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Etko TUTTA

 

31 maggio - 20 giugno 1997 Pordenone Personale

 

II principio della creatività come fondamento del lavoro artistico è senz'altro connaturato allo stesso fare arte, intesa come attività liberatoria delle doti naturali ed istintive dell'individuo.

Il tema di dibattito più ampio, in questa logica, è stato piuttosto, nel corso del secolo, quello della pecularità dell'arte.

Da una parte, si ponevano i sostenitori di una specificità del fare artistico che richiede - né più né meno di qualunque altra attività - in ogni caso una spiccata capacità realizzativa e, in alcune particolari espressioni, anche una decisa manualità che si incontra con la capacità artigianale della manipolazione dei materiali.

Dall'altro lato (e per lungo tempo) si è insistito molto - da parte specialmente di una certa linea del concettualismo - sul sostegno della creatività come qualità autonoma dal fare manuale, esaltando la capacità inventiva come patrimonio comune e sollecitandone l'espressione in tutti i modi possibili.

La conclusione è stata che il gioco - da qualunque angolo di visuale venisse preso in considerazione - si configurava come il percorso più lineare per dare corpo alla creatività o, per alcuni, all'artisticità.

In questa logica, naturalmente, il gioco viene inteso nella sua accezione più ingenua e pura, vale a dire come attività libera e fantasiosa di un "fanciullino" (specialmente quello pascoliano che sonnecchia in ciascuno di noi e che gli artisti fanno emergere al livello della coscienza).

Nascono da qui molte delle espressioni liberatorie e libere proprie della cultura visiva del Novecento.

Evidentemente l'idea di un gioco come attività adulta - quella fatta di scommesse e di notte insonni, al tavolo verde o nelle agenzie di scommettitori - non veniva presa in considerazione neppure per errore.

Eppure, sul piano antropologico, il fenomeno del gioco come sfida alla sorte appartiene alle civiltà più lontane e diverse tra di loro e coinvolge una fascia enorme di umanità.

L'idea di prendere spunto da questa attività – deformata - e di stravolgerla per ridurla a gioco più genuinamente inteso è lo stimolo primo del lavoro di Etko Tutta (quotidianamente a contatto, per motivi professionali, con il panno verde e la roulette) che ha lasciato sbrigliare la sua fantasia creativa fino a riproporre i materiali d'azzardo in forme e simboli di un gioco più sereno e libero, più allegro e liberatorio.Le sue opere (e specialmente gli acquarelli) si costruiscono in forma di infiniti, improbabili Luna Park dove i padiglioni hanno la forma decisamente riconoscibile delle caselle della roulette e i personaggi oscillano continuamente tra Mangiafuoco e i derelitti della società.

Lo sguardo è decisamente partecipe e benevolo, quasi si trattasse di porre sulla tela gli irriducibili fanciullini che il desiderio di avventura giocosa talvolta trasformano in un più cinico e duro massacro di se stessi e dei propri averi.

E il trattamento delicato dei colori - quasi tutti articolati sulle qualità pastellate - contribuisce largamente a suggerire questa visione lirico-elegiaca di un'umanità perduta tra numeri, caselle e puntate.

Ma l'interesse all'uomo è sempre molto vasto, in un artista; e,accanto a questo filone vigorosamente ed ampiamente utilizzato, Tutta si pone anche nell'altra logica, di recupero delle radici dell'umanità, delle tracce che la civiltà ha lasciato, specialmente nelle architetture.

Quasi per incanto, gli stessi elementi che affollano il mondo del tavolo verde si trasformano e si rincorrono fino ad incontrare archi e colonne di un passato che non si può ignorare o dimenticare.

Ne nasce poesia delle cose che è frutto soprattutto dell'amore con cui vengono trattate, sia nella resa segnica sempre delicata e morbidamente sinuosa; sia nel valore semantico degli oggetti, continuamente allusivi ad una realtà ludica primigenia; sia soprattutto nella tavolozza delicata usata con parsimonia e accuratezza di equilibri, fino a dare la sensazione che, in un mondo di scommesse e di "vite bruciate" si muova in realtà solo l'uomo, un eterno fanciullone spesso incapace di distinguere tra il piacere gratuito dell'invenzione giocosa e la scommessa contro il destino.

Pordenone, 16. 2. 1997 

 


6 - 25 ottobre 2001 Pordenone “la roggia” Personale con pannello

 

IL GIOCO DEGLI INGANNI

Cavallini di cartapesta

castelli miniaturizzati

paesaggi di mille colori

il mondo dei giochi dei bimbi.

 

Palline che volano in tondo

coi numeri della speranza

tra i sogni e le disillusioni

su tavoli verdi d'inganni.

 

Girandole di tradimenti

il vero coperto di veli

la fiera di troppe bugie

in un turbinio d'emozioni.

All'apice della finzione

la virtualità delle cose

ormai prive d'ogni sostanza

in un mondo di megabyte.

 

Un po' di realtà verosimile

rimane soltanto nell'arte

da sempre terreno

di sogni d'inganni

e sapienti finzioni,

 

di un mondo predeterminato

costruito con chiara coscienza

d'illudere o rappresentare

il culmine dell'invenzione.