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rassegne di fotografia

 

Franco VECCHIET

 

s.d.

 

IL SOGNO

La stanza era ariosa ed elegantemente arredata, anche se totalmente anonima come quelle dì tutti gli uffici del mondo; di bello, aveva solo una larga finestra, che riempiva tutta la parete: delle tre scrivanie, LUDovICO occupava proprio quella che guardava sulla strada e gli consentiva di sbirciare, di tanto in tanto, il cielo sempre grigio, anche nei più caldi giorni d'estate, e l'incombente presenza dell'edificio di fronte.

Mentre sbrigava con inappuntabile meticolosità il monotono lavoro quotidiano, non perdeva mai di vista, in un angolo della mente, il suo sogno straordinario.

D'altronde, a memoria di tutti, il risveglio di ogni giorno non aveva mai costituito, per LUDovICO, un passaggio chiaro e netto - più o meno rapido, più o meno brusco - dal sonno alla veglia, dal sogno alla realtà; piuttosto, rappresentava il trasferimento - da un posto a un altro, da una condizione a un'altra - del suo corpo, della sua mente e, soprattutto, dei suoi sogni.

All'inizio, la cosa aveva destato non poche preoccupazioni, nei parenti e negli amici; ma, a mano a mano, ci si era resi conto che la sua condizione di sospensione tra il sogno e la realtà non aveva alcuna incidenza sulla normale vita di relazione, e la sua capacità di vivere un sogno ininterrotto, anche quando era perfettamente sveglio, fu liquidata come una particolare stravaganza, una stranezza da compatire.

Indifferente a tutti, LUDovICO continuava la sua vita sospesa tra la monotonia dell'esistenza e i momenti felici, in cui poteva rifugiarsi nel suo stanzino privato e corpo alle figure fantastiche, ai paesaggi straordinari, alle situazioni irreali che i sogni continuamente gli suggerivano; spesso, alle prime luci del sole, senza che intervenisse la sveglia a destarlo, era in piedi a disegnare, colorare, incollare per aggiungere, correggere, definire le immagini che il sogno, liberamente dilatandosi nella pace della notte, gli aveva suggerito.

Il giorno aveva questo, di bello: che gli consentiva di dare corpo alle fantasie, di vederle vivere ed animarsi, prima come forme abbozzate nel disegno, tutto linee e masse in movimento; poi, con un lungo e paziente lavoro di intaglio, come strutture di legno variegato.

Ogni volta, alla fine, LUDovICO si aspettava di vedere strisciare i serpenti e fuggir via, animarsi i dragoni e lanciare intense fiamme: quella volta che, recuperata nella memoria la leggenda di Teseo, aveva realizzato un coloratissimo filo di Arianna, per lunghissimi giorni si era perso in un mondo di gnomi, di giganti cavalieri, di principesse bionde e di mostri marini; finché, esauritesi il sogno, il suo filo d'Arianna s'era perso chissà dove.

Da molti giorni ormai, la presenza dominante era un volo di uccelli, su un'immensa scogliera bianca, che si animava a poco a poco dell'infinita gamma dei colori delle piume svolazzanti sulle rocce; con un lavoro accanito, sfruttando ogni momento per correre nello stanzino segreto, aveva visto il volo prendere vita e corpo, a mano a mano che il legno duttile, pazientemente sagomato, delicatamente colorato, dava concretezza al paesaggio arioso, delicato, sconfinato, che la sua mente ogni giorno, ogni ora, ogni momento, andava accarezzando.

Quando tutto alla fine, fu pronto e LUDovlCO decise che non c'era niente da aggiungere, subentrò l'ansia solita di sapere dove mai i suoi uccelli sarebbero andati a nascondersi.

Ci pensava anche quella mattina, più grigia di tutti gli altri giorni, intento al lavoro; ed era così distratto che si accorse dell'animazione solo quando i colleghi lo urtarono, precipitandosi alla finestra.

