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rassegne di fotografia

 

Flavio VAL

 

  

14 - 18 aprile 1988 Bari - con Gianni Pasotti

1990 Pordenone

 

La lunga e delicata fase di trasformazione della società contemporanea che si è svolta nel corso degli anni Ottanta, etichettata di volta in volta come "del riflusso" o "dell'edonismo" - a seconda delle angolazioni o degli ambiti di riferimento - sembra ormai decisamente volgere al termine, trascinando con sé tutta una serie di convinzioni e di sistemi che l'avevano caratterizzata.

Nel campo della cultura (e in quello delle arti visive in maniera più chiara) la cifra determinante del procedimento verso un nuovo assetto è data dall'abbandono della forma per sé verso un nuovo atteggiamento mentale di più concreto impegno di comunicazione dell'arte. Il fenomeno, evidentemente, assume dati notevoli nell'ambito della ricerca e della sperimentazione, mentre la comunicazione di massa sembra solo adesso impossessarsi dei meccanismi espressivi dei nuovi manierismi e ne fa larghissimo uso nei media di ogni natura; analogamente, il discorso interessa tutti gli operatori, critici ed artisti, nuovi soggetti emergenti e personaggi ormai assurti alla notorietà: ben diverso è, invece, l'atteggiamento del mercato che solo ora comincia a consumare adeguatamente quanto prodotto negli anni Sessanta; ma anche in questo campo i segnali del nuovo sono numerosi, determinati e chiari.

Abbandonato finalmente il troppo comodo rifugio nella citazione; venuto ormai a noia il gusto della pura decorazione, sollecitato dal postmoderno (e più ancora dagli equivoci cui si è prestato il termine e il senso che avrebbe dovuto avere), il percorso quasi obbligato su cui la maggioranza si è ritrovata è stato quello del recupero delle radici, sia come caratteri atavici (e quindi, in qualche modo, regionali) sia anche come più vasta possibilità di intenzione, specialmente in quelle aree geografiche che i recenti fenomeni sociali e culturali hanno fatto crescere a dismisura, spesso senza possibilità di parallelo progresso.

L'avvio è venuto dalla Germania, ad opera della pattuglia dei neo-espressionisti; ma anche una certa frangia (e, soprattutto, un certo spirito) del graffitismo americano, ha avuto grosso peso nell'indicare il territorio come spazio di riferimento primo, sia fisico che culturale. In Italia, un discorso sulla necessità del rapporto estrinseco ed esplicito tra arte e territorio non è mai venuto meno, neanche nei momenti di maggiore bagarre delle proposte neomanieristiche; sicché, è stato quasi naturale il processo di evoluzione che, recuperando alcune linee-guida degli anni 70 (l'operare estetico nel sociale, innanzitutto) ha portato immediatamente a riqualificare in funzione estetica vecchi opifici abbandonati, a rivisitare in termini artistici episodi di folclore, a proporre nuovi rapporti tra pittura e scultura contemporanee con l'architettura storica, nei piccoli centri come nelle grandi città.

Anche sul piano della ricerca individuale, gli operatori si trovano immediatamente - ma anche agevolmente - a fare i conti con l'esigenza di essere in rapporto dialettico (quasi sempre di amore-odio) con il mondo della vita quotidiana, riconducendo a nuove definizioni le lezioni recenti e recentissime delle avanguardie artistiche.

Nel caso di Flavio Val, il passaggio è da una pittura gestuale e materica, spesso al limite dell'automatismo, ad una più convinta voglia di raccontare il disagio esistenziale dell'uomo in una civiltà postindustriale senza storia e senza identità, non solo attraverso il gesto del fare pittura ma anche attraverso i contenuti aggressivi e violenti di essa.

La sua rapida vicenda pittorica muove infatti da un'adesione naturale all'action painting, non solo come si è definita alle origini in termini di colore che sgorga quasi spontaneamente dal pennello in una tavolozza mirata alle sole qualità più accese, stese per larghe superfici espressive ed inquietanti; ma anche in quella variante più politica che in Italia ha caratterizzato la gestualità di un certo informale astratto. Anche tutte le altre urgenze della recente sperimentazione (dal gusto dei materiali poveri in funzione estetica all'interpolazione nel dipinto di tecniche diverse, dal collage alla foto) sono entrate progressivamente nel patrimonio di un operatore teso, con accanita insistenza, al possesso totale del colore. Negli ultimissimi tempi, però, questo bisogno di sensuale matericita del colore in funzione espressiva sembra esaurito, quasi fossero venute meno le urgenze di fondo che avevano sollecitato l'aggressione della tela con la violenza delle scelte cromatiche.

Quello che si è invece insinuato è stato il bisogno di una più chiara funzione comunicativa dell'opera dipinta, quasi a rendere esplicito, anche nelle forme, quel senso di disagio (spesso di ribellione) cui il puro cromatismo rimandava in maniera implicita.

