenti, caratteristici della temperie che - nata alla vigilia della Grande Guerra - si sarebbe articolata e variamente colorata per tutto l’arco del secolo.

Infatti, anche la lezione astratta che a metà del secolo - dopo un altro conflitto mondiale - si sarebbe sviluppata con forme e intenzioni nuove, si è mossa lungo lo stesso bisogno ideale di atteggiamento e speculativo, piuttosto che di semplice tendenza dell’arte; anche se, in questa fase, con minore vigore ed ampiezza, per l’emergere e l’affermarsi - contemporaneamente - di nuove e diverse lezioni di pensiero - prima fra tutte, il neopositivismo e le sue derivazioni - che proponevano, in alternativa, ipotesi e tendenze di segno completamente diverso, concretistico e sociologico.

Alla fine della parabola, sembra oggi affievolita la capacità dell’astrattismo di esprimere, attraverso l’arte, una linea di pensiero fondata sull’assoluta libertà, per ridursi talora ad esercizio letterario sulle valenze interne della pittura.In parte per una nuova dimensione della cultura visiva, inquinata da omogeneizzanti modelli di comunicazione di massa, o delle migliorate situazioni politiche che la libertà consentono di perseguire come obiettivo delle scelte di massa o delle trattative diplomatiche tra Stati; in parte anche perché i grandi interpreti dell’astrattismo (quelli almeno ancora operanti ed attivi) poco si sono interessati a coltivare il senso propositivo ideale, o perché le nuove generazioni sembrano aliene (se non ostili) dalle grandi idealità e tese piuttosto ad una visione minimalistica della vita e dell’arte; sta di fatto comunque che - tranne casi isolati - oggi non è dato di riconoscere, nell’astrattismo, quelle tensioni che l’avevano animato e che ne avevano fatto una scuola di pensiero.

Wladimiro Tulli appartiene - per dati anagrafici e per formazione culturale - ad una generazione stretta tra varie pulsioni che avevano in comune una marcata volontà di rinnovamento: solo la decisa scelta di cogliere di ciascuna i tratti che più direttamente fossero utili ad una personale intenzione di libertà; gli ha consentito di non essere né schiacciato dalle tensioni spesso contrastanti né coinvolto da una sola fino ad esserne etichettato; ma di restare fedele a se stesso con scelte all’apparenza marginali e in realtà determinanti, segnate talora da un’apparente contraddittorietà che risulta invece rigorosa coerenza.

Agli esordi artistici, si trovò immerso in un clima di tardo Futurismo che lo affascinò con la prorompente aggressività, ma ne colse solo quegli aspetti rivoluzionari che meglio gli si confacevano e che tanta efficacia avrebbero avuto anche in artisti a momenti lontani e diversi.

Da un lato, infatti, la sua presenza futurista si esaurì in quelle visioni aeree che avrebbero trovato spazio anche in alcuni momenti della “pop art romana”; e, d’altro Iato,(più significativamente) l’adesione al Futurismo significò soprattutto scelta del “cololiberismo” (per parafrasare il marinettiano paroliberismo) che fa del colore e del suo uso manuale l’unico presupposto dell’arte.La rottura, in questo modo, di qualsiasi schema o limite, Io accostava (negli argini e con le riserve abituali) al gusto dada che in quei tempi si andava diffondendo.

La distanza, però, da queste tensioni (futurista e dada), nello stesso momento in cui ne recepiva alcune utili indicazioni, apparve evidente quando fu necessario operare scelte precise sul terreno politico.

Tulli non esitò a scegliere la lotta partigiana, optando per l’impegno (contro l’anarchismo nichilista del Dadaismo) e per l’antifascismo (in lotta di collisione col Futurismo).Le conseguenze sull’attività artistica (soprattutto grafica, per le necessità oggettive delle condizioni di vita) furono di accostamento a certo neorealismo che tanto segnò questo tipo di impegno in questo periodo; ma anche questo approccio si risolse in una personale rilettura, dominata dall’immediatezza e dalla purezza primigenia del linguaggio, che fa emergere con autorità il senso onirico di ascendente liciniano che è l’unica radice autenticamente decisiva e storicamente imprescindibile: anche quando il soggetto scelto (specialmente il paesaggio) è ineluttabilmente tragico, la visione di Tulli risulta di sogno (o di incubo, semmai) piuttosto che realisticamente resa.In pratica, è fondamentale nella sua personalità artistica una visione incantata della realtà, che lo porta a sfiorare la struttura sostanziale delle cose per coglierne invece le sensazioni liriche e cromatiche e indicare in questa il senso vero dell’arte come libertà: in questa logica si calano quindi tutte le esperienze che mezzo secolo di presenza operativa gli hanno proposto e fatto vivere.

Sicché, di certa lucida razionalità dell’arte programmata, Tulli coglie solo il senso di un più chiaro rigore formale, di una più attenta calibratura dei toni; mentre di tendenze diametralmente opposte, come fu l’arte povera, viene assimilato il recupero di materiali di scarto (fodere per materassi, specificatamente) come semplice occasione per prelevare, secondo il proprio estro, un sistema cromatico che già “oggettivamente c’è” e che viene dislocato in una diversa logica espressiva.