Sì girò solo un momento, bastava per vedere i suoi uccelli riempire il grigio di colore, posarsi per un attimo sul cemento dell'edificio di fronte e sparire per sempre in un'altra dimensione. Indifferente ai commenti che gli esplodevano intorno, riprese a lavorare mentre da un angolo della mente cominciava a delinearsi un bosco di alberi verdi che, in una landa desolata, fioriva, fioriva, fioriva..


(dalle INSTALLAZIONI di Franco Vecchiet)


 

3 - 30 ottobre 1998 Pordenone “la roggia” Personale con pannello

 

NAVIGAZIONE

Itaca era la meta, da raggiungere ad ogni costo, osservando le stagioni e seguendo con cura le stelle.

Ma era solo provvisoria; più avanti, le colonne d'Ercole già sfidavano l'intelletto, la sete di conoscenza, la voglia d'avventura.

Poi fu la volta dell'Oceano e il miraggio delle Indie, approdo provvisorio della stessa voglia di sapere, di sperimentare, di procedere ancora di più nella scienza, nella cultura, nella creatività.

E avanti sempre più oltre, naviganti della stratosfera a smitizzare la luna calpestandola col LEM, protesi verso Marte e l'infinito.

Ora è arrivata la volta della comunicazione in sé, dei viaggi in Internet senza ausilio di bussola ma con poche coordinate e tanta voglia di sapere.

Non c'è e non ci sarà un limite alla navigazione, non ci sono e non ci saranno scogli a fermare la voglia di andare avanti, di scoprire, di inventare, di creare strumenti antichi e sempre nuovi per raggiungere approdi prima impensati della geografia, della società, della cultura e soprattutto della creatività.

Si costruisce il quotidiano - e con esso il futuro - ogni volta che si compone, si scrive, si dipinge o si scolpisce una realtà antica ma sempre rinnovata nella visione, nella lettura, nell'interpretazione.

Ulisse ritorna a sfidare le colonne d'Ercole, a tentare il "folle volo" della fantasia verso mete apparentemente irraggiungibili, approdi provvisori. di una ricerca che non ha limiti, non ha confini e spesso non ha neppure orizzonti se non quelli dell'essenza umana che la sorregge.

 

PER FRANCO VECCHIET

Dalle lontane verità del dada

per le polemiche del poverismo

muove la prima lucida intenzione

che si fa presto legno colorato

filo di ferro oppure manufatto

assemblati con lirica emozione.

 

II gusto del rigore lineare

che viene dall'astratta geometria

percorre tutti gli sviluppi nuovi

vissuti con coscienza motivata

per librarsi alla fine nell'immenso

dei voli intensi della fantasia.

 

Lo sconfinato mondo primigenio

di maschere, di totem, d'utensili

deriva dalla classica lezione

della scultura delle valli alpine

dove mondi vivono da sempre

sospesi tra il passato ed il futuro.

 

La vigorosa scuola d'incisione

d'una lunga felice tradizione

studiata nelle pieghe più marcate

per carpirne i segreti più profondi

diventa uno strumento delicato

al servizio della creatività.

Le figure improbabili, gli uccelli,

le forme strane, inusitate, assurde

s'animano di vita surreale

e sembrano girare per un mondo

di pietra grigia, di desolazione

per popolarlo di colori e luci.

 

La fuga rigorosa dei legnetti

rappresenta un percorso immaginario

che scende nei meandri della mente

o risale per tracce luminose

e vaga nel fatato labirinto

delle spirali di colore acceso.

 

Marmi sonanti all'alito di vento

armi che han perso tutta la violenza

di strumenti di morte e di terrore

s'innalzano esaltati nello spazio

della sua libertà compositiva

per trasformarsi in linee e forme pure.

 

Segni appena abbozzati, come scie,

presenza-assenza dell'umanità;

sprazzi improvvisi di colore vivo

sparsi a manciata sul candore astratto:

raccontano di un mondo inesistente

se non nei sogni di bambini eterni.