Quanto abbiano influito su questa scelta le lezioni dei graffitisti o degli espressionisti, non è facile dire: certo è, però, che una lunga serie di lavori acromatici (angosciami figure di impiccati, tristissime sagome di animali perduti in uno spazio infinito, tutti resi col solo uso del bianco e nero) invitano a ricordare che la regione di origine è il Friuli, dove l'atavica cultura è di matrice mitteleuropea (con larga preferenza, in pittura, del gusto surreale) e, soprattutto, che il territorio di vita quotidiana è quello - di recente crescita sociale ed economica ma ancora in via di definizione culturale - dell'industrialissima Pordenone.

Non è strano, allora, che l'approdo ultimo della sua pittura derivi dalla maturazione di tutte le esperienze acquisite, vissute direttamente o comunque venute ad aggiungersi ad una naturale vena coloristica. L'uso finanche sfrenato del graffito come strumento di comunicazione ha infatti i suoi ascendenti non solo nelle recenti esperienze dei "graffiti underground” (quelli delle subways, beninteso; non quello delle gallerie alla moda), ma ancora più direttamente in certe presenze veneziane di recente memoria (fino a Licata) e la loro resa formale, nell'aggressività della pennellata, rimanda a Vedova o ad Hartung; all'espressionismo tedesco, sia storico che nuovo, riportano senza problemi i caratteri di denuncia violenta (al limite della bestemmia) delle scritte e delle figure: ma c'è anche un sapore antico di regionalità.

E si potrebbe procedere a lungo, a cercare padri, nonni e dipendenze varie.

Ma la realtà di fondo è quella di una personalità di pittore, giovane e prorompente, capace di tesaurizzare il meglio delle esperienze contemporanea per riproporlo in un linguaggio particolare, nuovo e, in definitiva, originale.

 


12 MAGGIO - 30 GIUGNO 2012

"VIBRAZIONI"

 

Le necessità della storia hanno imposto sempre l’adozione di costumi, modi e linguaggi di una civiltà dominante; non ha fatto eccezione il secolo XX che ha adottato linguaggi e modi yankees quasi per ineluttabile destino.

A qualche vecchio testone come me, non risulta facile accettare di dire “write” per “scrivere” o “writer” anziché “scrittore”; ma non si può evitare di usare il termine quando indica un genere espressivo proprio di una certa età e ormai sono “writers” quelli che (più elegantemente) ci eravamo abituati a indicare come “graffitisti”: il fatto che i maggiori esponenti venissero dagli USA rese quasi indispensabile adottare la denominazione “all’americana”.

Ma, sostanzialmente, per la cultura europea, l’idea del graffito è più nobile e resistente della moda dei writers e si esprime ben più in là del momento storico.

Flavio Val era un graffitista anche quando “graffiava” su improbabili supporti bianchi gli impiccati e i cani randagi o tracciava a caso su pareti improbabili segni più o meno leggibili, alla moda dei carcerati: i suoi gesti apparivano - almeno a me e ad altri amici, più o meno tecnici - il segnale di una rivolta inespressa contro l’alienazione in fabbrica.

Quando approdò al “genere” del graffitismo, l’espressione cambi strutturalmente e riprese solo in parte il linguaggio d’oltreoceano; più concretamente la fonte furono i “graffiti spontanei” dei ragazzi che scrivono “TI AMO” o quelli che disegnano cuori.

Cambiò la veste formale e assunse la ricchezza cromatica degli americani; ma i contenuti si ispirarono decisamente alla poesia visiva, come lo stesso Flavio ebbe a commentare.

Sulla scia di una lezione che veniva da molto lontano, mettendo insieme il cromatismo mediterraneo (tutto luce ed esplosione di colori accesi) con la tensione narrativa che è di tutti i realismi europei, cominciò a raccontare in immagini di forte impatto visivo le cose più semplici e quotidiane: l’incidente che gli era capitato, la sbronza di birra che aveva chiuso una serata o semplicemente lo slancio emotivo di un sassofono che suona.

Nell’arco di alcuni anni - pochi in definitiva - Flavio rese questo il suo linguaggio, un colore vibrante e acceso e facesse da parete (muro, grotta o quel che si vuole) su cui si depositavano l’urlo, la frase affettuosa, la semplice vocale, il conto della massaia o anche il giocattolo dimenticato in un angolo.

Molta acqua è corsa sotto i ponti dalla rabbia aggressiva dei primi pannelli; e l’indignazione forse si è lentamente attenuata, per cedere il passo ad una più serena liricità che fa del graffito un semplice strumento di espressione, come tanti se ne possono inventare.

Ma è rimasto intatto il gusto per la vibrazione dei colori (anche un tantino fauve) che lo porta a sfiorare il gusto della pittura in sé per continuare a raccontare il quotidiano e giocarci senza problemi.