Le scelte recentissime dell’arte, che privilegiano I’onirismo e la libera aggregazione delle forme (dal “terzo occhio che si guarda dentro” alla gestualità graffitista) finiscono per riaffermare - se mai fosse stato necessario - il valore assoluto di una scelta (quella della libertà espressiva come fondamento del pensiero, non solo estetico) di cui Tulli è stato decisamente anticipatore, sancendone quel ruolo di “maestro del colore” che, in conclusione, è l’unica sua definizione possibile.

 


1993 Macerata

LA SCULTURA COME LIBERTÀ

 

I momenti di maggiore impegno nella vita di un uomo sono senza dubbio quelli in cui scopre, progressivamente, i diversi modi della sua libertà: per un bambino significa scoprire le cose e i meccanismi che le muovono; per un giovane, è la voglia di "uccidere i padri" per affermare la sua presenza nel mondo; per un uomo, è fare la "scelta di campo" ideologico, politico o sociale; per un artista, è la possibilità di espandere la propria creatività e farla diventare grafia, forma, opera.

II giovane Miro - come le donne del vicinato chiamavano il "figlio di Tulli" -, visse traumaticamente l'impatto con le sue scelte di libertà, costretto come fu a maturare in fretta perché la sua generazione, come altre nella storia, ebbe meno tempo per crescere in riflessiva armonia col mondo e dovette decidersi per la libertà da conquistare.

A sostenere le scelte di libertà di Wladimiro furono quelle colline intorno a Macerata che ancora oggi si aprono, invitanti, sotto gli occhi della finestra di casa, tormentate dal sole dall'acqua dal vento, dolcemente immobili ma sempre diverse, piegate in secoli di paziente e tenace lavoro a produrre la vita, ma sempre pronte, intanto, a riesplodere di vita in forme incontrollate e del tutto irripetibili.

Lungo i loro crinali si mosse tra mille pericoli ad assaporare il piacere di riprendersi l'esistenza; dalla gamma infinita e sempre imprevedibile dei loro colori mutevoli trasse il senso di un colore che è vita in movimento; dalle lunghe, accanite e spesso accalorate discussioni sull'arte e sulla vita - quelle stesse che tanta parte hanno avuto nella cultura nazionale - nacquero quelle scelte che avrebbero portato lontano non solo dall'Accademia ma anche dal Futurismo, verso un Astrattismo che fosse condizione di vita fondata sulla libertà: e lo scenario furono sempre le stesse colline, pazienti testimoni di incontri e di scontri, di dialoghi e di contrasti tra menti sensibili e spiriti ansiosi.

La realtà del gesto creativo, della materia domata e piegata alla forma, alla linea, al colore si espresse in tutta la sua potenza; e nacque dalle cose, dalla realtà del quotidiano giustapposto sul filo della fantasia e fatto diventare composizione.

Tulli è colorista, sia quanto lavora, "in piano", nei limiti della tela, sia quando conquista l'aria con plastiche composizioni, sia quando domina la terra l'acqua e il fuoco per piegare l'argilla a farsi ceramica: ma soprattutto nella scultura è facile riprendere le linee della sua terra, del suo mondo, della sua stessa vita e della libertà, lasciarle esplodere liberamente - come la vegetazione delle colline maceratesi - per controllare ogni tanto, con delicati interventi, e portarle ad assumere le forme e le valenze della sua intenzione d'arte e della fantasia. Il filo si snoda nell'aria e sembra imbrigliarla, disegnandola e facendosene esaltare in forme sinuose e morbide, eppure possenti e vigorose; la pietra si libra sospesa ad un filo invisibile oppure si adagia lievemente in un incavo improbabile; il ferro l'attraversa, in ferite slabbrate senza nessun dolore.

Si affaccia, dalle ardite composizioni, il senso dei paesaggi solari, la memoria atavica del lavoro faticoso ed ingrato dei pescatori (anche a Civitanova, Tulli trascorre le sue estati in mezzo alle colline), la violenza prorompente delle onde sugli scogli, del vento contro le pareti di roccia.
La scultura nasce dalle cose, nelle cose, perché è pensiero di liberazione dal reale in uno spazio astratto, che è della realtà ma ne diventa estraneo quando viene trasferito nella dimensione dell'estetica, della forma per sé del colore tiranno.

Intere generazioni, dopo, hanno ben imparato questo senso di libertà, il gusto sottile e profondo di vivere l'arte come amore, come pienezza totale di impegno morale e come immediata espressione di creatività; ed hanno definito altri e diversi modi di procedere verso il senso umano dell'arte, come possibilità insondabile di attingere l'infinito, l'assoluto, la sintesi tra scienza razionale e ineffabile senso del divino.

Ma questa possibilità, di vivere il gesto creativo come assoluta libertà esistenziale, la possente pienezza dell'Astrattismo come lirica pura, appartiene totalmente ad una generazione, ad una dimensione, ad una condizione di vita che per noi - generazioni successive - è attingibile solo con un gesto di partecipazione all'opera creata e che possiamo intuire, rinunciando ai significati, in tutta la sua pregnanza poetica.